Stefano Torelli - World In Progress

November 17, 2009

L’Iran è sempre l’Iran. E l’Italia?

Filed under: Iran

Dopo cinque mesi dalle contestate elezioni in Iran e l’indignazione dei governi e le opinioni pubbliche occidentali, in Iran sembra essere tornato tutto come prima. Se ne parla ormai soltanto come negoziatore nella propria questione nucleare, come attore mediorientale peraltro in crescita (e da un lato è anche vero), ma in gran parte dei casi si è tornati a tacere circa la natura delle istituzioni iraniane ed i comportamenti internazionali del regime dei Pasdaran (non più degli Ayatollah…) guidato da Ahmadi-Nejad. Publbico di seguito alcuni stralci di un mio intervento di oggi su Lo Spazio della Politica:

E ci voleva Saviano in prima serata su RaiTre perché tutti noi ci ricordassimo che esiste ancora un posto, di cui peraltro qualche mese fa erano piene le prime pagine di tutti i quotidiani mondiali, in cui si continua a stuprare i dissidenti politici in carcere e a reprimere le manifestazioni di piazza, come accaduto ancora una volta la settimana scorsa. […] Eppure di cose ne sono accadute: come dicevamo, abbiamo assistito alle provocazioni di un Presidente (probabilmente figlio di brogli elettorali) che ha nominato Ministro un ricercato internazionale, che ha ordinato i processi e le condanne a morte (le condanne a morte!) di giovani attivisti e studenti, rei di aver tentato di manifestare il loro dissenso al regime. Siamo stati testimoni della fiera domanda di uno studente genietto della matematica, Mahmoud Vahidnia, alla Guida Suprema del Paese, il Capo di Stato Ayatollah Ali Khamenei, in un incontro all’Università di Teheran: “Ayatollah, ma perché non è possibile contestarla? Lei crede di non fare errori?”. Altro che Saviano su RaiTre: la televisione di Stato, che mandava in diretta l’incontro della Guida Suprema con gli studenti, ha immediatamente sospeso le trasmissioni. E lo studente? Chissà, speriamo di non sentir parlare di lui come della prossima vittima “nemica dello Stato”. […]

Nel frattempo nella Provincia Sud-orientale del Sistan-Baluchistan un attentato, neanche un mese fa, ha provocato la morte di decine di persone, tra cui il vero obiettivo: alcuni elementi di spicco dei Pasdaran, il corpo militare formatosi dopo la Rivoluzione del 1979 e spina dorsale dell’establishment che mantiene al potere Ahmadi-Nejad. Anche qui, se ne è parlato, ma solo per sottolineare le difficoltà (comunque vere) del regime a mantenere la stabilità, senza voler approfondire. Senza voler spiegare che, dietro ai terroristi che hanno perpetrato l’attentato, vi sono anni e anni di ingiustizie sociali, in una delle pochissime aree del Paese a maggioranza sunnita (il regime è sciita) e di etnia Baluchi e non persiana. Storie di emarginazione e disuguaglianze istituzionalizzate, dunque, dietro il terrorismo nel Sud-Est dell’Iran. Ma alla stampa italiana che ha riportato la notizia è bastato sottolineare come il regime fosse in difficoltà. Salvo, poi, nel giro di una settimana, ritornare a parlare del regime iraniano come di un rispettabilissimo attore che negoziava con i grandi del mondo circa il proprio programma di arricchimento dell’uranio. La Russia si offre di arricchire l’uranio di Teheran, garantendo così livelli di arricchimento necessari per l’uso civile, ma non sufficienti per un uso militare, controllando così il nucleare iraniano. La Francia e gli Stati Uniti appoggiano la proposta di Mosca e sperano che possa andare bene all’Iran. L’Iran rifiuta, poi accetta, poi smentisce, poi accetta ma solo a metà, poi di nuovo rifiuta categoricamente e, infine, fa appello alla Comunità Internazionale perché si trovi una soluzione condivisa (!).

