Stefano Torelli - World In Progress

December 10, 2009

Obama, il Nobel, il realismo, la guerra umanitaria… e l’Iraq

Filed under: Iraq

Nel giorno della consegna a Oslo del Premio Nobel per la Pace al Presidente statunitense Barack Obama, quest’ultimo è stato molto chiaro ed il suo discorso, pieno di idee innovative da un lato e wilsioniane dall’altro circa la necessità della cooperazione tra tutte le nazioni per il perseguimento della pace nel mondo (così come, contemporaneamente, della imprescindibile intransigenza e effettiva efficacia delle sanzioni nei confronti degli Stati che si pongono al di fuori delle regole della Comunità Internazionale), dando dunque sfoggio di un realismo nudo e crudo, ha ribadito senza remore un concetto: la guerra non sarà un evento destinato a non essere più visto su questa terra. Di più: Obama ha praticamente sdoganato definitivamente il concetto di "guerra umanitaria", dicendo che a volte questa pare essere, e sarà ancora, l’unica soluzione per risolvere alcune controversie internazionali, soprattutto nella classica difesa dell’interesse e della sicurezza nazionale.

Nello stesso giorno, mi occupo nuovamente della guerra in Iraq, di cui gli Stati Uniti devono ancora essere protagonisti, almeno dal punto di vista della strategia, dal momento che la situazione si deteriora sempre di più. Più soldati in Afghanistan, dunque, ma con un occhio che deve restare fisso su Baghdad, perchè come già ricordato su questo stesso blog gli attentati nel Paese si intensificano e il motivo sembra essere legato alle elezioni in programma per il prossimo anno. Sul Caffè Geopolitico faccio un’analisi degli ultimi avvenimenti e provo a dare qualche chiave interpretativa per delineare possibili scenari nel breve termine.

[…]TUTTI ALLE URNE - Da un lato il ritiro statunitense, dall’altro le elezioni alle porte, quindi, e tutto da rifare. Le Forze di Sicurezza irachene da sole non sono chiaramente in grado di assicurare un seppur minimo livello di stabilità e sicurezza ai cittadini iracheni e, contemporaneamente, la battaglia politica per la suddivisione dei seggi in Parlamento e la ridefinizione degli equilibri interni, si sta trasformando ogni settimana che passa in una vera e propria guerra interna. L’obiettivo della logica terroristica è duplice: screditare lo sciita al-Maliki, attuale Primo Ministro (con ogni probabilità gli attentati sono perpetrati da gruppi vicini agli ambienti più radicali del sunnismo e degli ex ba’athisti) e boicottare a tutti i costi il processo di democratizzazione del Paese, minando la credibilità e la stessa messa in atto della prossima tornata elettorale. E’ così che gli Iracheni tornano a morire a centinaia per le strade e nelle piazze di Baghdad e, in Parlamento, si delinea un ormai quasi certo slittamento delle elezioni, inizialmente previste per il 18 gennaio. In effetti, dispiace dirlo, ma la strategia terroristica sta momentaneamente facendo vedere i suoi frutti: dopo l’accordo precedentemente raggiunto per la legge elettorale, infatti, il vice-Presidente Tariq al-Hashemi (un sunnita) ha posto il veto su tale legge. Motivo: tentare di dare più peso ai voti degli iracheni rifugiati all’estero, neanche a dirlo, la maggior parte sunniti.  

