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	<title>Stefano Torelli - World In Progress</title>
	<link>http://stefanotorelli.blogsome.com</link>
	<description>Just another WordPress weblog</description>
	<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 09:01:18 +0000</pubDate>
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		<title>Turchia e Curdi: il rapporto impossibile. Il DTP al bando</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 09:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
		
	<category>Turchia</category>
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		<description><![CDATA[	Il&nbsp; DTP (Partito per la Societ&agrave; Democratica), partito filo-curdo in seno al panorama politico turco, &egrave; stato messo al bando da una sentenza della Corte Costituzionale. Nonostante negli ultimi mesi il governo di Erdogan abbia intrapreso un cammino di riavvicinamento alla comunit&agrave; curda, tramite un pacchetto di riforme e un dialogo con i guerriglieri del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>Il&nbsp;<strong> DTP</strong> (Partito per la Societ&agrave; Democratica), partito filo-curdo in seno al panorama politico turco, <strong>&egrave; stato messo al bando da una sentenza della Corte Costituzionale</strong>. Nonostante negli ultimi mesi il governo di Erdogan abbia intrapreso un cammino di riavvicinamento alla comunit&agrave; curda, tramite un pacchetto di riforme e un dialogo con i guerriglieri del PKK che avessero voluto abbandonare la via della lotta armata, <strong>questa decisione pone un serio ostacolo al processo di normalizzazione dei rapporti interni tra la maggioranza turca e la minoranza curda</strong>, che rappresente circa il 20% della popolazione totale. I membri del partito che risiedono in Parlamento, tra cui il fondatore e leader Ahmet Turk, saranno costretti a lasciare il loro incarico e il partito verr&agrave; sciolto.</p>
	<p>Dopo la sentenza, a conferma del clima ormai nuovamente teso tra le comunit&agrave; di etnia curda, si sono verificati degli scontri di piazza nella citt&agrave; di Diyarbakir, citt&agrave; principale del Sud-Est turco a maggioranza curda. <strong>La stessa Unione Europea ha manifestato la propria preoccupazione per questa sentenza della Corte Costituzionale, che effettivamente priva (almeno allo stato attuale) la comunit&agrave; curda di qualsiasi rappresentanza politica in Turchia</strong>, nonostane conti circa 12 milioni di persone. La decisione &egrave; stata motivata con i presunti legami che il DTP intratteneva con il PKK (Partito dei Lavoratori Curdi), che in Turchia &egrave; trattato alla stregua di un&#8217;organizzazione terroristica e che, dagli anni &#8216;80 ad oggi, ha provocato una sorta di guerra civile contro lo Stato turco che ha provocato decine di migliaia di vittime da entrambi i lati.</p>
	<p>Il risentimento dei Curdi in Turchia nei confronti del governo centrale si &egrave; manifestato anche tramite la presenza di rappresentanti della minoranza curda in diversi partiti politici a partire dagli anni &rsquo;90: nelle elezioni dell&rsquo;ottobre del 1991 entrarono in Parlamento 22 Curdi eletti con il SHP, successivamente confluiti nel <strong>Partito del Lavoro del Popolo (Halkin Emek Partisi, HEP)</strong> ; il partito fu per&ograve; sciolto da una sentenza della Corte Costituzionale del giugno 1993 . I membri di questa formazione politica avevano lasciato il partito poco prima della sua chiusura, formando successivamente il Partito Democratico <strong>(Demokrasi Partisi, DEP)</strong> il 10 agosto 1993, guidato da Yaflar Kaya (cui successe, nel dicembre dello stesso anno, Hatip Dicle) ; <strong>sette membri parlamentari di questa formazione , per&ograve;, vennero arrestati il 2 marzo del 1994 per decisione dell&rsquo;allora Primo Ministro Tansu Ciller, che ne aveva revocato l&rsquo;immunit&agrave; parlamentare, con l&rsquo;accusa di essere collusi con la guerriglia del PKK </strong>e di cospirare contro il regime: a tutti fu data da scontare una pena tra i 5 e i 9 anni di carcere. Infine, i restanti membri del DEP confluirono in una nuova formazione pro-curda, il Partito Democratico del Popolo (Halkin Demokrasi Partisi, HADEP) fondato l&rsquo;11 maggio del 1994 da Murat Bozlak ma, <strong>nonostante il HADEP avesse ottenuto ottimi risultati nelle province a maggioranza curda nelle elezioni del 1995 e 1999, non fu in grado di superare la soglia del 10% prevista per l&rsquo;ingresso in Parlamento</strong> e, dopo il 1999, il suo fondatore e un altro centinaio di membri, furono tutti arrestati con l&rsquo;accusa di appoggiare il PKK . </p>
	<p>A fronte della continua delegittimazione delle formazioni politiche di ispirazione curda da parte dell&rsquo;apparato istituzionale turco, tramite arresti e messe al bando di tali partiti, la popolazione curda, soprattutto tra gli anni &rsquo;80 e &rsquo;90, fu dunque duramente inappagata. Anche per questo motivo <strong>cominci&ograve; a simpatizzare, come reazione, per il PKK, nonostante quest&rsquo;ultimo si fosse reso protagonista di diversi attentati terroristici all&rsquo;interno del Paese</strong>, provocando una vera e propria guerra intestina con lo Stato turco che avrebbe portato alla morte di pi&ugrave; di 30.000 persone dal 1984 in poi (tra cui circa 19.000 membri del PKK stesso, circa 5.000 soldati turchi e pi&ugrave; di 5.000 civili) e allo sfollamento di un numero imprecisato di civili curdi tra 500.000 e 3 milioni, come conseguenza della distruzione di interi villaggi da parte delle Forze turche . <strong>In questa guerra non dichiarata, la Turchia invest&igrave; circa 7 miliardi di dollari l&rsquo;anno, corrispondenti a ben il 4% del PIL totale di quegli anni</strong>.</p>
	<p>Gli scenari a questo punto non sono molto positivi nel breve termine per quanto riguarda i rapporti tra Turchi e Curdi e <strong>questo rischia di minare la popolarit&agrave; interna di Erdogan</strong>, in un momento difficile per la Turchia, alle prese con gli effetti sull&#8217;economia reale della crisi economica e con un governo in calo di consensi, anche a causa della difficolt&agrave; nel risolvere la questione curda, da anni al centro delle agende politiche interne di tutti i governi del Paese.&nbsp; </p>
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		<title>Obama, il Nobel, il realismo, la guerra umanitaria&#8230; e l&#8217;Iraq</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 18:12:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
		
	<category>Iraq</category>