E l’Italia? L’Italia, come sempre, per il momento sta a guardare. Fa il tifo per l’una o l’altra parte, speranzosa un giorno di poter partecipare alle concertazioni che contano, ma con la consapevolezza che difficilmente ci si potrà arrivare. Sogna un posto nel cosiddetto “5+1” (i 5 Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: Francia, Gran Bretagna, Cina, Russia e USA, più la Germania), il gruppo che insieme all’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) negozia con Teheran sul nucleare. Sogna un italiano, Massimo D’Alema, come nuovo “uomo PESC”, pur sapendo che i Paesi che contano all’interno dell’UE definiscono a casa propria le proprie politiche estere e non a Bruxelles. E l’Italia, infine, tra un sogno e l’altro, guarda Saviano su RaiTre, ricordandosi che esiste ancora l’Iran e che ancora non si è risolto molto in quel Paese. Continuano le incarcerazioni contro i ragazzi che protestano, i più sfortunati vanno alla forca, il governo è sempre quello e il programma nucleare va avanti. E ci voleva Saviano a ricordarcelo. Grazie.

 

 

November 16, 2009

I razzi Katyusha arrivano in Yemen: tra Arabia Saudita e Iran è guerra per procura

Filed under: Iran, Golfo

Da più di due anni ho posto l’attenzione di alcune mie analisi su un teatro che sembrava essere nuovo, quello dello Yemen. Già nel luglio 2007, in un’analisi per Equilibri.net ("Yemen: un nuovo teatro per lo scontro tra sunniti e sciiti"), mettevo già in evidenza le tendenze che oggi paiono essere arrivate a manifestarsi sotto gli occhi di tutti. Sempre sula rivista di geopolitica e relazioni internazionali Equilibri.net tornavo sull’argomento Yemen lo scorso gennaio, ad analizzare le condizioni precarie delle istituzioni yemenite ed il sero rischio di collasso istituzionale ("Yemen: sull’orlo del fallimento"). Sulle pagine di questo blog ho trattato nuovamente l’argomento in più di un’occasione, come nei post dello scorso 4 aprile ("La guerra tra Iran e Israele cambia teatro: il Mar Rosso") e, più recentemente, due mesi fa anche per Il Caffè Geopolitico ("La guerra nascosta"). Infine, in un Policy Brief dello scorso giugno mettevo in evidenza gli enormi pericoli per la stabilità e sicurezza di tutta le regione, derivanti dallo scontro interno yemenita ("Instabilità nel Golfo di Aden: terrorismo e pirateria").

Tutte queste citazioni vogliono solo dimostrare come da molto tempo, dunque, chi si occupa di dinamiche mediorientali in modo più approfondito rispetto ai media tradizionali, non può non rendersi conto di quanto le fratture nell’area si stiano allargando e, in parte, spostando verso Sud-Ovest. Ciò per molti motivi, di cui il principale è sicuramente, come già sottolineato altre volte, la mancanza di istituzioni solide nello Yemen e la conseguente presenza di gruppi organizzati, con diverse forme di sponsorship, che combattono non solo una guerra civile nel Paese, ma sono espressioni di istanze geopolitiche e politiche di altri attori.

E’ in questo contesto che non devono stupirci i continui scontri che avvengono in questi giorni alla frontiera dello Yemen con l’Arabia Saudita, in cui interviene lo stesso esercito dei Sauditi a dar manforte al Presidente yemenita Saleh contro la guerriglia di ispirazione sciita di al-Houthi. Lo Yeme è a tutti gli effetti diventato il terreno di scontro di Riyadh con l’Iran e gli scontri di queste settimane ne sono la riprova. D’altro canto, è di ieri la notizia, diffusa da varie fonti giornalistiche, circa l’uso da parte di questi ribelli di armi di cui non eran odotati fino a poco tempo fa, come i razzi Katyusha.

Si tratta degli stessi usati da Hezbollah contro lo Stato di Israele e sono, quasi senza ombra di dubbio, di provenienza iraniana. Nei giorni scontri, del resto, un mercantile tedesco era stato fermato dai controlli israeliani nelle coste mediorientali, dopo aver fatto tappa anche in Yemen, trasportando 500 tonnellate di armi ed esplosivi, tra cui anche Katyusha, destinati dall’Iran ai suoi alleati nella regione. Teheran, stando a queste fonti, starebbe dunque incrementando il supporto alle fazioni anti-sunnite fuori dal proprio territorio nazionale. Se in Palestina e Libano è un po’ più difficile arrivare, il teatro offerto dai ribelli di al-Houthi in Yemen sembra essere ottimale per il contrabbando di tali armi. L’Arabia Saudita ha già risposto in prima persona a tali mosse, scatenando di fatto una guerra per procura tra Teheran e Riyadh, combattuta a discapito delle fragili istituzioni yemenite.