IL FUTURO E’ NERO - C’è dunque da aspettarsi qualche miglioramento nella situazione politica e di sicurezza interna dell’Iraq? Senza dover essere dei grandi analisti e senza voler apparire come delle Cassandre, la risposta sembra essere inevitabilmente negativa. Perché al-Qaeda o chi per essa dovrebbe smettere la propria strategia terroristica proprio ora che sta dando i suoi frutti, dividendo nuovamente il Paese che sembrava quasi sull’orlo di una riunificaziine nazionale solo un paio di anni fa? Nel momento in cui anche la stessa comunità sciita sembra essere sempre più divisa al suo interno, le destabilizzazioni di matrice sunnita sembrano poter riportare il Paese a sprofondare nel baratro e, in questo clima, si irrigidirebbero le misure di sicurezza e il governo sciita rischia di apparire sempre più dispotico e autoritario, tanto è vero che affiorano i primi accostamenti addirittura all’Iraq di Saddam Hussein, dando a molti iracheni l’impressione che sia legittimo combatterlo (proprio come vorrebbe il fondamentalismo sunnita che sta perpetrando gli attacchi). Ciò che accadrà nelle prossime settimane, prima che venga definita con certezza la data delle elezioni politiche, purtroppo non sembra difficile da prevedere e l’Iraq rischia così di tornare un terreno privilegiato per tutta la galassia terroristica di ispirazione qaedista, nel momento in cui, a livello internazionale, gli Usa sembrano volersi concentrare (quasi) solo sull’Afghanistan. Quando la discussione interna, poi, arriverà a coinvolgere anche l’unica porzione di Iraq in parte stabilizzata, il Kurdistan (con l’annosa questione di Kirkuk da risolvere), allora la situazione potrebbe davvero tornare incontrollabile e scatenare reazioni a catena in tutta la regione, coinvolgendo la Turchia, la Siria, l’Iran e gli USA in maniera ancora più diretta.

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November 24, 2009

L’Iraq e l’incertezza sulle elezioni - al-Qaeda (o chi per lei) ha la meglio?

Filed under: Iraq

Dopo l’accordo sulla legge elettorale irachena, raggiunto appena due settimane fa (l’8 novembre), si complica nuovamente la questione legata alle prossime elezioni del gennaio 2010, in seguito al veto posto sulla stessa legge dal vice-Presidente Tariq al-Hashemi. Per la Costituzione irachena, infatti, qualsiasi dei tre membri del Consiglio Presidenziale (composto dal Presidente Jalal Talabani e due vice-Presidenti), può apporre il proprio veto su una legge emanata dal Parlamento, in modo tale da rimandarla alla Camera legislativa, dove dovrà essere approvata da una maggioranza del 60%.

Al-Hashemi, un sunnita, contesta in particolare il primo articolo della legge in questione, che non darebbe abbastanza peso agli iracheni all’estero ed alle minoranze. Anche lo stesso Presidente Talabani ha dichiarato di voler dare maggiore rappresentanza alle minoranze, alzandone il numero di seggi in Parlamento. In maniera particolare, si riferirebbe ai Cristiani e agli iracheni espatriati, avendo intenzione di attribuire a tutte queste minoranze il triplo deo seggi attuali, passando dal 5% del totale al 15%. La questione è molto importante per gli interessi sunniti, rivendicati dal vice-Presidente al-Hashemi. Come conseguenza della caduta del regime di Saddam, a maggioranza sunnita, infatti, la gran parte degli iracheni che hanno lasciato il Paese sono proprio dei sunniti. E’ facile comprendere quanto sia importante per la comunità sunnita in Iraq recuperare i voti degli Iracheni all’estero nel ridefinire gli equilibri del Paese.

Nonostante il Primo Ministro Nour al-Maliki abbia accusato al-Hashemi di voler destabilizzare il processo elettorale, costituzionalmente la sua decisione dovrebbe essere accettata e la legge dovrebbe tornare in Parlamento. Ciò vorrebbe dire quasi sicuramente uno slittamento delle elezioni previste per il 18 gennaio e una crescita del clima di instabilità ed incertezza in Iraq. All’orizzonte, se le elezioni dovessero saltare a data da definirsi, si prospetterebbe una nuova stagione di terrorismo e violenza, nell’attesa di determinare le nuove influenze in Iraq. La tornata elettorale potrebbe porre in parte fine all’instabilità, ma se tale appuntamento dovesse slittare ulteriormente, il Paese potrebbe assistere a nuovi squilibri, a tutto vantaggio della comunità sunnita, anche di quella più estremista collegata con al-Qaeda ed i suoi affiliati.