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		<description><![CDATA[	Nel giorno della consegna a Oslo del Premio Nobel per la Pace al Presidente statunitense Barack Obama, quest&#8217;ultimo &egrave; stato molto chiaro ed il suo discorso, pieno di idee innovative da un lato e wilsioniane dall&#8217;altro circa la necessit&agrave; della cooperazione tra tutte le nazioni per il perseguimento della pace nel mondo (cos&igrave; come, contemporaneamente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Nel giorno della consegna a Oslo del Premio Nobel per la Pace al Presidente statunitense Barack Obama</strong>, quest&#8217;ultimo &egrave; stato molto chiaro ed il suo discorso, pieno di idee innovative da un lato e wilsioniane dall&#8217;altro circa la necessit&agrave; della cooperazione tra tutte le nazioni per il perseguimento della pace nel mondo (cos&igrave; come, contemporaneamente, della imprescindibile intransigenza e effettiva efficacia delle sanzioni nei confronti degli Stati che si pongono al di fuori delle regole della Comunit&agrave; Internazionale), dando dunque <strong>sfoggio di un realismo nudo e crudo, ha ribadito senza remore un concetto: la guerra non sar&agrave; un evento destinato a non essere pi&ugrave; visto su questa terra</strong>. Di pi&ugrave;: <strong>Obama ha praticamente sdoganato definitivamente il concetto di &quot;guerra umanitaria&quot;</strong>, dicendo che a volte questa pare essere, e sar&agrave; ancora, l&#8217;unica soluzione per risolvere alcune controversie internazionali, soprattutto nella classica difesa dell&#8217;interesse e della sicurezza nazionale. </p>
	<p>Nello stesso giorno, mi occupo nuovamente della guerra in Iraq, di cui gli Stati Uniti devono ancora essere protagonisti, almeno dal punto di vista della strategia, dal momento che la situazione si deteriora sempre di pi&ugrave;. <strong>Pi&ugrave; soldati in Afghanistan, dunque, ma con un occhio che deve restare fisso su Baghdad</strong>, perch&egrave; come gi&agrave; ricordato <a href="http://stefanotorelli.blogsome.com/2009/10/25/baghdad-brucia/" target="_self">su questo stesso blog</a> gli attentati nel Paese si intensificano e il motivo sembra essere legato alle <a href="http://stefanotorelli.blogsome.com/2009/11/24/liraq-e-lincertezza-sulle-elezioni-al-qaeda-ha-la-meglio/" target="_self">elezioni in programma per il prossimo anno</a>. Sul Caff&egrave; Geopolitico faccio un&#8217;analisi degli ultimi avvenimenti e provo a dare qualche chiave interpretativa per delineare possibili scenari nel breve termine.</p>
	<p>[&#8230;]<font color="#000000"><strong>TUTTI ALLE URNE</strong> - <strong>Da un lato il ritiro statunitense, dall&rsquo;altro le elezioni alle porte, quindi, e tutto da rifare</strong>. Le Forze di Sicurezza irachene da sole non sono chiaramente in grado di assicurare un seppur minimo livello di stabilit&agrave; e sicurezza ai cittadini iracheni e, contemporaneamente, <strong>la battaglia politica per la suddivisione dei seggi in Parlamento e la ridefinizione degli equilibri interni, si sta trasformando ogni settimana che passa in una vera e propria guerra interna</strong>. L&rsquo;obiettivo della logica terroristica &egrave; duplice: screditare lo sciita al-Maliki, attuale Primo Ministro (con ogni probabilit&agrave; gli attentati sono perpetrati da gruppi vicini agli ambienti pi&ugrave; radicali del sunnismo e degli ex ba&rsquo;athisti) e <strong>boicottare a tutti i costi il processo di democratizzazione del Paese, minando la credibilit&agrave; e la stessa messa in atto della prossima tornata elettorale</strong>. E&rsquo; cos&igrave; che gli Iracheni tornano a morire a centinaia per le strade e nelle piazze di Baghdad e, in Parlamento, si delinea un ormai quasi certo slittamento delle elezioni, inizialmente previste per il 18 gennaio. In effetti, dispiace dirlo, ma <strong>la strategia terroristica sta momentaneamente facendo vedere i suoi frutt</strong>i: dopo l&rsquo;accordo precedentemente raggiunto per la legge elettorale, infatti, il vice-Presidente Tariq al-Hashemi (un sunnita) ha posto il veto su tale legge. Motivo: tentare di dare pi&ugrave; peso ai voti degli iracheni rifugiati all&rsquo;estero, neanche a dirlo, la maggior parte sunniti.&nbsp;</font><font color="#000000">&nbsp;</font><font color="#000000"><br />
<p align="justify"><font color="#000000"><strong>IL FUTURO E&rsquo; NERO</strong> - C&rsquo;&egrave; dunque da aspettarsi qualche miglioramento nella situazione politica e di sicurezza interna dell&rsquo;Iraq? <strong>Senza dover essere dei grandi analisti e senza voler apparire come delle Cassandre, la risposta sembra essere inevitabilmente negativa</strong>. Perché al-Qaeda o chi per essa dovrebbe smettere la propria strategia terroristica proprio ora che sta dando i suoi frutti, dividendo nuovamente il Paese che sembrava quasi sull&rsquo;orlo di una riunificaziine nazionale solo un paio di anni fa? Nel momento in cui anche la stessa comunit&agrave; sciita sembra essere sempre pi&ugrave; divisa al suo interno, le destabilizzazioni di matrice sunnita sembrano poter riportare il Paese a sprofondare nel baratro e, in questo clima, <strong>si irrigidirebbero le misure di sicurezza e il governo sciita rischia di apparire sempre pi&ugrave; dispotico e autoritario, tanto &egrave; vero che affiorano i primi accostamenti addirittura all&rsquo;Iraq di Saddam Hussein</strong>, dando a molti iracheni l&rsquo;impressione che sia legittimo combatterlo (proprio come vorrebbe il fondamentalismo sunnita che sta perpetrando gli attacchi). Ci&ograve; che accadr&agrave; nelle prossime settimane, prima che venga definita con certezza la data delle elezioni politiche, purtroppo non sembra difficile da prevedere <strong>e l&rsquo;Iraq rischia cos&igrave; di tornare un terreno privilegiato per tutta la galassia terroristica di ispirazione qaedista, nel momento in cui, a livello internazionale, gli Usa sembrano volersi concentrare (quasi) solo sull&rsquo;Afghanistan</strong>. Quando la discussione interna, poi, arriver&agrave; a coinvolgere anche l&rsquo;unica porzione di Iraq in parte stabilizzata, il Kurdistan (con l&rsquo;annosa questione di Kirkuk da risolvere), allora la situazione potrebbe davvero tornare incontrollabile e scatenare reazioni a catena in tutta la regione, coinvolgendo la Turchia, la Siria, l&rsquo;Iran e gli USA in maniera ancora pi&ugrave; diretta.</font><font color="#000000"> </font></p>
	<p align="justify"><a target="_self" href="http://www.ilcaffegeopolitico.it/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=257:iraq&#038;catid=51:medio-oriente&#038;Itemid=64">Leggi di pi&ugrave; su Il Caff&egrave; Geopolitico</a> </p>
	<p align="justify"><font><img height="267" border="0" width="300" src="http://stefanotorelli.blogsome.com/wp-admin/images/vignettacopertinairaq2.jpg" alt="" title="" /></font>&nbsp;</p>
</font> </p>
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	</item>
		<item>
		<title>Cosa succede a Damasco? L&#8217;ombra di un attentato sull&#8217;esplosione di oggi</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 18:55:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
		
	<category>Siria</category>