Gli scenari non lasciano presagire niente di positivo e, se in questa cornice si aggiunge il nuovo reclutamento di guerriglieri in Yemen anche dalle fazioni estremiste sunnite, affiliate ad al-Qaeda, si comprende quanto l’area intorno allo Yemen potrebbe essere la prossima area di crisi a livello regionale e, data la sua importanza geopolitica e strategica, potenzialmente internazionale. Sta anche ai governi occidentali riuscire ad intervenire in tempo e tentare di salvare la macchina istituzionale e statale in Yemen, altrimenti la situazione potrebbe deteriorarsi sempre di più e diventare del tutto incontrollabile. 

October 31, 2009

Il braccio di ferro dell’Iran sul nucleare

Filed under: Iran


Nel giorno in cui la Guida Suprema Ali Khamenei ha ricevuto un duro attacco pubblico da parte di un ostudente universitario (prontamente arrestato), il quale denunciava la mancanza di reali riforme democratiche, la presenza di un vero e proprio stato di polizia e l’impossibilità di criticare in alcun modo il regime ed il governo iraniano, riporto parte della mia analisi sulle trattative in corso sul programma nucleare iraniano, pubblicata sul Caffè Geopolitico.

LE PROPOSTE DELL’AIEA - Continua il braccio di ferro tra l’Iran ed il gruppo di negoziaizone per la questione del progrmma nucleare aviato da Teheran. La settimana scorsa, in un clima reso molto più teso dall’attentato che aveva colpito al cuore il regime dei Pasdaran, i rappresentanti iraniani hanno ricevuto dall’AIEA e dal suo Direttore Mohamed el-Baradei una proposta che sembrava potesse far uscire i negoziati dallo stallo attuale. El Baradei, in accordo con il gruppo dei cosiddetti “5+1”, ha proposto ad Ahmadi-Nejad di trasferire l’80% dell’uranio iraniano (in tutto circa 1.500 chili) parzialmente arricchito in Russia, in modo tale da poter essere ulteriormente arricchito per poter essere poi utilizzato come combustibile nucleare, a soli scopi energetici. Ciò in virtù del fatto che l’arricchimento del’uranio necessita di vari fasi diverse per l’uso civile, piuttosto che per quello militare […]

I PIANI DI TEHERAN - Ciò che sembra certo, comunque, è il fatto che Ahmadi-Nejad sembra voler assumere dei comportamenti non collaborativi a priori. Nonostante le timide aperture a parole da parte di Teheran, infatti, appena il governo iraniano si trova di fronte a reali soluzioni alla situaizone di impasse creatasi sulla qustione del nucleare, sembra adottare ogni strategia per depistare i suoi dialoganti, portando così ad un clima di esasperazione. Ciò probabilmnente è dovuto al fatto che l’Iran, al di là di ogni retorica affermazione, ha deciso di dotarsi comunque dell’arma nucleare e non intende in alcun modo fare dei passi indietro. Il possesso di armi nucleari sarebbe necessario e funzionale all’idea di Teheran di egemonia in tutto il contesto mediorientale. Con tale arma, infatti, l’Iran avrebbe, secondo i piani di Ahmadi-Nejad (e degli Ayatollah che, probabilmente, in questo lo sostengono), una capacità di deterrenza ed una proiezione i potenza sicuramente più profonda degli altri attori competitori e potrebbe addirittura porsi sullo stesso piano dello Stato di Israele, tentando di stabilizzare (paradossalmente, ma è questa la logica della deterrenza, come nella Guerra Fredda tra USA e URSS) i rapporti con gli Israeliani, per hgodere di un’incontrastata leadership sul mondo arab-musulmano che lo circonda. Se visti in quest’ottica, i piani iraniani difficilmente possono prevedere un accordo che metta fine alle ambizioni (che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, il governo iraniano sembrerebbe davvero coltivare) di Teheran circa il possesso della bomba cona la B maiuscola. In questa cornice, è di nuovo l’Occidente a dover decidere il da farsi, nella speranza che lo stesso Israele non diventi troppo irritato dai continui tentennamenti iraniani e non decida di attivare i propri missili puntati ad Est.

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October 26, 2009

Cosa vuole l’Iran?