November 2, 2009

La Turchia entra nell’Iraq del Nord

Filed under: Turchia, Iraq

Lo scorso fine-settimana i Ministro degli Affari Esteri turco Ahmet Davutoglu si è reato in visita ufficiale nella Provincia Autonoma Curda del Nord Iraq. Davutolgu ha avuto un colloquio con Massoud Barzanil leader dei Curdi iracheni, in cui ha espresso la sua approvazione circa le politiche condotte da Barzani nella regione e auspicato che i rapporti tra Turchia e Nord Iraq possaon migliorare ulteriormente. Il viaggio di Davutoglu è, tra l’altro, il primo di un Ministro degli Esteri della Turchia nell’Iraq settentrionale, in cui lo Stato turco sospetta che trovino rifugio i guerriglieri curdi del PKK, da quasi trent’anni in lotta aperta con il governo di Ankara, tramite azioni di terrorismo e attentati nella zona di frontiera tra l’Iraq e la Turchia, nel Sud-Est turco. La Turchia ha aperto un consolato nella città di Mosul e annunciato che presto ne aprirà un altro ad Arbil, capitale della Provincia curda irachena.

La visita di Davutoglu risulta essere molto importante, considerando il fatto che solo due anni fa la Turchia era sull’orlo di un vero e proprio conflitto armato con i Curdi iracheni, essendo arrivaa a minacciare un’invasione delle truppe di terra a seguito di un sanguinoso attentato che aveva provocato la morte di molti militari turchi al confine. Ankara, da allora, ha accusato il Governo Regionale Curdo (KRG) dell’Iraq settentrionale di essere complice del PKK, ordinando vari raid aerei in territorio iracheno (in una escalation che ha rischiato di compromettere anche i rapporti tra la Turchia e gli Stati Uniti). Inoltre, il riavvicinamento tra i Curdi iracheni e la Repubblica di Turchia arriva in un momento cruciale per i rapporti tra lo Stato turco e la propria comunità curda, dal momento che proprio in queste settimane Ankara ha avviato una road map che permetta di porre fine agli scontri con il PKK, tramite riforme che rconoscano maggiori diritti alla minoranza curda in Turchia.

In prospettiva, i rapporti più stretti tra Barzani e la Turchia potranno essere funzionali, oltre che alla lotta al PKK da parte di Ankara, al miglioramento delle relazioni tra la Turchia ed il governo centrale di Baghdad. In quest’ottica, Ankara starebbe tentando anche di ricucire lo strappo creatosi tra Baghdad e la Siria, dal momento che l’Iraq ha tagliato le relazioni diplomatiche con Damasco, accusando il vicino arabo di essere parte in causa degli attentati che stanno destabilizzando l’Iraq, alla vigilia delle elezioni del prossimo gennaio. Il miglioramento dei rapporti con l’Iraq settentrionale potrebbe dunque aiutare a superare le tensioni esistenti tra la Turchia e l’Iraq, dando la possibilità ad Ankara di continuare la sua pera di mediazione delle controversie mediorientali, da una posizione di rinnovata credibilità e imparzialità. Nel lungo termine, sicuramente il comportamento di Ankara nei confronti del Nord Iraq, determinerà le relazioni della Turchia con tutto il resto del Paese.  

October 25, 2009

Baghdad brucia

Filed under: Iraq

Che la situazione in Iraq non fosse affatto stabilizzata e che ancora (anzi, forse soprattutto ora, dopo il ritiro delle truppe statunitensi dalle città irachene) vi fosse un clima da guerra civile, lo si dice da sempre. Con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale di inizio 2010, in cui la popolazione è richiamata a rinnovare il Parlamento del Paese, dando il via alla nuova distribuzione di potere interna, i tentativi di influire e boicottare l’appuntamento elettorale si intensificano, secondo gli interessi di molti attori in gioco. Già il 19 agosto scorso si era verificato un gravissimo attentato nel centro della capitale irachena, che provocò la morte di più di 100 persone e, per di più, nella cosiddetta Zona Verde, la porzione di territorio più blindata di tutto il globo. In quel caso l’Iraq ha ufficialmente condannato la Siria di aver aiutato gli attentatori a perpetrare la strage; si è così creata la frattura (ancora non ricucita, nonostante i tentativi di mediazione turchi) tra i due Paesi, nella quale di è inserita anche l’Arabia Saudita (Riyad ha tutto l’interesse, infatti, nel vedere il governo sciita di al-Maliki indebolito, e su questo aspetto le politiche di Damasco ed Arabia Saudita sembrano convergere).

