Stefano Torelli - World In Progress

October 13, 2009

Policy Brief - Iran: gli sviluppi del programma nucleare

Filed under: Iran, Mappe

E’ online il Policy Brief n. 17 di Equilibri.net, riguardo gli sviluppi del nucleare iraniano e le possibili opzioni operative della politica estera italiana, nella cornice dei negoziai internazionali tra l’Occidente, l’ONU e l’Iran. Queste le principali indicazioni operative:

L’Iran necessita dell’energia nucleare non solo per motivi di prestigio, ma anche per l’effettiva insufficienza del proprio sistema energetico ed estrattivo. L’Italia ha le conoscenze tecniche per poter istituire una task force che valuti le iniziative di rinnovo e sviluppo dell’industria iraniana degli idrocarburi (petrolio, gas e chimica di base). Il finanziamento e il progetto di tali opere costituirebbero un valore aggiunto che sarebbe possibile offrire a Teheran in cambio di concessioni sul programma nucleare.

Esponendosi in prima persona, l’Italia dovrebbe aprire un canale diretto con Berlino per convincere la Germania a collaborare per uno sforzo diplomatico europeo unico. Questo permetterebbe all’Italia di essere capofila delle nazioni investitrici in Iran e costituire dunque un nuovo polo negoziale fornendo alla comunità internazionale un nuovo angolo di pressione verso Teheran. In questo è necessario rafforzare l’intesa anche con Francia e Gran Bretagna, già schierate. 

La Turchia già opera come garante dei negoziati tra nazioni mediorientali (come Israele e Siria) e ha dato prova di affidabilità per entrambe le parti. Potrebbe svolgere tale ruolo anche nella questione iraniana, tuttavia è presumibile necessiti di un invito in tal senso da parte dell’UE prima di impegnarsi direttamente. L’Italia potrebbe sfruttare i propri canali diplomatici con Ankara per favorire tale inserimento.

Clicca qui per scaricare il Policy Brief completo in versione pdf

 

 

July 24, 2009

Policy Brief - Gas: Nabucco vs. South Stream

Filed under: Turchia, Mappe, Europa, Asia

E’ stato pubblicato il Policy Brief n. 14 di Equilibri.net, a cura mia e di Davide Cazzoni. Si torna sul tema del Nabucco e delle scelte strategiche del governo italiano in tal senso. Queste le indicazioni:

Il governo italiano dovrebbe adottare tempestivamente una strategia che pragmaticamente si adoperi perché anche il progetto Nabucco abbia maggiori possibilità di vedere la luce, lavorando sul fronte delle forniture di gas dall’Asia Centrale e Medio Oriente. E’ nell’interesse di Roma, come del gruppo ENI, che nell’area possiede importanti assets in Iran e Kazachistan e potrebbe estenderli all’Iraq, che quei giacimenti prendano la strada dell’Europa. Ma soprattutto è necessario fare leva sul canale diplomatico privilegiato con Mosca, perché Gazprom accetti di entrare come fornitore del Nabucco attraverso il suo gasdotto Blue Stream, realizzato insieme a ENI e capace di trasportare fi no a 15 mmc l’anno dalla Russia alla Turchia.

Si aggiunga che con il South Stream che annaspa, ritorna inoltre di attualità il progetto Blue Stream II, che prevede di portare la capacità complessiva del gasdotto a 31 mmc l’anno. I vantaggi tecnici ed economici sarebbero indiscutibili. Coerentemente, Mosca sta insistendo per proporlo alla UE anche come alternativa al Nabucco e nel contempo usa il South Stream come moneta di scambio con Ankara. Il progetto Blue Stream II farebbe bene non solo alle aziende italiane, ma aprirebbe anche una interessante fi nestra di opportunità per Roma, inserendo la propria diplomazia tra Russia e Turchia, grazie alle ottime relazioni su entrambe le sponde del Mar Nero.