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		<description><![CDATA[	L&rsquo;ESPLOSIONE - Damasco brucia. La capitale siriana non &egrave; pi&ugrave; sicura come una volta e, qualora servissero ulteriori conferme, l&rsquo;esplosione di stamattina arriva puntuale a turbare il Presidente della Siria Bashar al-Assad e i milioni di siriani che da mesi sperano di poter vedere il loro Paese tornare a far parte degli Stati graditi alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>L&rsquo;ESPLOSIONE - Damasco brucia. La capitale siriana non &egrave; pi&ugrave; sicura come una volta e, qualora servissero ulteriori conferme, l&rsquo;esplosione di stamattina arriva puntuale a turbare il Presidente della Siria Bashar al-Assad e i milioni di siriani che da mesi sperano di poter vedere il loro Paese tornare a far parte degli Stati graditi alla Comunit&agrave; Internazionale. L&rsquo;esplosione di questa mattina ha coinvolto un autobus di pellegrini sciiti, secondo alcune fonti iraniane, che si dirigevano in uno dei luoghi sacri dello sciismo presenti a Damasco: la moschea di Sayda Zeynab. Secondo le prime fonti vi sarebbero almeno 6 morti e molti feriti coinvolti nell&rsquo;esplosione, avvenuta nei pressi di una stazione di benzina. Non &egrave; certo che si tratti di un attentato, dal momento che le autorit&agrave; siriane hanno parlato di un &ldquo;incidente&rdquo;. Tale versione per&ograve; sembra alquanto strana, riportando che uno pneumatico dell&rsquo;autobus sarebbe scoppiato causando a sua volta lo scoppio di una bombola di gas presente nella stazione di rifornimento. Vedendo le lamiere dell&rsquo;autobus scaraventate a decine di metri dal luogo dell&rsquo;esplosione, risulta strano che lo scoppio di una gomma possa aver provocato quell&rsquo;inferno.  Se si trattasse di un attentato dunque, cosa potrebbe esserci dietro questo ennesimo atto di destabilizzazione in Medio Oriente? Perché proprio la Siria, Paese relativamente tranquillo da decenni e che ultimamente sembra essere in buoni rapporti con quasi tutti i vicini regionali? Possiamo fare delle ipotesi, interpretando i dati a nostra disposizione circa la situazione siriana, la congiuntura che sta attraversando il Medio Oriente e i rapporti di Damasco con gli altri attori regionali, fermo restando che non &egrave; certo che si tratti di un attentato.      </p>
	<p>LE SVOLTE DI DAMASCO - Non si pu&ograve; non notare che l&rsquo;obiettivo dell&rsquo;eventuale attentato sia stato, chiaramente, la comunit&agrave; sciita. Per chi ha memoria lunga, possiamo ricordare che nel settembre del 2008 un altro attentato compiuto nella capitale siriana aveva coinvolto sempre un quartiere sciita, provocando 17 vittime. Allo stesso tempo se si tratta di un attentato non pu&ograve; essere un caso la coincidenza con la visita a Damasco, prevista proprio per oggi, di uno dei pi&ugrave; importanti uomini del regime dell&rsquo;Iran: il capo dell&rsquo;apparato di sicurezza nazionale Said Jalili. Come dire: Iran, il nostro obiettivo sei tu, &egrave; un avvertimento. Ma chi potrebbe essere stato a portare a termine l&rsquo;attentato? La Siria &egrave; sempre stata, da quasi trent&rsquo;anni, l&rsquo;alleato pi&ugrave; stretto dell&rsquo;Iran tra gli arabi del Medio Oriente. Per varie ragioni: affinit&agrave; religiose e culturali (il governo di Assad &egrave; di estrazione alawita, una branca minoritaria dello sciismo, nonostante il Paese sia in maggioranza sunnita), motivazioni strategiche e politiche soprattutto. Da un po&rsquo; di tempo Damasco sembra per&ograve; intraprendere un cammino piuttosto autonomo rispetto a Teheran: si sta riavvicinando all&rsquo;Occidente, grazie alle aperture dell&rsquo;Unione Europea con la Francia in testa; ha ormai compiuto il cammino della completa normalizzazione con la vicina Turchia, con cui adesso i rapporti sembrano essere ottimi; si &egrave; riavvicinata all&rsquo;Arabia Saudita, nemico numero uno dell&rsquo;Iran nella regione e, fino a poco tempo fa, in pessimi rapporti con la stessa Siria; tenta da due anni di arrivare ad un accordo addirittura con Israele, con la mediazione turca prima e francese poi; si &egrave; disimpegnata dal vicino Libano, che occupava militarmente fino al 2005 e ha permesso indirettamente la relativa stabilizzazione libanese a seguito delle elezioni dello scorso giugno.  </p>
	<p>OBIETTIVO: TEHERAN? - Dunque i cambiamenti sono tanti, soprattutto Damasco sta tentando di uscire dall&rsquo;isolamento internazionale in cui l&rsquo;aveva relegata l&rsquo;ex Presidente statunitense George W. Bush da un lato e, dall&rsquo;altro, il suo ambiguo atteggiamento di fiancheggiatrice di gruppi organizzati anche di stampo terroristico nella regione. Date le svolte descritte sopra, si potrebbe intendere che molti dei gruppi terroristici di matrice sunnita non abbiano gradito alcuni atteggiamenti della Siria, come per esempio la trattativa indiretta con Israele o, ancora, il sospetto coinvolgimento del regime siriano in alcuni attentati che hanno colpito l&rsquo;Iraq. Ma l&rsquo;eventuale attentato potrebbe essere volto anche a deteriorare i rapporti tra la Siria e l&rsquo;Iran, in un momento delicato per Teheran. Con atti destabilizzatori si potrebbe voler mettere in luce l&rsquo;attuale difficolt&agrave; del Presidente Assad di tenere sotto controllo i gruppi estremisti siriani o infiltrati da fuori, come invece era sempre stato fino ad un anno fa. Si tratterebbe delle avvisaglie di una situazione interna che sfugge di mano al governo, in modo tale da rendere l&rsquo;Iran pi&ugrave; sospettoso di Damasco ed allontanare Ahmadi-Nejad dall&rsquo;alleato Assad. In tal modo Teheran si troverebbe sempre pi&ugrave; isolata e in parte privata dell&rsquo;appoggio siriano come testa di ponte nel cuore del Medio Oriente.      </p>
	<p>I GUAI DI ASSAD - Allo stesso tempo, un attentato potrebbe essere una sorta di punizione contro la politica estera seguita da Assad, fatta di rapporti con l&rsquo;Occidente, rottura dell&rsquo;isolamento e ammiccamenti con Israele. Proprio qualche giorno fa era trapelata la notizia secondo cui l&rsquo;uccisione del numero due di Hezbollah Mughniyyeh, avvenuta nel febbraio 2008 sempre a Damasco, sarebbe stata portata a termine dai servizi segreti israeliani con la complicit&agrave; della Siria stessa. Dunque &egrave; da quasi due anni che Damasco si sta attirando le ire di molti vicini arabi. Non si esclude che dietro un possibile attentato vi sia la lunga mano saudita, per esempio tramite un gruppo terroristico con base in Libano, Fatah al-Islam, il cui capo Shaker al-Abssi &egrave; stato arrestato e probabilmente ucciso (&egrave; scomparso dopo l&rsquo;arresto e non si hanno pi&ugrave; notizie su di lui) proprio dalle autorit&agrave; siriane. Un atto terroristico che potrebbe avere molti mandanti e diversi scopi. Sicuramente alla base vi sarebbe la volont&agrave; di mostrare la vulnerabilit&agrave; della Siria agli occhi dell&rsquo;Occidente da un lato e dell&rsquo;Iran dall&rsquo;altro, in modo tale da screditare il Paese da entrambi i fronti. L&rsquo;Occidente non potrebbe essere sicuro di un&rsquo;eventuale alleanza con la Siria e l&rsquo;Iran vede i propri concittadini essere massacrati per le strade di Damasco. E&rsquo; anche per questo che probabilmente, in attesa di notizie pi&ugrave; certe, le autorit&agrave; siriane dicono che non si tratta di un attentato, ma di un incidente provocato da una bombola di gas. Se di attentato si tratta, invece, dietro le bombe vi potrebbe essere la mano di attori che, con le mosse attuali della Siria, stanno perdendo colpi a livello di immagine ed influenza regionale, vale a dire i &ldquo;classici&rdquo; interlocutori arabi e sunniti dell&rsquo;Occidente, come Arabia Saudita, Egitto e Giordania. In occasioni come queste torna sempre il vecchio detto che in Medio Oriente non vi sono alleanze, ma solo interessi. La Siria sta pagando il prezzo di politiche conciliatorie con i nemici di una volta e sta subendo le ritorsioni di altri attori, con scopi molteplici. Del resto, se vi &egrave; un posto dove tutto pu&ograve; accadere contro tutti, quello &egrave; il Medio Oriente. A Washington, nel frattempo, Obama si sveglier&agrave; con un&rsquo;altra brutta notizia per la sua opera di mediazione nella regione. </p>