Filed under: Iran, Europa

Ahmadi-Nejad continua la sua politica di ambiguità nei confronti dell’Occidente (in questo nuovo round, allargato anche alla Russia) che, tramite il Ministro degli Affari Esteri russo Sergei Lavrov, ha proposto un piano alternativo per l’arricchimento dell’uranio iraniano a scopi pacifici. Teheran prima rifiuta, poi ci ripensa, poi dice di aver bisogno di una settimana di tempo per dare una risposta definitiva; oggi dice di accettare solo in parte….. Riporto le parole di Massimiliano Frenza Maxia per il Desk Medio Oriente di Equilibri.net, che dirigo:

La scorsa settimana le agenzie di stampa hanno battuto a distanza di poche ore l’una dall’altra notizie contraddittorie circa l’atteggiamento iraniano rispetto alla bozza d’accordo proposta da Mohamed El Baradei, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). La proposta fatta circolare mercoledì da parte dell’AIEA, frutto di mesi di mediazioni, è molto chiara, la risposta di Teheran lo è molto meno. L’AIEA, d’accordo con il gruppo del 5+1, ha proposto a Teheran di trasferire l’80% dei 1.500 chili del proprio uranio parzialmente arricchito in Russia, affinché venga ulteriormente arricchito e trasformato in combustibile nucleare, che poi verrebbe fatto rientrare in Iran per essere usato per alimentare un reattore a fini di ricerca medica. Così facendo l’Iran otterrebbe il suo nucleare ad uso civile, ma perderebbe i 1.000 chili di uranio necessari per creare ordigni nucleari.

A metà settimana, forse per forzare le ultime resistenze, oppure perché portato fuori strada volontariamente circa le reali intenzioni, El Baradei si era dichiarato fortemente possibilista circa la volontà iraniana di accettare la bozza d’accordo, addirittura si paventava una possibile firma nella giornata di venerdì, cosa smentita dai fatti venerdì scorso. Dapprima la tv iraniana ha annunciato un no a tutto il compromesso, poi, a distanza di poche ore, la medesima emittente ha ritrattato, annunciando la volontà della Repubblica Islamica di prendere tempo (una settimana) per decidere e quindi, con un ennesimo voltafaccia, annunciava un definitivo no, ma accompagnato da una non meglio precisata contro proposta.

E’ evidente che se l’obiettivo di Teheran è realmente quello di accreditarsi come potenza atomica, allora cedere l’80% del proprio uranio a Paesi esteri, non è e non sarà mai nel suo interesse. Oggi la Repubblica Islamica sa che prendere tempo significa giocare una partita, magari complicata, non priva di rischi (almeno sul lato delle sanzioni economiche), ma nei fatti sostanzialmente vincente, anche perché percepisce fin troppo bene che gli Stati Uniti, già impantanati in Afghanistan ed Iraq, difficilmente nell’era del “pacifista” Obama si impegneranno in un’azione militare per colpire le centrali di arricchimento dell’uranio. Rimane l’incognita Israele che probabilmente un piano d’attacco l’ha già elaborato e non è escluso che gli USA stiano pensando di lasciare che siano i caccia dell’IAF (Israeli Air Force) a fare il “lavoro sporco".

October 18, 2009

L’Iran sotto attacco nel Sistan-Baluchistan: il regime è in crisi?

Filed under: Iran

Come già fatto notare in miei precedenti post nel maggio e giugno scorsi, la minaccia principale a livello di sicurezza per il regime iraniano proviene dall’area Sud-orientale del Sistan-Baluchistan. Si era detto già in tempi "non sospetti", vale a dire prima delle elezioni del 12 giugno che hanno provocato le proteste di piazza degli oppositori guidati da Moussavi. Già il 25 maggio, proprio alla vigilia i tali elezioni presidenziali, nella capitale della regione del Sistan-Baluchistan, Zahedan, si era verificato un sanguinoso attentato nella moschea sciita della città (prevalentemente sunnita, minoranza in Iran), provocando più di 20 morti. Era un avvertimento a Teheran e al governo centrale, che non sarebbe potuto essere del tutto tranquillo ed esente da minacce alla propria sicurezza interna.