Percorrendo queste due strade l’Italia potrà tentare una diffi cile quanto gratifi cante sintesi, se riuscisse: ottenere vantaggi economici diretti dalla partnership con la Russia e favorire una soluzione non confl ittuale alla questione energetica che sarebbe gradita anche all’U.E. e agli Stati Uniti, che tornerebbero a guardare l’Italia meno in chiaroscuro per la sua relazione speciale con Mosca.

Clicca qui per scaricare il Policy Brief completo in formato pdf

 

 

June 25, 2009

Policy Brief - Instabilità nel Golfo di Aden: Pirateria e Terrorismo

Filed under: Golfo, Mappe

é stato pubblicato il Policy Brief n. 12 di Equilibri, redatto da me e Alessio Fabbiano, sulla situazione nel Golfo di Aden. In particolare rilievo le questioni della pirateria e del terrorismo e un focus sulla situazione in Yemen, Stato a rischio di fallimento istituzionale e nuovo possibile covo per i terroristi islamici legati ad al-Qaeda.

Queste le principali indicazioni operative:

La soluzione al problema della pirateria passa dalla stabilizzazione della Somalia. L’azione dell’Italia, partner privilegiato di Mogadiscio, dovrebbe essere perseguita con più incisività nel Gruppo Internazionale di Contatto allo scopo di rafforzare con mezzi militari l’appoggio diplomatico dato sinora al governo di transizione somalo, espressione moderata della maggioranza islamica della popolazione. Il maggiore coinvolgimento della comunità internazionale e delle potenze economiche potrebbe essere perseguito dall’Italia agendo sulla leva della stretegicità commerciale del Golfo di Aden.

Diventa altresì cruciale pianificare una prossima missione internazionale che, sul modello di quella in Libano, potrebbe essere guidata dai comandi italiani integrati della marina e dell’esercito con l’appoggio militare della missione dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM), operativa dal gennaio 2007. Risulta di cruciale importanza, invece, premere per evitare azioni militare non integrate in una forza di peacekeeping internazionale, come accaduto per l’intervento etiopico dal dicembre 2006 al gennaio 2009, in quanto tale tipo di missioni unilaterali potrebbe estendere l’instabilità all’intera subregione.

Lo Yemen potrebbe risultare determinante sia come base di appoggio che come centro logistico per una futura missione internazionale in Somalia. In tale senso, il governo italiano potrebbe studiare delle operazioni congiunte con quello yemenita, guidato dal Presidente Ali Abdullah Saleh, schierato con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo internazionale di matrice islamica.

Il governo italiano, insieme agli altri Paesi occidentali, con l’obiettivo di evitare il collasso istituzionale dello Yemen, potrebbe agire all’interno del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale affinché si avvii una più ampia campagna di aiuti finanziari. Inoltre sarebbero opportuni investimenti nel settore del turismo e della sicurezza connessa, in quanto tale campo è quello potenzialmente più redditizio per Sana’a.

Cliccando qui è possibile scaricare il Policy Brief in Pdf

 

 

 

June 11, 2009

L’Iran nel dopo-elezioni e l’Italia: Policy Brief

Filed under: Iran, Mappe

E’ stato pubblicato il Policy Brief curato da me e Davide Tentori sui rapporti tra Iran ed Italia nella prospettiva del dopo-elezioni. Queste le indicazioni principali per il governo di Roma:

  • L’Italia, in qualità di Presidente di turno del G-8, potrebbe invitare l’Iran al tavolo di dialogo sulla sicurezza dei Ministri degli Affari Esteri che si terrà a Trieste tra il 25 ed il 27 giugno prossimi. In tale contesto il nostro governo potrebbe impegnarsi in un’azione diplomatica per la stabilizzazione in Afghanistan, Paese in cui è impegnato anche l’Esercito italiano. L’Iran, infatti, non può essere estromesso da un simile tavolo di discussione, avendo dei confini con l’Afghanistan ed influenzandone gli equilibri interni.
  • Nell’interesse comune di Italia, Stati Uniti ed Unione Europea e con l’ausilio delle altre organizzazioni internazionali presenti sul campo, il nostro governo dovrebbe seguire costantemente le evoluzioni della situazione nella regione sud-orientale del Sistan-Baluchistan. La zona, a maggioranza baluchi e sunnita, è stata nei giorni scorsi al centro di attentati e tentativi di destabilizzazione. Quest’area ha un’importanza primaria nelle rotte del narcotraffico dall’Afghanistan verso l’Occidente; inoltre il Baluchistan pakistano è strategicamente importante per le truppe in Afghanistan, quale possibile rotta suppletiva alle linee di rifornimento, rispetto al passo del Khyber.  
  • Qualunque sia il risultato delle elezioni presidenziali, il governo di Roma, quale rappresentante del maggiore interscambio commerciale con l’Iran rispetto agli altri Paesi dell’UE (circa 6 miliardi di euro, il 25% di tutti gli scambi Iran-UE), dovrebbe impegnarsi da subito per stabilire dei contatti diplomatici e fare pressioni per la risoluzione delle controversie tra Teheran e il mondo occidentale. Con tale scopo, l’Italia avrebbe bisogno di fare pressioni con gli alleati per un eventuale ingresso nel gruppo di negoziazione dei “5+1”. In tale prospettiva Roma potrebbe sfruttare il suo recente ingresso anche nell’INPRO (International Project of Innovative Nuclear Reactors an Fuel Cycle) nell’ambito dell’AIEA. 

Clicca qui per scaricare il Policy Brief completo

 

 

June 1, 2009

Inizia di nuovo il transito di petrolio Kirkuk-Yumurtalik: grande occasione, ma anche possibili instabilità

Filed under: Turchia, Iraq, Mappe

Oggi è un giorno molto importante per i rapporti tra Turchia ed Iraq, così come per quello tra il Governo Regionale Curdo dell’Iraq settentrionale (KRG, Kurdish Regional Government) e il governo centrale di Baghdad ed infine per il destino delle immense risorse petrolifere e gasifere dell’area dell’Iraq del Nord. A partire da oggi, dopo anni di chiusura, è stata riattivata la linea dell’oleodotto che da Kirkuk raggiunge Yumurtalik in Turchia, per poi sfociare nel porto di Ceyhan, da cui gli idrocarburi prenderanno la strada verso i Paesi europei.

I giacimenti che da oggi cominceranno a pompare petrolio verso la Turchia sono quelli di Taq Taq e di Tawke. Quest’ultimo è attualmente in gestione alla compagnia norvegese DNO International, mentre quello di Taq Taq dalla turca Genel Enerji CEO (facente parte della Cukurova Group) e dalla compagnia con base in Svizzera Addex Petroleum, che per la maggior parte opera nell’Africa occidentale. Il Ministro del Petrolio del KRG Khalid Salih ha annunciato che per il momento passeranno attraverso questa via circa 100.00 barili di petrolio al giorno, ma entro il 2010 si conta di raggiungere i 250.000 barili di petrolio al giorno e, per il 2011, di raggiungere addirittura la soglia del milione di barili di petrolio al giorno.

La Genel Enerji CEO ha già investito 350 milioni di dollari nello sfruttamento e lo sviluppo cel giacimento di Taq Taq e prevede di arrivare, entro la fine dell’anno, ad una produzione di 180.000 barili di petrolio al giorno solo da questa fonte. Inoltre, starebbe investendo altri 700 milioni di dollari (portando così l’investimento totale a più di un miliardo di dollari) per la realizzazione di una raffineria nell’area che potrebbe portare alla produzione aggiuntiva di altri 60.000 barili di petrolio al giorno.

Il problema legato allo sfruttamento, alla produzione e all’esportazione delle risorse di idrocarburi nell’Iraq del Nord, la regione curda, è quello della definizione dei diritti su tali risorse naturali tra Baghdad e il governo regionale di Irbil. Il Ministro del Petrolio iracheno Husain al-Shahristani continua infatti a mantenere la posizione secondo la quale l’Iraq non ritiene validi gli accordi firmati separatamente dal KRG con altre aziende straniere e multinazionali, sebbene ne siano stati portati a termine già parecchi e, come in questo caso, la produzione sia effettivamente cominciata.