	<p><a href="http://www.ilcaffegeopolitico.it/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=252:siria&#038;catid=51:medio-oriente&#038;Itemid=64" target="_self">Leggi tutto su Il Caff&egrave; Geopolitico </a></p>
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		<title>L&#8217;Italia, l&#8217;interesse nazionale e Lukashenko in Bielorussia. Realpolitik al limite?</title>
		<link>http://stefanotorelli.blogsome.com/2009/12/02/litalia-linteresse-nazionale-e-lukashenko-in-bielorussia-realpolitik-al-limite/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 21:53:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
		
	<category>Europa</category>
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		<description><![CDATA[	RELAZIONI PERICOLOSE - Ci risiamo. Realpolitik ai limiti del consentito in Italia. Dopo le visite reciproche fortemente criticate con il leader libico Gheddafi e i rapporti personali quantomeno ambigui con il Presidente russo Vladimir Putin, il Premier italiano Silvio Berlusconi ha compiuto un altro viaggio diplomatico che sar&agrave; oggetto di molte disapprovazioni. Il Paese di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>RELAZIONI PERICOLOSE - Ci risiamo. Realpolitik ai limiti del consentito in Italia. Dopo le visite reciproche fortemente criticate con il leader libico Gheddafi e i rapporti personali quantomeno ambigui con il Presidente russo Vladimir Putin, il Premier italiano Silvio Berlusconi ha compiuto un altro viaggio diplomatico che sar&agrave; oggetto di molte disapprovazioni. Il Paese di destinazione questa volta era la Bielorussia del Presidente Aleksandr Lukashenko, anche detto &ldquo;l&rsquo;ultimo dittatore d&rsquo;Europa&rdquo;. Nessun capo di Stato o governo di un Paese europeo, dal 1994 (anno in cui Lukashenko divent&ograve; Presidente della Bielorussia), ha mai messo piede a Minsk, la capitale bielorussa. Negli scorsi anni pi&ugrave; di una volta il Dipartimento di Stato USA, l&rsquo;Unione Europea e organizzazioni come l&rsquo;OSCE hanno accusato il regime di Minsk di essere anti-democratico, di aver fatto svolgere elezioni pilotate e cambiamenti costituzionali (che, per esempio, permettono allo stesso Lukashenko di ricandidarsi quante volte riterr&agrave; opportuno, mentre prima vi era un limite di due mandati presidenziali) che poco hanno a che fare con i principi ispiratori delle democrazie occidentali.     </p>
	<p>DEMOCRAZIE vs. AUTORITARISMI - Nella sua visita a Minsk che, tra l&rsquo;altro, ricambiava una visita ufficiale di Lukashenko a Roma nello scorso aprile (visita durante la quale il capo di Stato bielorusso aveva incontrato anche il Papa Benedetto XVI), Berlusconi si &egrave; spinto a dichiarare che Lukashenko &egrave; un Presidente amato, come si pu&ograve; vedere &ldquo;dai risultati elettorali che sono sotto gli occhi di tutti&rdquo;. Quei risultati elettorali che, per inciso, sono cos&igrave; schiaccianti da risultare davvero poco credibili (nelle ultime elezioni, quelle del marzo 2006, Lukashenko vinse con l&rsquo;82,6% dei consensi. Tanto per intenderci, le ultime elezioni in Iran, quelle dei brogli di Ahmadi-Nejad, hanno visto il Presidente &ldquo;conquistare&rdquo; il 62,4% dei voti). Dunque di nuovo la politica estera italiana e l&rsquo;interesse nazionale del Belpaese sembrano non seguire linee politiche logiche, distanziandosi ancora una volta dagli alleati europei e transatlantici ed andando ad infilarsi nei meandri di regimi autoritari.  </p>
	<p>L&rsquo;INTERESSE ITALIANO: GAS E ARMI? - Interessi economici, affari aziendali e rapporti privilegiati con dittatori malvisti in Europa, in cambio di una parvenza di legittimazione di quei regimi o, al limite, dei famosi 15 minuti di fama che, come diceva Andy Warhol, prima o poi nella vita spettano a tutti. Questo il limite della politica estera italiana allo stato attuale: giocare sul bisogno di uscire dall&rsquo;isolamento di discussi leader, per poter dare l&rsquo;impressione di agire da apripista e pionieri di nuove relazioni. Il problema &egrave; che, spesso, tutte le retroguardie dietro Roma, composte dagli alleati pi&ugrave; tradizionali della NATO e dell&rsquo;UE, non condividono tali scelte e si distanziano. In tal modo &egrave; l&rsquo;Italia stessa che rischia di trovarsi isolata. Nonostante ci&ograve;, business is business. Dunque ecco che, dietro alla visita di Berlusconi a Minsk, arrivano due degli attori che pi&ugrave; di altri determinano la politica estera italiana: ENI e Finmeccanica. La prima potrebbe essere alla ricerca di nuovi accordi con Minsk, considerando il fatto  che la Bielorussia non ha molte risorse naturali, ma sul proprio territorio transita una buona fetta del gas russo diretto in Europa. Finmeccanica, invece, &egrave; gi&agrave; un passo avanti nelle relazioni con Minsk: lo scorso settembre il Presidente e Amministratore Delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini, ha incontrato Lukashenko nella capitale bielorussa per stringere probabilmente degli accordi circa possibili investimenti italiani nel settore della difesa bielorussa. L&rsquo;ex Repubblica Sovietica ha un gran bisogno di rinnovare i propri arsenali per essere al passo con i competitori regionali (come tutti i regimi autoritari, Minsk d&agrave; grande importanza al settore militare) e Berlusconi promuove gli interessi dell&rsquo;industria italiana della difesa, o meglio di Finmeccanica, appunto. </p>
	<p>E I COMUNISTI? - Pensare che, in casa, Berlusconi usa spesso la retorica anti-comunista e, inoltre, anche la stessa Europa dell&rsquo;Est va sempre pi&ugrave; in questa direzione. Curioso il fatto che, mentre in Polonia la settimana scorsa si approvava un emendamento all&rsquo;articolo 256 del codice penale, finalizzato a mettere al bando (pena l&rsquo;arresto) qualsiasi simbolo comunista (bandiere rosse, falci e martelli, magliette con Che Guevara&hellip;) e, a Roma, il Presidente del Consiglio continui ad accusare la &ldquo;magistratura comunista&rdquo;, l&rsquo;&ldquo;opposizione comunista&rdquo; e i &ldquo;media comunisti&rdquo;, fuori Italia Berlusconi cambi cos&igrave; facilmente idea. Amico personale di Putin, ex dirigente del KGB, e adesso tessitore delle lodi di Lukashenko, ex membro del Soviet, e del suo immenso consenso popolare. La Bielorussia, per inciso, ha rapporti stretti anche con la Repubblica Islamica dell&rsquo;Iran, costituendo una sorta di asse strategico in funzione anti-occidentale con altri Paesi come il Venezuela. Tutti rappresentanti di regimi autoritari, con cui l&rsquo;Italia continua a tessere relazioni, mettendo in pericolo la credibilit&agrave; di Roma a livello europeo e facendo nuovamente intendere l&rsquo;idea che si ha a Palazzo Chigi dell&rsquo;interesse nazionale, carente di una visione di lungo termine che, a lungo andare, potrebbe invece rivelarsi controproducente. </p>
	<p><a href="http://www.ilcaffegeopolitico.it/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=249:italia-bielorussia&#038;catid=34:europa&#038;Itemid=64" target="_self">Leggi tutto su il Caff&egrave; Geopolitico </a></p>
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		<title>Il governo del Libano riconosce ad Hezbollah il diritto di usare le armi: il Partito di Dio ha vinto la lotta interna?</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 10:14:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
		