Puntualmente, dunque, stamattina è arrivato un altro attentato. Sempre nella stessa regione, la più esposta anche ad infiltrazioni di vario genere di oppositori al regime iraniano (interni ed esterni, dal Pakistan ai gruppi legati ad al-Qaeda, fino agli Statunitensi stessi), un attentato ha provocato la morte di almeno 20 Pasdaran. Stavolta l’obiettivo era molto più chiaro dello scorso maggio: nella prima occasione si era colpito quasi "a caso" la comunità sciita; adesso il cuore stesso del regime: i Pasdaran, eletti ad elite di governo e potere grazie al Presidente Ahmadi-Nejad

Ancora un messaggio, dunque. Il regime ha immediatamente accusato gli Stati Uniti di essere dietro tale operazione (il che non risulterebbe del tutto fuori ogni logica, dal momento che gli USA sono in contatto con vari gruppi dissidenti ed oppositori, anche armati, in Iran, come i gruppi curdi o i Mujaheddin-e-Khalq). Il Jundullah (Esercito di Dio), movimento terroristico di ispirazione sunnita che ha le proprie basi nei territori del Sistan-Baluchistan, potrebbe in effetti avere grandi appoggi dall’esterno, non solo dagli USA. Vi sono anche motivazioni di tipo religioso, etnico e politico, dal momento che i Baluchi sunniti dell’area rappresentano una minoranza discriminata nel Paese, a maggioranza persiana e sciita.

Ciò detto, nelle logiche mediorientali non è neanche del tutto escluso che Teheran stia portando avanti una sorta di "strategia della tensione", volta a screditare qualsiasi gruppo di opposizione e i Paesi ostili fuori dei propri cinfini territoriali, in primis gli USA, appunto. Fatto sta che il Paese sta vivendo una nuova ondata di forte instabilità, testimoniata anche dalle rincorrenti voci, iniziate a circolare l’altroieri, circa la presunta morte della Guida Suprema Ali Khamenei. Non è chiaro chi abbia messo in giro tale notizia e, d’altro canto, non è neanche chiaro che non sia davvero così. La Guida Suprema, qualora le voci sulla sua morte fossero del tutto infondate, avrebbe adesso l’occasione di riapparire in pubblico per condannare apertamente il gravissimo attentato contro lo Stato iraniano, di cui Khamenei stesso è il Capo.

Aspettando le nuove mosse del regime e della Guida, si può constatare come il Paese stia pericolosamente scivolando sempre di più nel caos, ma, è bene ribadirlo, l’attentato di oggi nel Baluchistan (peraltro area importantissima strategicamente, visto che da qui transita il traffico di droga dall’Afghanistan all’Occidente e per qui dovrebbe passare il cosiddetto "gasdotto della pace" India-Pakistan-Iran fortemente osteggiato da Washington) non dovrebbe avere niente a che fare con le agitazioni del dopo-voto in Iran. Ciò dovrebbe far preoccupare ancora di più Ahmadi-Nejad ed il suo regime, perchè testimonierebbe una resistenza interna, di tipo armato e probabilmente appoggiata da attori esterni, in grado di mettere in crisi il regime stesso. 

October 16, 2009

Il Medio Oriente, il Golfo e il sistema di difesa arabo e occidentale

Filed under: Iran, Golfo

Segnalo un’interessante analisi di Lorenzo Nannetti su Equilibri.net, circa l’apparato militare arabo filo-occidentale e occidentale stesso nel Medio Oriente e nella penisola del Golfo in particolare, nell’ottica di un eventuale attacco armato contro l’Iran e, di conseguenza, di una possibile rappresaglia iraniana.

Il contrasto tra Iran e Occidente riguardo al programma nucleare di Teheran si è recentemente intensificato e nuovamente si alzano i rischi di uno scontro militare. Gli effettivi e gli equipaggiamenti di un’eventuale coalizione occidentale appaiono imponenti, guidati da un apparato militare USA che rimane il più consistente della regione. Tuttavia non tutte le forze sono realmente disponibili ed è pertanto improbabile che, in caso di conflitto, tale contingente possa venire impegnato in operazioni che non siano prevalentemente aeronavali e di bombardamento. […]

