Stefano Torelli - World In Progress

November 16, 2009

I razzi Katyusha arrivano in Yemen: tra Arabia Saudita e Iran è guerra per procura

Filed under: Iran, Golfo

Da più di due anni ho posto l’attenzione di alcune mie analisi su un teatro che sembrava essere nuovo, quello dello Yemen. Già nel luglio 2007, in un’analisi per Equilibri.net ("Yemen: un nuovo teatro per lo scontro tra sunniti e sciiti"), mettevo già in evidenza le tendenze che oggi paiono essere arrivate a manifestarsi sotto gli occhi di tutti. Sempre sula rivista di geopolitica e relazioni internazionali Equilibri.net tornavo sull’argomento Yemen lo scorso gennaio, ad analizzare le condizioni precarie delle istituzioni yemenite ed il sero rischio di collasso istituzionale ("Yemen: sull’orlo del fallimento"). Sulle pagine di questo blog ho trattato nuovamente l’argomento in più di un’occasione, come nei post dello scorso 4 aprile ("La guerra tra Iran e Israele cambia teatro: il Mar Rosso") e, più recentemente, due mesi fa anche per Il Caffè Geopolitico ("La guerra nascosta"). Infine, in un Policy Brief dello scorso giugno mettevo in evidenza gli enormi pericoli per la stabilità e sicurezza di tutta le regione, derivanti dallo scontro interno yemenita ("Instabilità nel Golfo di Aden: terrorismo e pirateria").

Tutte queste citazioni vogliono solo dimostrare come da molto tempo, dunque, chi si occupa di dinamiche mediorientali in modo più approfondito rispetto ai media tradizionali, non può non rendersi conto di quanto le fratture nell’area si stiano allargando e, in parte, spostando verso Sud-Ovest. Ciò per molti motivi, di cui il principale è sicuramente, come già sottolineato altre volte, la mancanza di istituzioni solide nello Yemen e la conseguente presenza di gruppi organizzati, con diverse forme di sponsorship, che combattono non solo una guerra civile nel Paese, ma sono espressioni di istanze geopolitiche e politiche di altri attori.

E’ in questo contesto che non devono stupirci i continui scontri che avvengono in questi giorni alla frontiera dello Yemen con l’Arabia Saudita, in cui interviene lo stesso esercito dei Sauditi a dar manforte al Presidente yemenita Saleh contro la guerriglia di ispirazione sciita di al-Houthi. Lo Yeme è a tutti gli effetti diventato il terreno di scontro di Riyadh con l’Iran e gli scontri di queste settimane ne sono la riprova. D’altro canto, è di ieri la notizia, diffusa da varie fonti giornalistiche, circa l’uso da parte di questi ribelli di armi di cui non eran odotati fino a poco tempo fa, come i razzi Katyusha.

Si tratta degli stessi usati da Hezbollah contro lo Stato di Israele e sono, quasi senza ombra di dubbio, di provenienza iraniana. Nei giorni scontri, del resto, un mercantile tedesco era stato fermato dai controlli israeliani nelle coste mediorientali, dopo aver fatto tappa anche in Yemen, trasportando 500 tonnellate di armi ed esplosivi, tra cui anche Katyusha, destinati dall’Iran ai suoi alleati nella regione. Teheran, stando a queste fonti, starebbe dunque incrementando il supporto alle fazioni anti-sunnite fuori dal proprio territorio nazionale. Se in Palestina e Libano è un po’ più difficile arrivare, il teatro offerto dai ribelli di al-Houthi in Yemen sembra essere ottimale per il contrabbando di tali armi. L’Arabia Saudita ha già risposto in prima persona a tali mosse, scatenando di fatto una guerra per procura tra Teheran e Riyadh, combattuta a discapito delle fragili istituzioni yemenite.

