Obama, il Nobel, il realismo, la guerra umanitaria… e l’Iraq
Nel giorno della consegna a Oslo del Premio Nobel per la Pace al Presidente statunitense Barack Obama, quest’ultimo è stato molto chiaro ed il suo discorso, pieno di idee innovative da un lato e wilsioniane dall’altro circa la necessità della cooperazione tra tutte le nazioni per il perseguimento della pace nel mondo (così come, contemporaneamente, della imprescindibile intransigenza e effettiva efficacia delle sanzioni nei confronti degli Stati che si pongono al di fuori delle regole della Comunità Internazionale), dando dunque sfoggio di un realismo nudo e crudo, ha ribadito senza remore un concetto: la guerra non sarà un evento destinato a non essere più visto su questa terra. Di più: Obama ha praticamente sdoganato definitivamente il concetto di "guerra umanitaria", dicendo che a volte questa pare essere, e sarà ancora, l’unica soluzione per risolvere alcune controversie internazionali, soprattutto nella classica difesa dell’interesse e della sicurezza nazionale.
Nello stesso giorno, mi occupo nuovamente della guerra in Iraq, di cui gli Stati Uniti devono ancora essere protagonisti, almeno dal punto di vista della strategia, dal momento che la situazione si deteriora sempre di più. Più soldati in Afghanistan, dunque, ma con un occhio che deve restare fisso su Baghdad, perchè come già ricordato su questo stesso blog gli attentati nel Paese si intensificano e il motivo sembra essere legato alle elezioni in programma per il prossimo anno. Sul Caffè Geopolitico faccio un’analisi degli ultimi avvenimenti e provo a dare qualche chiave interpretativa per delineare possibili scenari nel breve termine.
[…]TUTTI ALLE URNE - Da un lato il ritiro statunitense, dall’altro le elezioni alle porte, quindi, e tutto da rifare. Le Forze di Sicurezza irachene da sole non sono chiaramente in grado di assicurare un seppur minimo livello di stabilità e sicurezza ai cittadini iracheni e, contemporaneamente, la battaglia politica per la suddivisione dei seggi in Parlamento e la ridefinizione degli equilibri interni, si sta trasformando ogni settimana che passa in una vera e propria guerra interna. L’obiettivo della logica terroristica è duplice: screditare lo sciita al-Maliki, attuale Primo Ministro (con ogni probabilità gli attentati sono perpetrati da gruppi vicini agli ambienti più radicali del sunnismo e degli ex ba’athisti) e boicottare a tutti i costi il processo di democratizzazione del Paese, minando la credibilità e la stessa messa in atto della prossima tornata elettorale. E’ così che gli Iracheni tornano a morire a centinaia per le strade e nelle piazze di Baghdad e, in Parlamento, si delinea un ormai quasi certo slittamento delle elezioni, inizialmente previste per il 18 gennaio. In effetti, dispiace dirlo, ma la strategia terroristica sta momentaneamente facendo vedere i suoi frutti: dopo l’accordo precedentemente raggiunto per la legge elettorale, infatti, il vice-Presidente Tariq al-Hashemi (un sunnita) ha posto il veto su tale legge. Motivo: tentare di dare più peso ai voti degli iracheni rifugiati all’estero, neanche a dirlo, la maggior parte sunniti. IL FUTURO E’ NERO - C’è dunque da aspettarsi qualche miglioramento nella situazione politica e di sicurezza interna dell’Iraq? Senza dover essere dei grandi analisti e senza voler apparire come delle Cassandre, la risposta sembra essere inevitabilmente negativa. Perché al-Qaeda o chi per essa dovrebbe smettere la propria strategia terroristica proprio ora che sta dando i suoi frutti, dividendo nuovamente il Paese che sembrava quasi sull’orlo di una riunificaziine nazionale solo un paio di anni fa? Nel momento in cui anche la stessa comunità sciita sembra essere sempre più divisa al suo interno, le destabilizzazioni di matrice sunnita sembrano poter riportare il Paese a sprofondare nel baratro e, in questo clima, si irrigidirebbero le misure di sicurezza e il governo sciita rischia di apparire sempre più dispotico e autoritario, tanto è vero che affiorano i primi accostamenti addirittura all’Iraq di Saddam Hussein, dando a molti iracheni l’impressione che sia legittimo combatterlo (proprio come vorrebbe il fondamentalismo sunnita che sta perpetrando gli attacchi). Ciò che accadrà nelle prossime settimane, prima che venga definita con certezza la data delle elezioni politiche, purtroppo non sembra difficile da prevedere e l’Iraq rischia così di tornare un terreno privilegiato per tutta la galassia terroristica di ispirazione qaedista, nel momento in cui, a livello internazionale, gli Usa sembrano volersi concentrare (quasi) solo sull’Afghanistan. Quando la discussione interna, poi, arriverà a coinvolgere anche l’unica porzione di Iraq in parte stabilizzata, il Kurdistan (con l’annosa questione di Kirkuk da risolvere), allora la situazione potrebbe davvero tornare incontrollabile e scatenare reazioni a catena in tutta la regione, coinvolgendo la Turchia, la Siria, l’Iran e gli USA in maniera ancora più diretta. Leggi di più su Il Caffè Geopolitico