[…] I recenti sviluppi sul programma nucleare iraniano hanno riproposto il rischio di conflitto armato nella regione. La rivelazione dell’esistenza del sito per l’arricchimento dell’uranio presso Qom ha infatti confermato l’ambiguità delle dichiarazioni della leadership di Teheran sul proprio programma di ricerca, accrescendo l’ansia della comunità internazionale riguardo al vero fine. In particolare USA, Gran Bretagna e Francia hanno assunto un atteggiamento più fermo; oltre a minacciare sanzioni più pesanti in caso di continua mancata cooperazione, hanno velatamente suggerito la possibilità del ricorso alla forza nel caso le altre opzioni falliscano. Per quanto tale evenienza appaia ancora remota, vale la pena analizzare la presenza militare occidentale e filo-occidentale nella regione per comprendere gli elementi che potrebbero caratterizzare un eventuale sforzo bellico contro Teheran, escludendo le Forze Armate israeliane. […]

[…] Non basta avere un esercito imponente per essere in grado di effettuare un qualsiasi tipo di operazione nella regione, serve prima di tutto un sistema di infrastrutture, basi, linee di comunicazione e rifornimento adeguato per permettergli di operare. Se si dovesse giungere a un conflitto con l’Iran, al momento solo marina e aviazione ne dispongono a sufficienza e dunque solo l’opzione dei bombardamenti aeronavale risulta plausibile, supportata da azioni di commando. Tuttavia una qualsiasi operazione deve confrontarsi con la difficoltà dell’individuazione dei bersagli, la resistenza dei difensori e la loro capacità di reazione, simmetrica ma soprattutto asimmetrica.

Clicca qui per leggere l’analisi completa su Equilibri.net

 

 

October 13, 2009

Policy Brief - Iran: gli sviluppi del programma nucleare

Filed under: Iran, Mappe

E’ online il Policy Brief n. 17 di Equilibri.net, riguardo gli sviluppi del nucleare iraniano e le possibili opzioni operative della politica estera italiana, nella cornice dei negoziai internazionali tra l’Occidente, l’ONU e l’Iran. Queste le principali indicazioni operative:

L’Iran necessita dell’energia nucleare non solo per motivi di prestigio, ma anche per l’effettiva insufficienza del proprio sistema energetico ed estrattivo. L’Italia ha le conoscenze tecniche per poter istituire una task force che valuti le iniziative di rinnovo e sviluppo dell’industria iraniana degli idrocarburi (petrolio, gas e chimica di base). Il finanziamento e il progetto di tali opere costituirebbero un valore aggiunto che sarebbe possibile offrire a Teheran in cambio di concessioni sul programma nucleare.

Esponendosi in prima persona, l’Italia dovrebbe aprire un canale diretto con Berlino per convincere la Germania a collaborare per uno sforzo diplomatico europeo unico. Questo permetterebbe all’Italia di essere capofila delle nazioni investitrici in Iran e costituire dunque un nuovo polo negoziale fornendo alla comunità internazionale un nuovo angolo di pressione verso Teheran. In questo è necessario rafforzare l’intesa anche con Francia e Gran Bretagna, già schierate. 

La Turchia già opera come garante dei negoziati tra nazioni mediorientali (come Israele e Siria) e ha dato prova di affidabilità per entrambe le parti. Potrebbe svolgere tale ruolo anche nella questione iraniana, tuttavia è presumibile necessiti di un invito in tal senso da parte dell’UE prima di impegnarsi direttamente. L’Italia potrebbe sfruttare i propri canali diplomatici con Ankara per favorire tale inserimento.

Clicca qui per scaricare il Policy Brief completo in versione pdf

 

 

October 10, 2009

La guerra dei reperti archeologici tra Iran-British Museum ed Egitto-Louvre

Filed under: Iran, Egitto, Europa


MEDIO ORIENTE vs. EUROPA - E’ quanto sta accadendo in questi giorni tra due dei più importanti Paesi mediorientali, l’Iran e l’Egitto da un lato e, dall’altro, due dei capofila dell’Unione Europea, Gran Bretagna e Francia. Queste due coppie sono accomunate da una comune diatriba in corso circa alcuni dei più importanti reperti archeologici dell’età antica e, seppure per motivi ed oggetti diversi, proprio in questi giorni sia la Gran Bretagna, sia la Francia, si trovano al centro di dure polemiche rispettivamente con l’Iran e l’Egitto. E’ notizia di ieri che Teheran ha dovuto incassare il rifiuto da parte del British Museum di Londra circa il prestito del cosiddetto Cilindro di Ciro, che le autorità iraniane avrebbero voluto esporre presso il Museo Nazionale dell’Iran, nella capitale iraniana. Il reperto, risalente appunto all’età di Ciro il Grande, re di quella Persia che fu uno dei più grandi imperi del passato, rappresenta uno dei primi (secondo molti esperti addirittura il primo in assoluto) codici dei diritti umani della storia, precedendo di quasi 1.500 anni la Magna Charta inglese (curiosità: altra competizione, questa, tutta persiana-anglosassone). 