Stamattina un altro attentato, sempre nel centro di Baghdad ed all’interno della super-fortificata Zona Verde (uno degli obiettivi è stata la sede del Ministero della Giustizia), ha provocato una strage ancora maggiore di quella di agosto. Almeno 140 le vittime, in quello che sembra essere a tutti gli effetti un attacco diretto alle istituzioni del nuovo fragile Stato iracheno, con lo scopo di destabilizzarne il processo di democratizzazione, acuendo i contrasti settari e politici che permangono all’interno delle dinamiche irachene. Anche in questo caso, non si può far finta di niente di fronte alla considerazione di quanti a quanto influenti siano gli attori esterni che, per ragioni di varia natura, gioverebbero dall’indebolimento e la perdita i credibilità dell’Iraq e dell’attuale esecutivo a maggioranza sciita in Iraq.

Sicuramente l’Iran, ma per motivi opposti soprattutto forze regionali come l’Arabia Saudita, la Siria, l’Egitto e molte organizzazioni di stampo terroristico-islamico, hanno interesse nel vedere un Iraq ancora modellabile a proprio piacimento, ognuno nel tentativo di imporre la propria influenza in quel territorio, per poter così guadagnare più potere nella distribuzione dei ruoli e delle funzioni dell’intera area mediorientale. Ciò dovrebbe far riflettere circa il fatto che la stabilità del futuro Stato iracheno dipende anche, e per certi versi soprattutto, dagli equilibri di tutto il Medio Oriente. Come in parte il Libano, infatti, anche l’Iraq è diventato teatro degli scontri esterni al Paese stesso, per effetto della debolezza ed impermeabilità delle sue istituzioni e dei propri confini.

In questo gioco di potere, sembra quasi che gli Stati Uniti, tradizionalmente arbitri di gran parte dei destini della regione mediorientale, siano adesso senza soluzioni per la quesitone irachena, essendone quasi tagliati fuori. Da un lato l’Iran sembra favorire in Iraq un governo sciita di basso profilo, in modo tale da renderlo più soggetto alle proprie volontà. Per ciò che riguarda una maggioranza sciita, questa è però anche l’idea statunitense per un futuro Iraq, salvo il fatto che Washington vedrbbe di buon gusto un governo forte e democratico, che possa opporsi a livello di immagine proprio al vicino regime dei Pasdaran. In tutto ciò, le potenze arabe filo-occidentali, in questo, hanno una visione diversa al tradizionale alleao statunitense, preferendo un governo maggiormente rappresentato dai Sunniti.

E’ in questa cornice che si inquadrano gli odierni attentati a Baghdad, in un clima di tensione sempre più palpabile, che lascia presagire un’intensificazione degli attacchi e degli scontri interni, man mano che il Paese si avvicina alle urne e i protagonisti della vita politica interna continuano ad essere sotto scacco dell’influenza di attori esterni da un lato e, dall’altro, sotto il costante mirino delle organizzazioni terroristiche, che vedono in un territorio istituzionalmente martoriato e debole come quello iracheno, un terreno fertile per le proprie azioni

September 2, 2009

La Turchia media nella crisi diplomatica tra Iraq e Siria

Filed under: Turchia, Siria, Iraq

Passata quasi del tutto sotto silenzio in gran parte della stampa italiana ed europea, la settimana scorsa è avvenuta una svolta molto importante, quanto pericolosa per gli assetti futuri del Medio Oriente: lo strappo politico-diplomatico tra l’Iraq e la Siria. A seguito della sanguinosa ondata di attentati che lo scorso 18 agosto ha colpito la capitale irachena Baghdad e, specificamente, il suo cuore politico-amministrativo a due passi dalla Green Zone, provocando più di cento vittime in un solo giorno, il governo iracheno ha duramente attaccato Damasco per essere stata responsabile degli attentati. L’accusa sarebbe, come già Barack Obama aveva ribadito qualche mese fa, quella di far passare tramite il territorio siriano il "90% degli attentatori" in Iraq.

Immediatamente Baghdad, il 19 agosto, ha richiamato il proprio ambsciatore a Damasco e il fatto ha suscitato le ire del Presidente siriano al-Assad, facendolo ritirare a sua volta l’Ambasciatore siriano a Baghdad, Nawaf al-Fares, aprendo la via per una vera e propria crisi diplomatica tra i due Paesi. In effetti, sembra che le autorità irachene, a fronte di un’accusa così grave nei confronti del governo siriano, non abbiano fornito prove del coinvolgimento di Damasco negli attentati, ma solo sospetti e ciò avrebbe provocato la altrettanto dura reazione del regime damasceno. 