Di tutti gli introiti derivanti dalle esportazioni Iraq-Turchia che sono iniziate oggi, l’80% andrà al governo centrale di Baghdad e il 17% all’autonomia curda. Ciò potrebbe sollevare dubbi anche in Turchia stessa, dal momento che una tale operazione andrebbe comunque ad accrescere il peso dei Curdi in Iraq e quindi, indirettamente, anche della comunità curda in Turchia stessa, con la paura che il flusso di denaro possa finire nelle mani dei guerriglieri del PKK, che proprio dalle montagne al confine tra il Sud-Est della Turchia e la regione autonoma del Kurdistan iracheno portano avanti i loro attacchi allo Stato turco.

In ogni caso, vale la pena di seguire da vicino le vicende che riguardano la gestione delle risorse petrolifere e di gas del Kurdistan iracheno, perchè ne scaturiscono anche i rapporti politici e di sicurezza tra Iraq, Turchia e altri attori coinvolti in maniera più o meno diretta, come gli Stati Uniti e l’Iran, così come per la questione curda interna alla Turchia. Ultimamente anche l’Europa, tramite lo sfruttamento delle risorse di gas dell’Iraq del Nord da parte della MOL e della OMV con il fine di alimentare il progetto Nabucco, è entrata in questo teatro. Teatro che, comesi prevedeva, sta acquisendo una rilevanza strategica sempre maggiore ed i cui nodi cominciano a venire al pettine. 

 

May 28, 2009

Il Baluchistan iraniano in fermento: futuro teatro di scontri?

Filed under: Iran, Mappe

A poche settimane dalle elezioni presidenziali che decideranno le sorti dell’Iran, previste per il 12 giugno, un attentato nel Sud-Est del Paese rischia di provocare delle turbolenze che vanno a sovrapporsi alle tensioni già esistenti, sia all’interno delle dinamiche stesse dell’Iran, che tra l’Iran e l’Occidente, in particolar modo gli Stati Uniti. Un attentato suicida ha provocato 23 morti in una delle due più importanti moschee sciite nella capitale dela Provincia del Sistan-Baluchistan, Zahedan. Anche la scelta del giorno è stata mirata, essendo il giorno delle celebrazioni della figlia di Maometto.

Sicuramente la scelta dell’attentato è stata dettata anche dal particolare momento dell’Iran, appunto a pochi giorni dalle prossime elezioni presidenziali che designeranno il successore di Ahamdi-Nejad alla guida del Paese (con lo stesso Presidente in carica in posizione avvantaggiata per un secondo mandato, rispetto agli altri candidati). Si noti che l’area coinvolta è a maggioranza Baluchi e sunnita, in opposizione ad un Paese a grande maggioranza sciita, in cui lo sciismo è la religione di Stato e il sunnismo è piuttosto marginalizzato e, nella quale i Baluchi-sunniti hanno storicamente condotto vari attacchi contro il potere centrale sciita.

Ciò è sempre accaduto, molto probabilmente, con il beneplacito se non con l’appoggio del Pakistan, con cui l’Iran condivide il confine baluchi e, soprattutto, grande potenza regionale sunnita, potenziale competitore dell’Iran per l’influenza in quell’area. Nel Sistan-Baluchistan iraniano opera da un paio di decenni il Jundullah (Soldati di Dio), organizzazione paramiliare e terroristica di matrice sunnita, finanziata proprio dai maggiori attori sunniti regionali, in chiave anti-regime degli Ayatollah. Questa potrebbe essere una chiave di lettura dell’attentato di Zahedan, vale a dire un tentativo di sconvolgere gli equilibri nazionali dell’Iran, con lo scopo di portare la popolazione su posizioni più ostili ad Ahmadi-Nejad e far sì che venga eletto un candidato presidenziale percepito come meno minaccioso da parte degli attori arabi e/o sunniti.