	<category>Libano</category>
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		<description><![CDATA[	Il nuovo governo di unit&agrave; nazionale guidato da Saad Hariri ed appena insidiatosi in Libano, ha approvato il 26 novembre una dichiarazione che riconoscerebbe al partito di opposizione sciita Hezbollah il diritto di difendere con le armi il territorio libanese. La dichiarazione recita: &ldquo;E&rsquo; diritto del popolo libanese, dell&rsquo;Esercito e della resistenza guidata da Hezbollah, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>Il nuovo governo di unit&agrave; nazionale guidato da Saad Hariri ed appena insidiatosi in Libano, ha approvato il 26 novembre una dichiarazione che riconoscerebbe al partito di opposizione sciita Hezbollah il diritto di difendere con le armi il territorio libanese. La dichiarazione recita: &ldquo;<em><strong>E&rsquo; diritto del popolo libanese, dell&rsquo;Esercito e della resistenza guidata da Hezbollah, liberare le Fattorie di Shebaa, le Colline di Kfar Shuba e la parte settentrionale del villaggio di Ghajar, cos&igrave; come di difendere il Libano e le sue acque territoriali da un&rsquo;aggressione nemica, tramite ogni mezzo disponibile e consentito</strong>&rdquo;</em>.</p>
	<p>Nella dichiarazione vi &egrave; un chiaro riferimento allo Stato di Israele, ma <strong>ci&ograve; che fa riflettere maggiormente &egrave; la capacit&agrave; di Hezbollah, non solo di mantenere intatto il proprio arsenale, ma di ricevere una sorta di autorizzazione</strong> e riconoscimento da parte delle istituzioni libanesi, circa il proprio ruolo all&rsquo;interno del Paese ed il diritto di ricorrere all&rsquo;uso delle armi. Uno degli obiettivi principali della Coalizione 14 marzo, guidata dall&rsquo;attuale Primo Ministro Hariri e vincitrice della maggioranza in Parlamento dopo le elezioni dello scorso giugno, era proprio quello di smantellare l&rsquo;arsenale in possesso del Partito di Dio. <strong>Il fallimento in tale intento, cos&igrave; come la nomina di un membro di Hezbollah al Ministero degli Affari Esteri, mettono invece in evidenza il peso reale del gruppo sciita all&rsquo;interno degli equilibri libanesi: un peso determinante</strong>. </p>
	<p><strong>Ci&ograve; &egrave; anche conseguenza diretta del reale risultato delle elezioni di giugno</strong>, che avevano confermato la presenza radicata di Hezbollah in ampie parti del Paese, soprattutto nel Sud. <strong>Uno dei rischi pi&ugrave; concreti nel breve-medio termine, adesso, &egrave; legato alla reazione di Israele</strong>. Avendo il governo legittimato il ricorso alle armi da parte di Hezbollah ed avendo incluso membri del Partito di Dio nel gabinetto esecutivo, Israele potrebbe confrontarsi con Hezbollah come se lo stesse facendo con lo stesso Stato libanese. L&rsquo;identificazione di Hezbollah con il governo di Beirut pi&ugrave; in generale, potrebbe portare a un&rsquo;escalation nel confronto tra Israele ed il Libano, che non potrebbe escludere nuovi scontri armati, come accaduto nell&rsquo;estate del 2006. </p>
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		<title>L&#8217;Italia vista da Istanbul - 6° Forum di dialogo italo-turco</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 16:07:52 +0000</pubDate>
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	<category>Turchia</category>
	<category>Europa</category>
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		<description><![CDATA[	Donne e giovani. Queste le due parole chiave del Forum di dialogo italo-turco, svoltosi ad Istanbul il 18 e 19 novembre scorsi, cui ho avuto la fortuna di prendere parte con l&#8217;ICTS. A partecipare, rappresentanti della politica, del mondo accademico, dei media, dell&rsquo;arte e delle organizzazioni non governative dei due Paesi. Obiettivo: trovare sempre pi&ugrave; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p><strong>Donne e giovani</strong>. Queste le due parole chiave del<strong> Forum di dialogo italo-turco, svoltosi ad Istanbul il 18 e 19 novembre scorsi</strong>, cui ho avuto la fortuna di prendere parte con l&#8217;<a target="_self" href="http://www.turkishstudies.it/">ICTS</a>. A partecipare, rappresentanti della politica, del mondo accademico, dei media, dell&rsquo;arte e delle organizzazioni non governative dei due Paesi. Obiettivo: trovare sempre pi&ugrave; punti di contatto tra Ankara e Roma e sviluppare progetti congiunti che possano aiutare a migliorare ulteriormente le relazioni bilaterali. <strong>Sullo sfondo, l&rsquo;eterna questione dell&rsquo;ingresso della Turchia nell&rsquo;Unione Europea e l&rsquo;appoggio quasi incondizionato dell&rsquo;Italia a questa priorit&agrave; della politica estera turca</strong>.&nbsp;Quest&rsquo;ultimo aspetto &egrave; stato ribadito con vigore dal Ministro degli Esteri <strong>Frattini, che si &egrave; spinto a paragonare, per carica simbolica europea, l&rsquo;annessione di Ankara all&rsquo;UE alla caduta del Muro di Berlino nel 1989</strong>. A parte la retorica politica di Frattini e della controparte turca Ahmet Davutoglu, piena di espressioni di apprezzamento reciproco (e non poteva essere altrimenti), il dibattito della societ&agrave; civile si &egrave; spostato sui due temi evidenziati all&rsquo;inizio dell&rsquo;articolo.
<p><strong>Donne</strong>. Nonostante si continui a far finta di niente, rispetto alla condizione femminile in Italia, Emma Bonino, intervenuta in qualit&agrave; di membro della Commissione Indipendente sulla Turchia, ha tentato di aprire gli occhi dei cittadini alla realt&agrave;. <strong>In Italia la condizione delle donne, nonostante la relativa parit&agrave; raggiunta a livello legislativo, di fatto ancora &egrave; una chimera</strong>. Basta andare a vedere le cifre relative all&rsquo;occupazione femminile e alla partecipazione delle donne al mondo delle imprese, soprattutto nel Sud Italia, per averne conferma. <strong>Le donne risultano ancora essere vittime di una sorta di machismo imperante all&rsquo;interno del mondo istituzionale e civile</strong>, come testimoniano ancora tante realt&agrave;. Basti pensare ai continui scandali politici a sfondo sessuale o, per ultimo, <strong>alle penose serate di gala organizzate da Gheddafi a Roma con le hostess &ldquo;istruite&rdquo; ai precetti islamici: mercificazione femminile, ad uso e consumo del Colonnello e della sua politica interna, con la complicit&agrave; delle istituzioni italiane</strong>. <strong>In Turchia la situazione non &egrave; del tutto migliore</strong>, come ricordato da Nesude Nursuna Memecan, Capo della delegazione dei lavori sul Protocollo di Cooperazione tra Italia e Turchia: ancora delitti d&rsquo;onore, ancora forme di discriminazione. Evidentemente <strong>il retroterra mediterraneo c&rsquo;&egrave; e ci accomuna</strong>. Tanto ancora da fare, dunque, e il tema dell&rsquo;emancipazione femminile di fatto &egrave; stato lanciato come un volano in grado di migliorare la vita politica e sociale dei due Paesi, anche nella cornice del resto d&rsquo;Europa.</p>