Gli scenari non lasciano presagire niente di positivo e, se in questa cornice si aggiunge il nuovo reclutamento di guerriglieri in Yemen anche dalle fazioni estremiste sunnite, affiliate ad al-Qaeda, si comprende quanto l’area intorno allo Yemen potrebbe essere la prossima area di crisi a livello regionale e, data la sua importanza geopolitica e strategica, potenzialmente internazionale. Sta anche ai governi occidentali riuscire ad intervenire in tempo e tentare di salvare la macchina istituzionale e statale in Yemen, altrimenti la situazione potrebbe deteriorarsi sempre di più e diventare del tutto incontrollabile. 

October 16, 2009

Il Medio Oriente, il Golfo e il sistema di difesa arabo e occidentale

Filed under: Iran, Golfo

Segnalo un’interessante analisi di Lorenzo Nannetti su Equilibri.net, circa l’apparato militare arabo filo-occidentale e occidentale stesso nel Medio Oriente e nella penisola del Golfo in particolare, nell’ottica di un eventuale attacco armato contro l’Iran e, di conseguenza, di una possibile rappresaglia iraniana.

Il contrasto tra Iran e Occidente riguardo al programma nucleare di Teheran si è recentemente intensificato e nuovamente si alzano i rischi di uno scontro militare. Gli effettivi e gli equipaggiamenti di un’eventuale coalizione occidentale appaiono imponenti, guidati da un apparato militare USA che rimane il più consistente della regione. Tuttavia non tutte le forze sono realmente disponibili ed è pertanto improbabile che, in caso di conflitto, tale contingente possa venire impegnato in operazioni che non siano prevalentemente aeronavali e di bombardamento. […]

[…] I recenti sviluppi sul programma nucleare iraniano hanno riproposto il rischio di conflitto armato nella regione. La rivelazione dell’esistenza del sito per l’arricchimento dell’uranio presso Qom ha infatti confermato l’ambiguità delle dichiarazioni della leadership di Teheran sul proprio programma di ricerca, accrescendo l’ansia della comunità internazionale riguardo al vero fine. In particolare USA, Gran Bretagna e Francia hanno assunto un atteggiamento più fermo; oltre a minacciare sanzioni più pesanti in caso di continua mancata cooperazione, hanno velatamente suggerito la possibilità del ricorso alla forza nel caso le altre opzioni falliscano. Per quanto tale evenienza appaia ancora remota, vale la pena analizzare la presenza militare occidentale e filo-occidentale nella regione per comprendere gli elementi che potrebbero caratterizzare un eventuale sforzo bellico contro Teheran, escludendo le Forze Armate israeliane. […]

[…] Non basta avere un esercito imponente per essere in grado di effettuare un qualsiasi tipo di operazione nella regione, serve prima di tutto un sistema di infrastrutture, basi, linee di comunicazione e rifornimento adeguato per permettergli di operare. Se si dovesse giungere a un conflitto con l’Iran, al momento solo marina e aviazione ne dispongono a sufficienza e dunque solo l’opzione dei bombardamenti aeronavale risulta plausibile, supportata da azioni di commando. Tuttavia una qualsiasi operazione deve confrontarsi con la difficoltà dell’individuazione dei bersagli, la resistenza dei difensori e la loro capacità di reazione, simmetrica ma soprattutto asimmetrica.

Clicca qui per leggere l’analisi completa su Equilibri.net

 

 

October 12, 2009

Siria-Arabia Saudita: prove di politiche comuni

Filed under: Siria, Golfo

Durante la scorsa settimana si è verificato un avvenimento molto importante per gli equlibri di potenza nella regione mediorientale: il riavvicinamento, sancito da una visita ufficiale, dell’Arabia Saudita con la Siria. Il re saudita Adullah si è recato a Damasco per la prima volta da quando ha assunto la guida del Paese nel 2005, incontrando il Presidente siriano Bashar al-Assad e discutendo dei più importati temi riguardanti la politica e gli assetti regionali. La visita sancisce un momento di svolta, nella misura in cui i rapporti bilaterali Riyad-Damasco avevano subito delle incrinature negli anni seguenti al 2006. In particolare, l’Arabia Saudita aveva duramente criticato il comportamento di Hezbollah nel Libano, che portò alla guerra tra Israele ed il Partito di Dio, appoggiato dal regime di Damasco, nell’estate di quell’anno.