Cosa c’è dietro lo scontro e perchè è così importante? Prima di tutto bisogna considerare che l’Iraq si trova alla vigilia di importanti elezioni parlamentari, dalle quali risulterà il futuro assetto politico del Paese. In un siffatto momento, soprattutto dopo il ritiro delle truppe statunitensi dalle città irachene, il governo di al-Maliki ha bisogno certo di tutto, tranne che di mostrare come ancora no sia in grado di assicurare i pur minimi livelli di sicurezza ai propri cittadini e di non avere il controllo pieno nemmeno del cuore pulsante della capitale Baghdad. Dunque, sarebbe opportuno politicamente additare un’entità esterna quale mente degli attentati, in modo tale da scrollarsi di dosso parte delle responsabilità.

Dal momento che l’Iran, tradizionalmente preso come capro espiatorio di gran parte dei disordini iracheni del post-2003, sembra avere ancora abbastanza seguito tra alcune frange dello sciismo iracheno e, dunque, puntare il dito contro Teherna potrebbe sollevare nuove questioni intra-religiose in Iraq tra Sunniti e Sciiti, al-Maliki potrebbe dunque aver "scelto" Damasco, già accusata di fornire supporto logistico agli attentatori diretti in Iraq. Il fatto è che la mossa potrebbe rivelarsi controproducente dal momento che la Siria, come già sottolineato più volte, in questo momento ha riacquistato gran parte della credibilità regionale ed internazionale persa negli anni passati e, alla luce di questo fatto, potrebbe essere fondamentale nel processo di normalizzazione dell’Iraq. Dunque, tenerla fuori dai giochi in questo modo e, soprattutto, con tali gravissime accuse, potrebbe costituire un passo falso per la stabilizzazione regionale.

Inoltre il Presidente Barack Obama ha apparentemente lasciato che la controversia, così come è nata, venga risolta direttamente da Baghdad e Damasco, senza voler intervenire in prima persona per interessarsi dell’affare (che pur dovrebbe interessare Washington molto da vicino, in ottica stabilizzazione post-guerra in Iraq). Ecco dunque che, nuovamente, tocca alla Turchia intervenire per tentare di ricucire gli strappi, forte dei buoni rapporti che ha maturato negli ultimi anni sia con l’Iraq, che soprattutto con la Siria. Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu si è recato ieri in visita ufficiale a Baghdad, dove ha incontrato direttamente al-Maliki e cercato di ricomporre le posizioni di Iraq e Siria, potendo mediare anche su un’altra questione: l’acqua. L’Iraq ha contenziosi idrici sia con la Turchia, che con la Siria ed Ankara potrebbe, come già fatto in passato, arrivare a proporrre delle soluzioni di compromesso che soddisfino tutti e evitino una escalation dello scontro. In tal modo la Turchia continua incessantemente ad esercitare il ruolo di mediatore regionale, che ne sta accrescendo sempre più il prestigio.

August 20, 2009

La Siria tra Iran, Iraq e Occidente

Filed under: Turchia, Siria, Iraq, Iran


A conferma dell’analisi pubblicata nel post di ieri circa le posizioni assunte dalla Siria negli ultimi mesi nel contesto mediorientale, quale forza capace di mediare e influenzare i processi politico-diplomatici dell’area, nell’ultima settimana due fatti molto importanti hanno messo nuovamente in luce l’importanza del regime di Damasco nella regione. Ciò anche a discapito delle voci che, a seguito delle elezioni libanesi dello scorso giugno (che per alcuni sono state a torto lette come il segno della sconfitta di Hezbollah), la Siria avrebbe perso quel peso che aveva acquisito negli anni precedenti.

Su due fronti fondamentali per i futuri assetti della completa regione mediorientale, Iraq ed Iran, Damasco ha dimostrato negli ultimi tre giorni di essere influente come prima, se non di più, mandando dei segnali all’Occidente ed agli Stati Uniti e facendo intendere di dover passare proprio per Assad per risolvere molti nodi ancora intricati. Tre giorni fa si è recato in visita ufficiale a Damasco il Primo Ministro iracheno Nour al-Maliki. La visitia è stata molto importante nella misura in cui ha dimostrato il peso siriano non solo nella stabilizzazione irachena, ma anche nella mediazione diplomatica con un altro vicino molto attivo in Medio Oriente: la Turchia. Da decenni Baghdad ed Ankara hanno dei contenziosi circa il flusso di acqua del fiume Eufrate che dalla Turchia, tramite Siria, scorre in Iraq. Il governo iracheno accusa Ankara di non lasciar scorrere abbastanza acqua per soddisfare i propri bisogni legati all’agricoltura e Damasco, che ha in parte risolto a sua volta le divergenze con la Turchia circa il flusso del fiume, si è proposta di portare la questione all’attenzione di Ankara.