	<p><strong>Giovani</strong>. Peggio mi sento. <strong>L&rsquo;Italia &egrave; un Paese per vecchi</strong>. Inutile usare queste righe per ricordare quanto sia vera questa affermazione. Paese vecchio demograficamente, culturalmente, <strong>l&rsquo;Italia &egrave; la patria della gerontocrazia</strong>. Non vi sono giovani a nessun livello decisionale nazionale, che si parli di politica, accademia, economia, societ&agrave;. E&rsquo; un problema e va affrontato. I giovani hanno bisogno di spazio, ma devono anche rivendicarlo e riempirlo con le idee e le proposte. Tanti i progetti di cui si &egrave; discusso, nei settori della giovane imprenditoria, dell&rsquo;arte, dei programmi di scambi culturali&hellip; <strong>Tutti d&rsquo;accordo sul fatto che la meglio giovent&ugrave; di entrambi i Paesi debba alzare la voce e farsi sentire con pi&ugrave; forza, se vuole vedere soddisfatte le proprie rivendicazioni in ogni ambito</strong>. La Turchia in questo &egrave; probabilmente meglio dell&rsquo;Italia. <strong>In generale la popolazione &egrave; pi&ugrave; giovane, i tassi di crescita demografica fanno presagire un futuro sempre pi&ugrave; pieno di opportunit&agrave; per i ragazzi turchi</strong>, che continuano tra l&rsquo;altro ad avere tassi di scolarizzazione sempre pi&ugrave; alti (vi &egrave; per&ograve; da sottolineare l&rsquo;enorme divario ancora esistente tra il Paese in generale e la regione Sud-orientale, quella a maggioranza curda, che rappresenta quello che per l&rsquo;Italia &egrave; il Mezzogiorno, seppure con condizioni pi&ugrave; esasperate). <strong>Dalle tavole rotonde sono venute fuori tante idee, anche se poche proposte concrete</strong>; spetter&agrave; ai gruppi di lavoro durante l&rsquo;anno mettere insieme le idee e dare loro una forma concreta, per presentare progetti attuabili nel prossimo Forum di dialogo che si terr&agrave; l&rsquo;anno prossimo a Roma. </p>
	<p><a target="_self" href="http://www.lospaziodellapolitica.com/2009/11/litalia-vista-da-istanbul/">Leggi il commento su Lo Spazio della Politica </a></p>
	<p><img height="640" border="0" width="480" title="" alt="" src="http://stefanotorelli.blogsome.com/wp-admin/images/forum.jpg" />&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;Iraq e l&#8217;incertezza sulle elezioni - al-Qaeda (o chi per lei) ha la meglio?</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 16:22:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
		
	<category>Iraq</category>
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		<description><![CDATA[	Dopo l&rsquo;accordo sulla legge elettorale irachena, raggiunto appena due settimane fa (l&rsquo;8 novembre), si complica nuovamente la questione legata alle prossime elezioni del gennaio 2010, in seguito al veto posto sulla stessa legge dal vice-Presidente Tariq al-Hashemi. Per la Costituzione irachena, infatti, qualsiasi dei tre membri del Consiglio Presidenziale (composto dal Presidente Jalal Talabani e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>Dopo l&rsquo;accordo sulla legge elettorale irachena, raggiunto appena due settimane fa (l&rsquo;8 novembre), <strong>si complica nuovamente la questione legata alle prossime elezioni del gennaio 2010</strong>, in seguito al veto posto sulla stessa legge dal vice-Presidente Tariq al-Hashemi. Per la Costituzione irachena, infatti, qualsiasi dei tre membri del Consiglio Presidenziale (composto dal Presidente Jalal Talabani e due vice-Presidenti), pu&ograve; apporre il proprio veto su una legge emanata dal Parlamento, in modo tale da rimandarla alla Camera legislativa, dove dovr&agrave; essere approvata da una maggioranza del 60%. </p>
	<p><strong>Al-Hashemi, un sunnita, contesta in particolare il primo articolo della legge in questione</strong>, che non darebbe abbastanza peso agli iracheni all&rsquo;estero ed alle minoranze.  Anche lo stesso Presidente Talabani ha dichiarato di voler dare maggiore rappresentanza alle minoranze, alzandone il numero di seggi in Parlamento. In maniera particolare, si riferirebbe ai Cristiani e agli iracheni espatriati, avendo intenzione di attribuire a tutte queste minoranze il triplo deo seggi attuali, passando dal 5% del totale al 15%. La questione &egrave; molto importante per gli interessi sunniti, rivendicati dal vice-Presidente al-Hashemi. Come conseguenza della caduta del regime di Saddam, a maggioranza sunnita, infatti, <strong>la gran parte degli iracheni che hanno lasciato il Paese sono proprio dei sunniti. E&rsquo; facile comprendere quanto sia importante per la comunit&agrave; sunnita in Iraq recuperare i voti degli Iracheni all&rsquo;estero nel ridefinire gli equilibri del Paese</strong>. </p>
	<p> Nonostante il Primo Ministro Nour al-Maliki abbia accusato al-Hashemi di voler destabilizzare il processo elettorale, costituzionalmente la sua decisione dovrebbe essere accettata e la legge dovrebbe tornare in Parlamento. <strong>Ci&ograve; vorrebbe dire quasi sicuramente uno slittamento delle elezioni previste per il 18 gennaio e una crescita del clima di instabilit&agrave; ed incertezza in Iraq</strong>. All&rsquo;orizzonte, se le elezioni dovessero saltare a data da definirsi, <strong>si prospetterebbe una nuova stagione di terrorismo e violenza</strong>, nell&rsquo;attesa di determinare le nuove influenze in Iraq. La tornata elettorale potrebbe porre in parte fine all&rsquo;instabilit&agrave;, ma se tale appuntamento dovesse slittare ulteriormente, <strong>il Paese potrebbe assistere a nuovi squilibri, a tutto vantaggio della comunit&agrave; sunnita, anche di quella pi&ugrave; estremista collegata con al-Qaeda ed i suoi affiliati</strong>.</p>
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		<title>La guerra del calcio tra Egitto e Algeria. E la geopolitica?</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 09:37:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
		
	<category>Egitto</category>
	<category>Maghreb</category>
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		<description><![CDATA[	In questi giorni, come gi&agrave; ho detto la settimana scorsa, divampa, anzi si aggrava, una sora di guerriglia per le strade del Cairo. Obiettivo: l&#8217;Algeria. l&#8217;Ambasciata &egrave; presa d&#8217;assalto, l&#8217;Ambasciatore egiziano ad Algeri &egrave; stato richiamato in patria, il Presidente Mibarak fa appelli al rispetto dell&#8217;Egitto, che non pu&ograve; essere umiliato. In Algeria, 18 morti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>In questi giorni, come gi&agrave; ho detto la settimana scorsa, divampa, anzi si aggrava, una sora di guerriglia per le strade del Cairo. Obiettivo: l&#8217;Algeria. l&#8217;Ambasciata &egrave; presa d&#8217;assalto, l&#8217;Ambasciatore egiziano ad Algeri &egrave; stato richiamato in patria, il Presidente Mibarak fa appelli al rispetto dell&#8217;Egitto, che non pu&ograve; essere umiliato. In Algeria, 18 morti per i festeggiamenti della vittoria contro l&#8217;Egitto che ha regalato i Mondiali del Sudafrica 2010 agli Algerini e quasi 150 attacchi cardiaci dopo il match. Proclami di guerra da entrambi i lati, accuse gravissime, feriti e disordini. Tutto questo per una partita di calcio? <a href="http://www.ilcaffegeopolitico.it/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=239:algeria-egitto&#038;catid=37:africa&#038;Itemid=64" target="_self">In un&#8217;analisi su Il Caff&egrave; Geopolitico, d&ograve; un resoconto geopolitico</a>, appunto, delle motivazioni alla base&#8230; Qui sotto alcuni stralci:</p>