In seguito a tali avvenimenti la Siria ha rafforzato sempre di più i rapporti con l’Iran di Ahmadi-Nejad, contribuendo ad inasprire d’altro canto le relazioni con i Sauditi. L’Iran, infatti, trova proprio nell’Arabia Saudita il competitore più credibile ed influente nella lotta all’egemonia regionale in Medio Oriente e culturale sul mondo islamico inteso in senso più ampio. Nel 2008 Siria ed Arabia Saudita erano anche arrivate a ritirare i rispettivi ambsciatori dalle due capitali, a seguito di una controversia circa l’attentato di fine settembre 2008 che provocò la morte di 17 persone a Damasco. In quell’occasione, Riyad fu l’unica capitale araba a non condannare l’attentato, provocando i sospetti del regime siriano di un coinvolgimento saudita (peraltro in un quartiere sciita della capitale siriana).

Attualmente, Damasco e Riyad stanno invece tornando a discutere ed avere posizioni molto più convergenti circa molti teatri regionali: il dialogo di pace interna tra Fatah ed Hamas nei Territori Palestinesi; la formazione di un nuovo governo di unità nazionale in Libano e la situazione irachena sono gli esempi più lampanti. Soprattutto nei confronti dell’Iraq, con cui la Siria vive una crisi diplomatica (Baghdad ha accusato Damasco di essere rsponsabile dell’attentato di fine agosto nella capitale irachena, che provocò più di 100 vittime), i due Paesi sembrano essere uniti nel contrastare la rielezione di Nuri al-Maliki. Un simile avvenimento porterebbe, secondo i Sauditi, ad un inasprimento delle lotte intestine confessionali e ad una destabilizzazione ulteriore di tutta la regione. Inoltre, così come sostenuto anche dagli Stati Uniti di Obama, adesso la vicinanza tra Damasco e Teheran è vista come una possibilità di mediazione con l’Iran, piuttosto che come fonte di preoccupazione.

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October 8, 2009

Gli Emirati Arabi Uniti entrano in America Centrale

Filed under: Golfo

Il Ministro degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Abdullah bin Zayed, ha annunciato ieri l’interessamento degli EAU per la costruzione di un nuovo canale che unisca i due oceani Atlantico e Pacifico in America Centrale, precisamente in Nicaragua. Il Canale dovrebbe competere con quello già esistente di Panama (realizzato nel 1914) che, peraltro, dovrebbe a breve essere soggetto a lavori di espansione per un ammontare di circa 5 miliardi di dollari. La decisione degli Emirati Arabi Uniti dovrebbe andare incontro all’espansione del commercio globale per via marittima. Gli Emirati Arabi Uniti potrebbero, tramite la realizzazione di questa opera, entrare con la loro potenza finanziaria gonfiata dai petrodollari anche nei mercati e nel giro di affari del continente americano.

Insieme agli EAU, hanno manifestato interesse alla realizzazione del proposto Canale di Nicaragua (di cui il Presidente Ortega ha mostrato il progetto alla delegazione degli Emirati in visita nel Paese) anche altri Paesi, in particolare Venezuela e Cina, che stanno tentando di allocare all’estero i loro capitali in misura maggiore. Le due compagnie degli Emirati maggiormente coinvolte nel progetto dovrebbero essere la Emirates Ship Investment Company, leader nel settore ad Abu Dhabi, e la Abu Dhabi Ports Company, che sta già realizzando i grandi progetti del Porto di Khalifa e del complesso industriale di Taweelah.