Ma non solo: come già sottolineato più volte, il Baluchistan, sia pakistano che iraniano, rappresenta un’area di fondamentale importanza strategica per gli Stati Uniti. Da questo territorio, infatti, dovrebbe passare il gasdotto che rifornirebbe di circa 8 miliardi di metri cubi di gas l’anno il Pakistan (e, di lì, forse anche l’India) e a cui Washington si oppone con forza e, inoltre, quest’area risulta molto importante anche per il corridoio del narcotraffico che dall’Afghanistan raggiunge l’Occidente. L’Iran ha ufficialmente condannato gli Stati Uniti per aver coperto l’attentato di oggi, tramite le parole del vice-governatore della Provincia del Sistan-Baluchistan, Jalal Sayah, che ha dichiarato di aver arrestato tre persone coinvolte nell’attentato e di avere le prove che Washington si troverebbe dietro l’attacco alla moschea.

Chiaramente questo (cioè le accuse agli Stati Uniti) è un tentativo delle forze conservatrici iraniane di non creare instabilità interna, deviando qualsiasi tipo di responsabilità e colpa verso il nemico esterno, mettendo nuovamente in moto quella retorica populista, nazionalista e anti-americana che ha senmpre unito attorno ai leader conservatori la popolazione iraniana. Anche il maggior candodato riformista, Mir Hossein Mousavi, ha in effetti puntato il dito contro le "forze straniere", allineandosi con la posizione della maggior parte degli ufficiali iraniani, per non rischiare di perdere consensi e le possibilità di vittoria il 12 giugno.

Le bombe di Zahedan, che colpiscono al cuore lo sciismo in una regione a maggioranza sunnita, sono dunque dei segnali importanti e da non sottovalutare per le dinamiche future dell’Iran: esse indicano che vi è una parte del Paese pronta a mettere in discussione la leadership sciita, così come è impostata; che nel Sud-Est comunque potrebbero nascere nuove lotte intestine che, sommate a quelle nelle aree nord-occidentali curde, potrebbero creare seri problemi alla stabilità del regime; che l’Iran non può dirsi completamente al sicuro rispetto il progetto anti-statunitense del cosiddetto "gasdotto della pace", almeno finchè non sia garantito un certo livello di sicurezza nella Provincia del Sistan-Baluchistan; infine, che gli attori esterni, Arabia Saudita, Pakistan e Stati Uniti, in primis, hanno la potenziale capacità di mettere in moto azioni tali da mettere in pericolo la stabilità di Teheran.

Da Zahedan arrivano dunque diversi segnali all’Iran. Probabilmente, più che influenzare il voto del prossimo 12 giugno, tali segnali appaiono diretti contro il futuro Presidente dell’Iran, chiunque esso sia. Costui avrà la consapevolezza d quanti e quali sono i vari probelmi a livello interno ed inernazionale con cui dovrà fare i conti. Tramite la presa in esame di tutte tali problematiche il nuovo Presidente iraniano dovrà scegliere se adottare una politica estera più accomodante, oppure inasprire ulteriormente i toni delle tensioni, fino a spingere il Paese in una -al momento alquanto scongiurata, ma non del tutto improbabile- nuova guerra contro l’Occidente e lo Stato di Israele.

 

May 25, 2009

L’Iran e il Pakistan firmano l’accordo per il gas che mette in difficoltà gli USA

Filed under: Iran, Mappe, Asia

In un incontro bilaterale tenutosi a Teheran tra alti rappresentanti dell’Iran e del Pakistan, l’Amministratore Delegato della Compagnia Nazionale Iraniana per l’Export del Gas Reza Kassaeizadeh ha dichiarato che l’Iran ed il Pakistan hanno raggiunto e firmato un accordo che prevede il trasferimento di circa 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Repubblica Islamica al Pakistan, attraverso una pipeline che, in futuro, sarà estesa anche all’India, per la realizzazione finale del cosiddetto "gasdotto della pace" o "gasdotto IPI" (aronimo che deriva da Iran-Pakistan-India), un progetto da quasi 7 miliardi di dollari.