ALLE ORIGINI DELLA CIVILTA’ - Secondo il governo iraniano, la decisione britannica di negare il prestito del Cilindro di Ciro andrebbe ricondotta a motivazioni politiche. In particolar modo Londra, secondo le tesi di Teheran, starebbe vendicandosi dell’arresto dei diplomatici britannici in Iran, a seguito delle contestate elezioni del 12 giugno scorso e dei disordini nelle strade iraniane. In quell’occasione, il governo di Teheran procedette all’arresto di funzionari britannici e di una ricercatrice francese, in un atto che andava chiaramente contro i governi di Londra e Parigi, creando una vera e propria crisi diplomatica, risolta solo in parte grazie alla mediazione della Siria. Ad ogni modo, l’episodio del reperto persiano ha aperto un altro contenzioso tra i due Paesi, dimostrando l’alto livello di tensione venutosi a creare. Allo stesso modo, spostandosi un po’ di longitudine, all’inizio di questa settimana si è registrata la dura presa di posizione da parte di Zahi Hawass, Segretario Generale del Consiglio Supremo della antichità egizie, nei confronti del museo più famoso del mondo, il parigino Louvre, il quale ospita una delle più importanti collezioni al mondo di archeologia degli antichi Egizi. Hawass ha sospeso qualsiasi collaborazione tra l’Egitto ed il Louvre, chiedendo, in attesa di riprendere le relazioni, la restituzione alle autorità egiziane in particolare di cinque frammenti di affreschi provenienti dalla Valle dei Re, nei pressi di Luxor. Secondo Hawass, infatti, il museo francese avrebbe comprato tali reperti, pur essendo a conoscenza del fatto che si trattava di reperti rubati.


COSA C’E’ DIETRO? - Anche in questo caso, come nel caso della controversia tra Teheran e Londra, potrebbero esservi alla base motivazioni politiche e diplomatiche. Secondo alcune fonti, comunque smentite dal diretto interessato Hawass, la presa di posizione egiziana potrebbe essere una risposta alla mancata elezione dell’ex Ministro della Cultura dell’Egitto, Faruq Hosni, alla Segreteria Generale dell’UNESCO. Hosni avrebbe dovuto ottenere il posto più alto dell’organizzazione dell’ONU per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, ma è stato scalzato dalla bulgara Irina Bokova lo scorso settembre (secondo il quotidiano “Le Monde” con il voto determinante della Francia, inizialmente schierata con Hosni) dopo accese polemiche riguardanti il supposto carattere anti-semita del Ministro egiziano. Hawass, come già detto, ha smentito qualsiasi collegamento tra le due vicende, portandone a riprova il fatto che il contenzioso con il Louvre risale a più di 8 mesi fa. Ad ogni modo, rimane il fatto di un vero e proprio scontro diplomatico tra i due Paesi, che forse potrebbe nascondere, come nel caso dell’Iran e della Gran Bretagna, motivazioni e richieste politiche che vanno ben oltre la rivendicazione del possesso di un reperto archeologico. Anche tramite questi mezzi, al giorno d’oggi, due Paesi possono far giungere le loro relazioni bilaterali ad un punto di rottura. Nel mondo globalizzato e moderno, anche questi sono segnali di tensioni politiche e diplomatiche, prima ancora che prettamente culturali. Anche da questi episodi si percepisce come i rapporti tra il Medio Oriente e l’Occidente non siano ancora del tutto rosei.