	<p><em>[&#8230;] GEOPOLITICA, NON SOLO CALCIO - <strong>E la geopolitica? C&rsquo;entra eccome</strong>. L&rsquo;Algeria &egrave; un Paese in cui &egrave; ancora presente una forte tendenza alla radicalizzazione ed in cui la presenza di &ldquo;al-Qaeda nel Maghreb&rdquo; (filiale di al-Qaeda nella regione Nord-africana) &egrave; molto forte. Ne sono testimonianza i molti attentati terroristici che, nel silenzio della stampa occidentale, continuano a colpire obiettivi governativi e di polizia nel Paese, causando decine di vittime. Un retaggio della guerra civile degli anni &rsquo;90, in cui i fondamentalisti islamici del Fronte Islamico di Salvezza (FIS) vinsero le elezioni ma non furono riconosciuti, facendo s&igrave; che si creasse una situazione di lotta intestina non dissimile da quella che vede testimoni oggi i Palestinesi, da quando Hamas non &egrave; stato riconosciuto dalla Comunit&agrave; Internazionale come il legittimo vincitore delle ultime elezioni del 2006 ed ha scelto la via della lotta armata contro i fratelli di Fatah. <strong>Algeria ancora canalizzatrice di fondamentalismo islamico e, dall&rsquo;altro lato, Egitto che viene accusato di appoggiare le politiche israeliane in Palestina</strong>. Il mix &egrave; micidiale. L&rsquo;Egitto, insieme alla Giordania, &egrave; l&rsquo;unico Paese arabo ad intrattenere rapporti diplomatici con Israele e, in un clima in cui la Palestina &egrave; assurta a battaglia madre e simbolo di tutti gli arabi e musulmani, &egrave; facile capire come gli animi possano scaldarsi. </em></p>
	<p><em><strong>La geopolitica continua a farla da padrona: l&rsquo;Algeria &egrave; la pi&ugrave; grande produttrice ed esportatrice di gas naturale nell&rsquo;area e l&rsquo;Egitto comincia a fungere da competitore</strong>, nella misura in cui alimenta l&rsquo;Arab Gas Pipeline, rete di distribuzione di gas naturale in Medio Oriente, e incrementa le infrastrutture dedite all&rsquo;esportazione di GNL (Gas Naturale Liquefatto). <strong>E Mubarak, nel frattempo, gongola: i suoi concittadini sono distratti dal calcio e non pensano ai reali problemi sociali dell&rsquo;Egitto</strong>. Ecco gli interessi reali, altro che panarabismo. <strong>Il panarabismo muore sotto le macerie di una partita di calcio</strong> e la competizione tra i &ldquo;fratelli arabi&rdquo; si fa sempre pi&ugrave; forte. Benvenuto calcio, nel mondo della geopolitica. </em></p>
	<p><a href="http://www.ilcaffegeopolitico.it/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=239:algeria-egitto&#038;catid=37:africa&#038;Itemid=64" target="_self">Leggi l&#8217;analisi su Il Caff&egrave; Geopolitico </a></p>
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		<item>
		<title>L&#8217;Iran è sempre l&#8217;Iran. E l&#8217;Italia?</title>
		<link>http://stefanotorelli.blogsome.com/2009/11/17/liran-e-sempre-liran-e-litalia/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 14:17:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
		
	<category>Iran</category>
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		<description><![CDATA[	Dopo cinque mesi dalle contestate elezioni in Iran e l&#8217;indignazione dei governi e le opinioni pubbliche occidentali, in Iran sembra essere tornato tutto come prima. Se ne parla ormai soltanto come negoziatore nella propria questione nucleare, come attore mediorientale peraltro in crescita (e da un lato &egrave; anche vero), ma in gran parte dei casi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>Dopo cinque mesi dalle contestate elezioni in Iran e l&#8217;indignazione dei governi e le opinioni pubbliche occidentali, in Iran sembra essere tornato tutto come prima. Se ne parla ormai soltanto come negoziatore nella propria questione nucleare, come attore mediorientale peraltro in crescita (e da un lato &egrave; anche vero), ma in gran parte dei casi si &egrave; tornati a tacere circa la natura delle istituzioni iraniane ed i comportamenti internazionali del <strong>regime dei Pasdaran (non pi&ugrave; degli Ayatollah&#8230;)</strong> guidato da Ahmadi-Nejad. Publbico di seguito alcuni stralci di <a href="http://www.lospaziodellapolitica.com/2009/11/do-you-remember-iran/" target="_self">un mio intervento di oggi su Lo Spazio della Politica</a>:</p>
	<p>E <strong>ci voleva Saviano in prima serata su RaiTre </strong>perché tutti noi ci ricordassimo che esiste ancora un posto, di cui peraltro qualche mese fa erano piene le prime pagine di tutti i quotidiani mondiali, in cui si continua a stuprare i dissidenti politici in carcere e a reprimere le manifestazioni di piazza, come accaduto ancora una volta la settimana scorsa. [&#8230;] Eppure di cose ne sono accadute: come dicevamo, abbiamo assistito alle provocazioni di un Presidente (probabilmente figlio di brogli elettorali) che ha nominato <strong>Ministro un ricercato internazionale</strong>, che ha ordinato <strong>i processi e le condanne a morte (le condanne a morte!) di giovani attivisti e studenti</strong>, rei di aver tentato di manifestare il loro dissenso al regime. Siamo stati testimoni della fiera domanda di uno studente genietto della matematica, <strong>Mahmoud Vahidnia</strong>, alla Guida Suprema del Paese, il Capo di Stato Ayatollah Ali Khamenei, in un incontro all&rsquo;Universit&agrave; di Teheran: <strong>&ldquo;Ayatollah, ma perché non &egrave; possibile contestarla? Lei crede di non fare errori?&rdquo;</strong>. Altro che Saviano su RaiTre: la televisione di Stato, che mandava in diretta l&rsquo;incontro della Guida Suprema con gli studenti, ha immediatamente sospeso le trasmissioni. E lo studente? Chiss&agrave;, speriamo di non sentir parlare di lui come della prossima vittima &ldquo;nemica dello Stato&rdquo;. [&#8230;]</p>
	<p><strong>Nel frattempo nella Provincia Sud-orientale del Sistan-Baluchistan un attentato, neanche un mese fa, ha provocato la morte di decine di persone</strong>, tra cui il vero obiettivo: alcuni elementi di spicco dei Pasdaran, il corpo militare formatosi dopo la Rivoluzione del 1979 e spina dorsale dell&rsquo;establishment che mantiene al potere Ahmadi-Nejad. Anche qui, se ne &egrave; parlato, ma solo per sottolineare le difficolt&agrave; (comunque vere) del regime a mantenere la stabilit&agrave;, senza voler approfondire. Senza voler spiegare che, <strong>dietro ai terroristi che hanno perpetrato l&rsquo;attentato, vi sono anni e anni di ingiustizie sociali, in una delle pochissime aree del Paese a maggioranza sunnita (il regime &egrave; sciita) e di etnia Baluchi e non persiana. Storie di emarginazione e disuguaglianze istituzionalizzate, dunque, dietro il terrorismo nel Sud-Est dell&rsquo;Iran</strong>. Ma alla stampa italiana che ha riportato la notizia &egrave; bastato sottolineare come il regime fosse in difficolt&agrave;. Salvo, poi, nel giro di una settimana, ritornare a parlare del regime iraniano come di un rispettabilissimo attore che negoziava con i grandi del mondo circa il proprio programma di arricchimento dell&rsquo;uranio. La Russia si offre di arricchire l&rsquo;uranio di Teheran, garantendo cos&igrave; livelli di arricchimento necessari per l&rsquo;uso civile, ma non sufficienti per un uso militare, controllando cos&igrave; il nucleare iraniano. La Francia e gli Stati Uniti appoggiano la proposta di Mosca e sperano che possa andare bene all&rsquo;Iran. L&rsquo;Iran rifiuta, poi accetta, poi smentisce, poi accetta ma solo a met&agrave;, poi di nuovo rifiuta categoricamente e, infine, fa appello alla Comunit&agrave; Internazionale perché si trovi una soluzione condivisa (!).</p>