Ahmadi-Nejad e la controparte pakistana Ali Zardari avrebbero firmato un accordo che prevede la costruzione di un gasdotto della lunghezza di 2.100 chilometri. Il gasdotto, qualora l’India volesse unirsi al progetto, potrebbe allungarsi di ulteriori 600 chilometri, per raggiungere la potenza asiatica. Per il momento, infatti, New Dehli si è tirata indietro, sebbene avesse dato la disponibilità nelle prime fasi dei lavori, in quanto non sarebbe riuscita a raggiungere un accordo con Islamabad circa le royalties da pagare al Pakistan per il passaggio del gas attraverso il suo territorio (Islamabad chiederebbe fino a 500 milioni di dollari l’anno, mentre l’India ne offrirebbe 200 milioni).

Da parte iraniana, la porzione di gasdotto che va da Asalouyeh a Iranshahr, vicino al confine con il Pakistan, è già stata realizzata, secondo quanto dichiarato da Kassaeizadeh. Rimarrebbero 250 chilometri da completare per far sì che il gas naturale proveniente dal gigantesco giacimento di South Pars possa rifornire anche il Pakistan attraverso questa linea e far sì, allo stesso tempo, che Teheran abbia altri ingenti introiti garantiti per i prossimi anni.

Proprio a tal proposito, l’Amministrazione statunitense potrebbe non essere soddisfatta dell’accordo, dal momento che darebbe maggiore stabilità all’economia iraniana e toglierebbe un po’ di peso alle sanzioni che Obama ha annunciato di voler inasprire se, entro la fine dell’anno, il regime degli Ayatollah non dovesse ancora essersi dimostrato in grado di portare avanti dei negoziati solidi sulla questione del nucleare. Inoltre, l’IPI potrebbe coinvolgere anche la Cina e permettere a Pechino, qualora entrasse a far parte di giochi, di limitare ulteriormente le importazioni di risorse naturali via mare, atraverso il pericoloso Stretto di Malacca: altra preoccupazione per Washington.

La Cina ha già investito ingenti quantità di denaro per la realizzazione di infrstrutture portuali a Gwadar, nel Sud del Pakistan, realizzando anche una raffineria. In tal modo, sempre più gas naturale, soprattutto dall’Iran e dal Qatar (in questo caso LNG), potrebbe raggiunere la Cina da Gwadar via terra, evitando i costi e i rischi del trasporto marittimo.

Ultima considerazione: sebbene pochi ne parlino, il Baluchistan, area attraverso il quale dovrebbe passare il gasdotto Iran-Pakistan, potrebbe essere una delle nuove terre di conquista degli USA, per vari motivi, ma soprattutto come principale linea di rifornimento, via Gwadar sempre, verso l’Afghanistan, adesso che il Khyber Pass sembra essere un’opzione non più a lungo perseguibile perchè troppo soggetta al rischio della guerriglia talebana. Come spiega in una brillante analisi su Asia Times on-line Pepe Escobar (consultabile qui), Washington già da tempo avrebbe messo gli occhi su quest’area di confine iraniano-pakistano, almeno per due motivi: oltre a quello già detto, sarebe un’ottima posizione strategica tra Iran, Pakistan ed Afghanistan per cercare di conquistare più controllo su un territorio che sembra essere sempre più perduto.

Infine, il controllo del Baluchistan, e qui si torna alla potenziale pericolosità per gli USA del’accordo di oggi tra Iran e Pakistan, permeterebbe di far arenare il gasdotto della pace, in favore del cosiddetto TAPI (TUrkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India), che taglierebbe fuori l’Iran. La partita dunque è destinata a spostarsi verso Sud, rispetto alle zone di confine tra Pakistan ed Afghanistan. L’Iran e il Pakistan hanno messo in difficoltà ancora una voltail Presidente statunitense Obama che, a questo punto, non solo dovrà rinforare le truppe, ma anche scegliere acuratamente come e dove impiegarle.