A parte tale questione interna ai Paesi della regione, la Siria potrebbe essere fondamentale per la stabilizzazione dell’Iraq, grazie al controllo sulla frontiera occidentale irachena. Il fatto che il Paese sia ancora lontano da una normalizzazione, dopo il ritiro delle Forze statunitensi dai centri urbani, è stato nuovamente dimostrato dalla serie di attentati che ieri hanno colpito la capitale irachena, provocando quasi 100 vittime.

Insieme all’impegno e all’influenza siriana in Iraq, rimane fondamentale il rapporto privilegiato che intercorre tra Damasco e Teheran, anche in questo caso a discapito delle analisi che avrebbero voluto i due in rotta per via di divergenze politiche, a partire dal riavvicinamento siriano-saudita, fino ai colloqui siriano-statunitensi. In realtà proprio questa intensa attività diplomatica di Damasco su tutti i fronti potrebbe essere il segnale di un tentativo di mediazione tra il regime iraniano e l’Occidente da un lato e il mondo arabo-sunnita dall’altro. A confermare la buona natura dei rapporti tra Siria e Iran, infatti, ieri è sopraggiunta la visita ufficiale del Presidente siriano Bashar al-Assad a Teheran, dove si è congratulato con Ahmadi-Nejad per la ri-elezione ed ha avuto un colloquio anche con la Guida Suprema Ali Khamanei.

All’indomani della liberazione della ricercatrice francese Clotilde Reiss, con i seguenti ringraziamenti pubblici del Presidente Nicolas Sarkozy ad Assad per l’impegno nella mediaizone dell’affare, la visita di quest’ultimo a Teheran suona proprio come una sorta di avvertimento. Assad ha precisato che l’elezione di Ahmadi-Nejad è un segnale forte per le potenze straniere che tentano di interferire negli affari interni iraniani, così come la Guisa Suprema Khamenei ha sottolineato il ruolo siriano di “resistenza” rispetto alle ingerenze occidentali in Medio Oriente. Assad ha dimostrato così di essere ancora un personaggio ritenuto affidabile a Teheran, volendo far capire al mondo occidentale che una possibile strada per il dialogo con l’Iran dovrà gioco forza passare per il palazzo presidenziale di Damasco.

 

July 27, 2009

I Curdi ed il Kurdistan iracheno

Filed under: Turchia, Iraq

Domenica scorsa si sono svolte le elezioni nel Kurdistan iracheno, per il rinnovo del Governo Regionale Curdo (KRG), organo rappresentativo della regione settentrionale irachena. I Curdi tornano a dominare il dibattito politico in Iraq, non solo per le elezioni, in realtà scpontante nell’esito (l’alleanza PUK-KDP è troppo forte e senza sostanziali avversari), ma perchè è sempre più alle porte la resa dei conti circa tutti i nodi ancora da sciogliere in Iraq e che, direttamente o indirettamente, passano per la regione del Kurdistan, caratterizzata da troppe ambiguità.

[…] Prima su tutte è la questione della forma istituzionale che si dovrà dare all’Iraq del futuro. I Curdi attualmente gestiscono in maniera autonoma la regione settentrionale del Paese, ma dipendono dal governo centrale di Baghdad. Questo è stato, fin dai primi anni ’90, un escamotage grazie al quale si è evitata la completa indipendenza del Kurdistan (che avrebbe avuto ripercussioni serie anche su almeno altri due Stati che ospitano significative minoranze curde: la Turchia e l’Iran). Il problema che ora si pone è quello di scegliere tra un Iraq federale e, quindi, diviso su basi etnico-religiose (Curdi al Nord; Arabi sunniti al Centro; Arabi sciiti al Sud), oppure uno Stato centralizzato che abbia in Baghdad il punto decisionale unico.