	<p><strong>E l&rsquo;Italia? L&rsquo;Italia, come sempre, per il momento sta a guardare</strong>. Fa il tifo per l&rsquo;una o l&rsquo;altra parte, speranzosa un giorno di poter partecipare alle concertazioni che contano, ma con la consapevolezza che difficilmente ci si potr&agrave; arrivare. Sogna un posto nel cosiddetto &ldquo;5+1&rdquo; (i 5 Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell&rsquo;ONU: Francia, Gran Bretagna, Cina, Russia e USA, pi&ugrave; la Germania), il gruppo che insieme all&rsquo;AIEA (Agenzia Internazionale per l&rsquo;Energia Atomica) negozia con Teheran sul nucleare. <strong>Sogna un italiano, Massimo D&rsquo;Alema, come nuovo &ldquo;uomo PESC&rdquo;, pur sapendo che i Paesi che contano all&rsquo;interno dell&rsquo;UE definiscono a casa propria le proprie politiche estere e non a Bruxelles</strong>. <strong>E l&rsquo;Italia, infine, tra un sogno e l&rsquo;altro, guarda Saviano su RaiTre, ricordandosi che esiste ancora l&rsquo;Iran</strong> e che ancora non si &egrave; risolto molto in quel Paese. Continuano le incarcerazioni contro i ragazzi che protestano, i pi&ugrave; sfortunati vanno alla forca, il governo &egrave; sempre quello e il programma nucleare va avanti. E ci voleva Saviano a ricordarcelo. Grazie. </p>
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		<title>I razzi Katyusha arrivano in Yemen: tra Arabia Saudita e Iran è guerra per procura</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 16:17:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Administrator</dc:creator>
		
	<category>Iran</category>
	<category>Golfo</category>
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		<description><![CDATA[	Da pi&ugrave; di due anni ho posto l&#8217;attenzione di alcune mie analisi su un teatro che sembrava essere nuovo, quello dello Yemen. Gi&agrave; nel luglio 2007, in un&#8217;analisi per Equilibri.net (&quot;Yemen: un nuovo teatro per lo scontro tra sunniti e sciiti&quot;), mettevo gi&agrave; in evidenza le tendenze che oggi paiono essere arrivate a manifestarsi sotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<p>Da pi&ugrave; di due anni ho posto l&#8217;attenzione di alcune mie analisi su un teatro che sembrava essere nuovo, quello dello Yemen. Gi&agrave; nel luglio 2007, in un&#8217;analisi per Equilibri.net (<a href="http://www.equilibri.net/articolo/7416/Yemen__un_nuovo_teatro_per_lo_scontro_tra_sunniti_e_sciiti" target="_self">&quot;Yemen: un nuovo teatro per lo scontro tra sunniti e sciiti&quot;</a>), mettevo gi&agrave; in evidenza le tendenze che oggi paiono essere arrivate a manifestarsi sotto gli occhi di tutti. Sempre sula rivista di geopolitica e relazioni internazionali Equilibri.net tornavo sull&#8217;argomento Yemen lo scorso gennaio, ad analizzare le condizioni precarie delle istituzioni yemenite ed il sero rischio di collasso istituzionale (<a href="http://www.equilibri.net/articolo/10963/Yemen__sull_orlo_del_fallimento" target="_self">&quot;Yemen: sull&#8217;orlo del fallimento&quot;</a>).   Sulle pagine di questo blog ho trattato nuovamente l&#8217;argomento in pi&ugrave; di un&#8217;occasione, come nei post dello scorso 4 aprile (<a href="http://stefanotorelli.blogsome.com/2009/04/04/la-guerra-tra-iran-e-israele-cambia-teatro-il-mar-rosso/" target="_self">&quot;La guerra tra Iran e Israele cambia teatro: il Mar Rosso&quot;</a>) e, pi&ugrave; recentemente, due mesi fa anche per Il Caff&egrave; Geopolitico (<a href="http://www.ilcaffegeopolitico.it/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=175:yemen&#038;catid=51:medio-oriente&#038;Itemid=64" target="_self">&quot;La guerra nascosta&quot;</a>). Infine, in un Policy Brief dello scorso giugno mettevo in evidenza gli enormi pericoli per la stabilit&agrave; e sicurezza di tutta le regione, derivanti dallo scontro interno yemenita (<a href="http://www.equilibri.net/articolo/11756/Instabilita_nel_Golfo_di_Aden___Policy_Brief__pirateria_e_terrorismo/download" target="_self">&quot;Instabilit&agrave; nel Golfo di Aden: terrorismo e pirateria&quot;</a>).</p>
	<p>Tutte queste citazioni vogliono solo dimostrare come da molto tempo, dunque, chi si occupa di dinamiche mediorientali in modo pi&ugrave; approfondito rispetto ai media tradizionali, non pu&ograve; non rendersi conto di quanto <strong>le fratture nell&#8217;area si stiano allargando e, in parte, spostando verso Sud-Ovest</strong>. Ci&ograve; per molti motivi, di cui il principale &egrave; sicuramente, come gi&agrave; sottolineato altre volte, la mancanza di istituzioni solide nello Yemen e la conseguente presenza di gruppi organizzati, con diverse forme di sponsorship, che combattono non solo una guerra civile nel Paese, ma sono espressioni di istanze geopolitiche e politiche di altri attori.</p>
	<p>E&#8217; in questo contesto che <strong>non devono stupirci i continui scontri che avvengono in questi giorni alla frontiera dello Yemen con l&#8217;Arabia Saudita</strong>, in cui interviene lo stesso esercito dei Sauditi a dar manforte al Presidente yemenita Saleh contro la guerriglia di ispirazione sciita di al-Houthi. Lo Yeme &egrave; a tutti gli effetti diventato il terreno di scontro di Riyadh con l&#8217;Iran e gli scontri di queste settimane ne sono la riprova. D&#8217;altro canto, &egrave; di ieri la notizia, diffusa da varie fonti giornalistiche, circa <strong>l&#8217;uso da parte di questi ribelli di armi di cui non eran odotati fino a poco tempo fa, come i razzi Katyusha</strong>.</p>
	<p>Si tratta degli stessi usati da Hezbollah contro lo Stato di Israele e sono, quasi senza ombra di dubbio, di provenienza iraniana. <strong>Nei giorni scontri, del resto, un mercantile tedesco era stato fermato dai controlli israeliani nelle coste mediorientali, dopo aver fatto tappa anche in Yemen, trasportando 500 tonnellate di armi</strong> ed esplosivi, tra cui anche Katyusha, destinati dall&#8217;Iran ai suoi alleati nella regione. Teheran, stando a queste fonti, starebbe dunque incrementando il supporto alle fazioni anti-sunnite fuori dal proprio territorio nazionale. Se in Palestina e Libano &egrave; un po&#8217; pi&ugrave; difficile arrivare, il teatro offerto dai ribelli di al-Houthi in Yemen sembra essere ottimale per il contrabbando di tali armi. L&#8217;Arabia Saudita ha gi&agrave; risposto in prima persona a tali mosse, scatenando di fatto una guerra per procura tra Teheran e Riyadh, combattuta a discapito delle fragili istituzioni yemenite.</p>
	<p>Gli scenari non lasciano presagire niente di positivo e, <strong>se in questa cornice si aggiunge il nuovo reclutamento di guerriglieri in Yemen anche dalle fazioni estremiste sunnite, affiliate ad al-Qaeda, si comprende quanto l&#8217;area intorno allo Yemen potrebbe essere la prossima area di crisi</strong> a livello regionale e, data la sua importanza geopolitica e strategica, potenzialmente internazionale. Sta anche ai governi occidentali riuscire ad intervenire in tempo e tentare di salvare la macchina istituzionale e statale in Yemen, altrimenti la situazione potrebbe deteriorarsi sempre di pi&ugrave; e diventare del tutto incontrollabile.&nbsp; </p>
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