 

 

May 18, 2009

Il gioco del gas naturale nel Kurdistan iracheno: entra anche Nabucco (con OMV e MOL)

Filed under: Turchia, Iraq, Golfo, Mappe, Europa

Nella giornata di domenica si è raggiunto un importantissimo accordo in materia energetica che vede coinvolti gli Emirati Arabi Uniti, l’Europa e l’Iraq, in particolar modo la parte settentrionale amministrata dai Curdi. Nell’Emirato di Sharja due compagnie private degli EAU, la Dana Gas e la Crescent Petroleum, hanno siglato una jont venture con la ungherese MOL (Hungarian Oil and Gas Company) e il gigante austriaco del settore OMV. L’accordo prevede l’esplorazione e lo sfruttamento degli importanti giacimenti di gas nel Kurdistan iracheno di Khor Mor e Chemchemal.

L’investimento totale dell’operazione è stimato intorno agli 8 miliardi di dollari e i due giacimenti insieme potrebbero arrivare a produrre sino a 4 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Con questo accordo la MOL diventerà azionista al 10% della Pearl Petroleum Company (che cura gli interessi di Dana e Crescent in Iraq), mentre le due compagnie degli Emirati prenderanno ognuna il 3% di quella ungherese. Inoltre, anche la OMV diverrà titolare di un’altra fetta del 10% della Pearl Petroleum, in modo da assicurarsi una parte di fornitutre di gas naturale, soprattutto in vista della possibile implementazione del progetto Nabucco, per il quale le compagnie coinvolte sono ancora in fase di ricerca delle fonti necessarie affinchè l’ambito piano possa entrare ad essere operativo (problemi politici e diplomatici da risolvere a parte).

Sia la OMV che la MOL, infatti, sono impegnate nella realizzazione del Nabucco. Entrambe sono tra le compagnie del settore più importanti in tutta Europa, con una capitalizzazione di mercato che si aggira, per tutte e due, intorno ai 14 miliardi di dollari. Lo scopo principale delle due cimpagnie ungherese e austriaca sarebbe quindi quello di facilitare, una volta estratto dai campi della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, il gas naturale verso la Turchia e, da lì, immetterlo sul mercato europeo.

La stessa Turchia dovrebbe essere interessata all’operazione siglata domenica scorsa negli Emirati Arabi Uniti, perchè potrebbe aggiungere un altro importante tassello verso la realizzazione del Nabucco, cui è fortemente interessata anche la compagnia turca Botas. Ankara acquisirebbe un peso geopolitico e geostrategico del tutto fondamentale nel caso in cui si dovesse trovare nella posizione di fungere da Paese cruciale per il passaggio del gas naturale verso l’Europa, soprattutto in considerazione del fatto che ciò accadrebbe a discapito della Russia, al momento la maggiore fornitrice di tale risorse ai Paesi del Vecchio Continente.  

La potenziale instabilità del Kurdistan iracheno, però, pone degli ostacoli al processo di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti di gas presenti sul proprio territorio da parte di imprese straniere. Non è ancora ben chiaro infatti, nonostante il Governo Autonomo del Kurdistan iracheno abbia già preso contatti ed accordi con molte compagnie straniere, se alla fine tali contratti verranno rispettati o al contrario, sia per volontà/imposizione del governo centrale di Baghdad, sia per la possibilità di nuove fonti di instabilità nella regione (vedi la definizione dello status di Kirkuk), non si riuscirà a portare a termine questi progetti. 

 

March 31, 2009

Le elezioni in Turchia sono un segnale di allarme per Erdogan

Filed under: Turchia, Mappe

Il risultato che viene fuori dalle urne in Turchia, all’indomani delle elezioni amministrative del 29 marzo, risulta per certi versi inaspettato. Il maggior partito del Paese, l’AKP (Partito della Giustiza e dello Sviluppo) di Tayyip Recep Erdogan, si riconferma, a livello nazionale, come il partito che raccoglie più consensi. Nonostante ciò, l’AKP dovrebbe cogliere dall’espressione degli elettori turchi alcuni elementi di allarme, dal momento che il risultato finale non è quello che il Primo Ministro Erdogan sperava potesse essere.