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September 28, 2009

L’Iran e il nucleare

Filed under: Iran

Interessante analisi di Lorenzo Nannetti per Il Caffè Geopolitico sulla questione della centrale nucleare segreta iraniana di Qom, annunciata da Ahmadi-Nejad alla vigilia dell’ultima Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

UNA GUERRA NASCOSTA? -  La dichiarazione di Teheran di possedere un secondo sito – precedentemente non dichiarato - per l’arricchimento dell’uranio è solo l’ultima mossa della “guerra fredda” in corso tra l’Occidente e l’Iran negli ultimi anni. Una sfida in cui le dichiarazioni pubbliche e i negoziati sono spesso solo la facciata e nascondono una serie di mosse e contromosse non sempre conosciute dal pubblico.Per citarne solo un caso, si va dalla scomparsa a Istanbul del comandante dell’intelligence iraniana in Medio Oriente nel 2007 (rapimento o diserzione?) alla successiva risposta iraniana che è consistita nel rapimento della squadra di soldati inglesi nel Golfo Persico e successivo rilascio, di cui anche i media si sono interessati.


INTELLIGENCE ALL’OPERA -  La costruzione di un impianto che debba restare segreto richiede un impegno costante per cercare di nascondere l’attività agli occhi indiscreti di satelliti e spie. Quanto sia difficile mantenere davvero la riservatezza però può essere dimostrato dall’operazione aerea di Settembre 2007 quando la Israeli Air Force (IAF) distrusse il presunto sito nucleare siriano di al-Kibar, nonostante l’elaborato lavoro di camuffamento impiegato per la sua sicurezza.Anche la costruzione dell’impianto a Qom non è rimasta segreta, tanto che dopo alcuni anni di osservazione e raccolta dati e prove, gli USA si preparano a presentare al riguardo un dossier all’ONU il 1 Ottobre prossimo. In questo modo sarebbe stato possibile smentire la collaborazione di Teheran con l’AIEA in un contesto ufficiale. Ma evidentemente il VEVAK, servizio di intelligence iraniano, ha avuto sentore del pericolo e la repubblica islamica ha anticipato l’Occidente informando l’AIEA con una lettera. Se l’obiettivo era mostrare ancora una volta cooperazione, esso sembra fallito, dato che ben poche diplomazie mondiali sembrano essersi bevuti la pretesa d’innocenza e la condanna è stata pressoché unanime.Quello che risalta è che l’AIEA non pare avere gli strumenti adeguati per poter monitorare efficacemente il programma iraniano: per anni un sito di rilevante importanza è rimasto nascosto agli occhi di El-Baradei e dei suoi collaboratori e poco conforta il fatto che esso sia ancora in costruzione e non operativo: le dimensioni infatti sono compatibili con una quantità di centrifughe adatta all’arricchimento di uranio in quantità sufficiente per uso bellico, mentre risultano eccessive per un uso puramente civile. A questo si aggiungano i rapporti della resistenza iraniana, i Mujahedeen del Popolo, che accusano Teheran di avere due siti segreti per la ricerca e la produzione di sistemi di detonazione per armi atomiche e che hanno presentato la loro documentazione direttamente all’AIEA.


CHE SUCCEDERA’ ORA? -  Anche se non tutti i dati sono ancora confermati, le rassicurazioni verbali continuamente fornite da Ahmadinejad sul programma nucleare appaiono poco convincenti. E soprattutto aumenta la preoccupazione di quelle nazioni arabe (Giordania, Arabia Saudita, Egitto,…) che guardano con sospetto all’influenza sciita nella regione e temono le intenzioni di Teheran.L’opzione militare rimane ufficialmente sconsigliata da USA, Russia ed Europa, ma le voci al riguardo si fanno sempre più insistenti. Del resto nuove sanzioni, anche se severe, non sembrano avere presa su un paese che sfrutta proprio l’ostilità esterna per rafforzare il proprio status di resistenza contro quelle che presenta come ingiustizie occidentali. L’Iran ha fino a dicembre per dimostrare la propria innocenza all’AIEA e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. In caso contrario forse l’opinione mondiale potrebbe modificarsi a tal punto che opzioni militari potrebbero diventare, se non dichiaratamente accettabili, almeno tacitamente approvate.

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September 27, 2009

I missili di Ahmadi-Nejad

Filed under: Iran

Il Presidente iraniano Ahmadi-Nejad, dopo la rivelazione di un nuovo impianto nucleare nella città di Qom, ha ordinato oggi di effettuare dei test missilistici a corto raggio. Nel gioco di coordinamento per un accordo internazionale sulla questione delle armi atomiche e di una possibile guerra contro l’Iran, questo è solo un bluff (l’ennesimo)? 

 

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