Ciò detto, soprattutto se si dovesse andar everso lo stato federale, vi sarà da risolvere la spinosissima questione della città di Kirkuk: seduta su un mare di petrolio e, dunque, fonte di immense rendite per il futuro, e rivendicata dai Curdi. Si può scommettere che la parte restante del Paese è pronta a tutto purchè questo scenario non si delinei e i Curdi non diventino i veri padroni dell’Iraq. A proposito di idrocarburi, vi è comunque ancora da risolvere la controversia, sempre legata al Kurdistan iracheno, circa i contratti che il KRG ha già concluso con molte aziende straniere, ma che Baghdad ha dichiarato nulli, in quanto non firmati anche dal governo centrale. L’orizzonte è tutt’altro che pacifico, dunque. E i Curdi sono coinvolti in tutti tali processi. […]

Leggi l’analisi completa su Il Caffè Geopolitico

July 17, 2009

Outlook Medio Oriente 2009

E’ on-line l’outlook Medio Oriente 2009 di Equilibri.net, coordinato da me. L’outlook si concentra sulle valutazioni del post-voto in Israele, Libano ed Iran e sulle ripercussioni che vi saranno in Egitto e Siria, ma anche sulla situaizone di due particolari Paesi al bivio: l’Iraq, che ha alle porte importanti appuntamenti elettorali e politici dopo il ritiro dalle città delle truppe statunitensi, e lo Yemen, sempre più a rischio di collasso istituzionale per via della fragilità che caratterizza il suo sistema politico-economico e sociale a livello interno. L’editoriale è di Giacomo Goldkorn. Hanno partecipato Marco Di Donato, Massimiliano Frenza Maxia, Lorenzo Nannetti, Gianmaria Vernetti ed io.

Cliccando qui potrete scaricare l’Outlook gratuitamente in formato pdf

July 11, 2009

Gli Stati Uniti e l’Iraq: ogni lasciata è persa?

Filed under: Iraq

Pubblico stralci della mia nuova analisi pubblicata su Lo Spazio della Politica, riguardante il ritiro statunitense dalle città irachene e le possibili conseguenze che potrebbero scaturirvi in termini di interessi statunitensi e instabilità nel Paese, in modo particolare nel Nord a maggioranza curda:

[…] Il ritiro statunitense lascia delle serie responsabilità riguardo la sicurezza agli iracheni e, soprattutto, lascia molti dubbi sull’effettivo disimpegno di Washington dall’Iraq, dal momento che la presenza e l’influenza in quell’area risulta ancora cruciale per la strategia e gli obiettivi geopolitici statunitensi. […] L’Iraq, inutile ripeterlo, non è tanto importante per le risorse di idrocarburi che nasconde nel proprio sottosuolo. O meglio, sicuramente lo è, ma gli Stati Uniti hanno ben altri interessi nel territorio iracheno, che vanno ben oltre lo sfruttamento degli idrocarburi o gli introiti derivanti dall’estrazione e la produzione di petrolio e gas da parte delle compagnie statunitensi del settore. La riprova, almeno per ora, è il fatto che dal giorno in cui sono stati messi all’asta dal governo centrale di Baghdad i diritti per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi del Paese, le imprese statunitensi si sono tirate momentaneamente indietro a causa di divergenze contrattuali: per ora solo la britannica British Petroleum e la cinese CNPN International Ltd hanno ottenuto le licenze per un giacimento, quello di Rumaila. […]

[…] Dunque qual è il motivo della presenza statunitense in Iraq? Si tratta di ragioni geostrategiche, basta guardare bene la mappa del Medio Oriente: l’Iraq si trova esattamente al centro della grande regione mediorientale, area cruciale per gli equilibri globali. Tramite la presenza all’interno dei confini nazionali iracheni, gli Stati Uniti hanno un ottimo punto di osservazione e controllo per quanto riguarda l’Iran ad Est, il Caucaso a Nord e l’Asia Centrale a Nord-Est. […] Il controllo dell’Iraq è anche funzionale alla deterrenza nei confronti di un altro attore mediorientale con cui gli Stati Uniti hanno sempre avuto rapporti difficili: la Siria. […]