L’AKP ha lasciato sul terreno circa l’8% dei voti totali, in confronto alle elezioni politiche del 2007, ultima consultazione elettorale tenutasi nel Paese prima dell’altroieri. Liddove, infatti, nel 2007 aveva raggiunto il consenso record di più del 47% dei voti, adesso si attesta a poco meno del 40%. D’altra parte, i due maggiori partiti di opposizione, il CHP e l’MHP, raggiungono circa il 25% ed il 15% rispettivamente, permettendo al primo di guadagnare quasi 4 punti percentuali rispetto alle elezioni politiche del 2007. Come se non bastasse, nella regione del Sud-Est, a maggioranza curda, non solo il DTP, partito che rappresenta la comunità curda, ha vinto le sue roccaforti come Diyarbakir, ma ha conquistato altre province rispetto alle amministrative del 2004 e, in generale, ha visto crescere i propri voti (che, a livello nazionale, si attestano intorno al 5%).

Erdogan si era posto almeno due obiettivi in queste elezioni: essere riconfermato come prima grand epotenza politica del Paese, indebolendo ulteriormente l’opposizione e conquistare le province del Sud-Est, in quella che lui stesso aveva definito una scelta dei cittadini "tra il portafoglio e l’identità", riferendosi al fatto che la questione curda gioca ancora un ruolo importantissimo nelle scelte elettorali di questa porzione di Paese. I Curdi hanno scelto l’identità, probabilmente come reazione alla campagna di Erdogan percepita a tratti come arrogante e, in parte, per il malcontento nei confronti del governo centrale di Ankara, viste le condizioni del Sud-Est, ancora ad un livello molto basso rispetto alla media nazionale. La crisi economica, che proprio tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 ha avuto i suoi effetti più evidenti in Turchia, ha sicuramente contribuito a creare malcontento nella popolazione.

L’altra preoccupazione di Erdogan adesso diventerà quella della riforma costituzionale, annunciata da mesi, ma in una situazione di stallo completo, soprattutto per via dell’ostruzionismo del CHP. Anche in questo caso, l’esito delle urne non facilita il compito del Primo Ministro, dal momento che il maggior partito di opposizione ha guadagnato terreno, invece di essere sconfitto definitivamente. In conclusione, le elezioni tenute in Turchia, anche se locali, hanno evidenziato i primi segni di sfiducia nei confronti dell’AKP, che per la prima volta dal 2002 perde consensi rispetto alla tornata elettorale precedente. Gli equilibri del Paese, tutto sommato, restano quasi inalterati, ma Erdogan dovrà riflettere bene sulle ragioni di questa "vittoria mutilata" e continuare sulla via delle riforme costituziuonali ed economiche da un lato e sugli investimenti per lo sviluppo del Sud-Est dall’altro, se intende guadagnare nuovamente i voti persi sul campo il 29 marzo. Se il Primo Ministro voleva un trionfo, i cittadini lo hanno riportato alla realtà: l’AKP potrebbe non essere invincibile e la crisi economica ha i suoi effetti anche in Turchia

 

Fonte: Today’s Zaman

Fonte: Today's Zaman 

March 30, 2009

Lo Shin Bet denuncia: esplosivi dall’Iran alla Strisica di Gaza

Secondo quanto dichiarato dallo Shin Bet ieri, l’Iran starebbe pesantemente riarmandpo i movimenti palestinesi all’interno della Striscia di Gaza, dopo la fine dell’operazione militare "Piombo Fuso", con cui l’IDF (Israeli Defence Forces) aveva debellato le infrastrutture di Hamas e la sua capacità offensiva.

Stando alle ricostruzioni dello Shin Bet, il tragitto degli esplosivi (70 tonnellate da due mesi a questa parte) partirebbe in Iran e raggiungerebbe la Striscia tramite lo Yemen, il Sudan e la penisola egiziana del Sinai.

 

Get free blog up and running in minutes with Blogsome
Theme designed by Jay of onefinejay.com