[…] Non è per niente scontato che Washington riesca ad imporre la propria idea di nuovo stato iracheno, dal momento che tutti gli sviluppi sembrano andare in direzione di una sorta di Stato federale, con gli Sciiti al Sud, i Sunniti al centro ed i Curdi a Nord. Gli USA, al contrario, preferirebbero un modello più centralizzato, che dia più potere al governo di Baghdad, possa contenere le controversie insite in una simile divisione amministrativa, derivanti soprattutto dallo svantaggio che ne avrebbero i Sunniti in termini di area assegnata (dal momento che le zone più ricche sono il Sud ed il Nord) e non dia troppa autonomia ai Curdi ed agli Sciiti. […]

Clicca qui per leggere l’analisi completa

 

June 30, 2009

Al via la “spartizione” del petrolio in Iraq. Ma Kirkuk esplode

Filed under: Iraq

Dopo il ritiro di ieri delle Forze statunitensi da tutti i centri urbani, come previsto dagli accordi del SOFA (che peraltro dovranno essere confermati tramite referendum popolare adi inizio 2010), l’Iraq ha oggi ufficialmente aperto l’asta per lo sfruttamento e l’implementazione delle immense risorse petrolifere presenti nel Paese. Ad accaparrarsi i primi contratti in assoluto, riguardanti il giacimento di Rumaila (circa 18 miliardi di barili di petrolio di riserve) sono state la britannica British Petroleum (BP) e la cinese CNPC International Ltd che hanno raggiunto l’accordo per un contratto ventannale secondo il quale dovranno arrivare a produrre fino a 2,8 milioni di barili di petrolio giornalieri e, secondo quanto dichiarato dal Ministro per il Petrolio iracheno al-Shahristani, riceveranno dallo Stato un prezzo di 2 dollari per ogni barile prodotto.

Per il momento, dei 6 giacimenti (di cui due gasiferi) per cui l’Iraq ha disposto l’asta internazionale, solo quello di Rumaila è stato assegnato. Non sono mancate, infatti, le controversie circa i prezzi per ogni barile prodotto con altre compagnie per altri giacimenti petroliferi. Le cinesi Sinopec e CNOOC hanno rifiutato la concessione del giacimento di Maysan, dal momento che, a fronte di una richiesta di 25,4 dollari al barile, hanno ricevuto da Baghdad l’offerta di 2 dollari. Allo stesso modo la statunitense ConocoPhilips ha rifiutato l’offerta del governo iracheno di 4 dollari per ogni barile prodotto dai giacimenti di Bai Hassan, avendo fatto richiesta di 26,7 dollari al barile.

In ogni caso, gli introiti derivanti dalle immense risorse di idricarburi irachene (stimate in circa 45 miliardi di barili di petrolio), saranno ingenti e saranno l’imprescindibile base per la ricostruzione del Paese, martoriato da 6 lunghi anni di guerra, oltre che dal retaggio dei trent’anni di regime di Saddam Hussein. Shahristani ha dichiarato che l’obiettivo principale è quello di raggiungere, entro il 2014, una produzione di almeno 4 milioni di barili di petrolio al giorno. Secondo i calcoli del governo iracheno, in questo modo nelle casse dello Stato entreranno circa 1.700 miliardi di dollari nei prossimi 20 anni di cui, secondo quanto detto dal Primo Ministro al-Maliki, solo 30 miliardi finiranno nelle casse delle compagnie straniere.

Resta da risolvere il nodo della questione delle risorse di petrolio e gas presenti nel sottosuolo del Nord e dell’Est governato dai Curdi. Nei mesi passati, infatti, il Governo Regionale Curdo (KRG) ha concluso dei contratti con molte compagnie stranier eper lo sfruttamento delle risorse di gas e petrolio. Tra tali accordi, vi è quello del mese scorso con compagnie di Austria e Ungheria in chiave Nabucco, per l’esportazione del gas naturale. Il governo centrale di Baghdad non ha riconosciuto la legittimità di tali stipule, giudicandole senza valore legale. Non è una caso che, proprio nei giorno delle aperture da parte di Baghdad delle concessioni dei diritti sui giacimenti petroliferi e gasiferi del Paese, Kirkuk, città simbolo della controversia tra i Curdi e le altre comunità irachene, sia stata oggetto di ben due gravi attentati che hanno portato alla morte di almeno 50 persone.

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