Il flusso di investimenti diretti esteri (IDE) degli Emirati Arabi Uniti all’estero, ammontava nel 2008, secondo i dati UNCTAD, a quasi 16 miliardi di dollari, mentre il valore complessivo degli investimenti diretti esteri già allocati all’estero supera anche i 50 miliardi di dollari. In questo modo gli EAU mirano a diventare sempre di più una potenza finanziaria a livello globale, tramite questo grande flusso di capitali in opere all’estero.

September 18, 2009

La guerra civile strisciante in Yemen

Filed under: Golfo

Geopliticamente parlando, uno degli Stati più strategici al mondo. A metà tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo, tra il Corno d’Africa e la penisola arabica, tra sciismo e sunnismo, lo Yemen sta sprofondando nel caos. In silenzio.

NEL DIMENTICATOIO - Pochi ne parlano, in Italia praticamente nessuno. Lo Yemen è un Paese sull’orlo del collasso e, si direbbe, sull’orlo di una guerra civile. Si direbbe, perché in realtà già lo è, e non è una novità. Il Paese è profondamente diviso, non in due, ma almeno in tre. Governo autoritatio; separatisti di ispirazione marxista-leninista nel Sud; sciiti zaiditi, seguadi del ribelle Abd al-Malik Al-Houthi, a Nord. Questo è lo Yemen, e non è finita qui. Uno Stato in cui la presenza istituzionale e la sua legittimazione è pressochè nulla. Un Paese in cui, da anni e non da poco tempo, si nascondono alcune delle cellule più pericolose e attive di quella galassia di movimenti terroristici di ispirazione sunnita wahhabita, che per semplificazione va sotto il nome di Al-Qaeda. Un Paese che, complice la fetta di popolazione di fede musulmana sciita che è lì presente, è meta del sostegno logistico e finanziario di un altro grande protagonista del Medio Oriente, che sta tentando da tempo di espandere la propria influenza ai margini del Mediterraneo: l’Iran. Un Paese in cui il fondamentalismo sunnita, dall’altra parte, non è mai stato abbastanza combattuto ed in cui, adesso, si avvertono le conseguenze di anni di politiche a breve, brevissimo termine, senza un reale progetto che mirasse allo sviluppo ed alla stabilizzazione interna.

LE LOTTE INTESTINE - Tutto ciò è oggi lo Yemen, in cui da più di dieci anni, ma con rinnovato vigore da un paio di mesi, si sta combattendo una vera e propria guerra intestina tra il governo e le forze presidenziali di Ali Abdullah Saleh e gli sciiti zaiditi del guerrigliero Al-Houthi dall’altra parte. Parte, quest’ultima, che da sempre subisce le politiche discriminatorie di Sana’a e che, soprattutto per tale motivo, porta avanti una lotta al potere centrale che abbia come obeiettivo il riconoscimento di eguali diritti per tutti i cittadini yemeniti. Se è vero che l’Iran tenta di sfruttare questa presenza sciita nel Golfo meridionale per poter imporre una propria presenza ed influenza nella zona, pare essere altrettanto vero che il governo non fa niente per migliorare la condizione degli sciiti e tentare di conseguenza di calmare gli animi. In un Paese dove i legami personali e tribali contano ancora di più di quelli istituzionali e politici, ecco che la miscela diventa esplosiva. Nelle ultime settimane si sono intensificati gli scontri tra forze governative e sciite, fino al bombardamento di ieri, che ha fatto registrare ben 8o vittime civili […]

Per leggerne di più vai su Il Caffè Geopolitico

July 29, 2009

La Giordania e il nucleare

Filed under: Golfo

La Giordania ha deciso di portare avantiil proprio programma volto alla realizzazione dell’approvvigionamento energetico tramite l’energia nucleare. In tale senso è stato compiuto un altro passo avanti, come annunciato dalla Commissione per l’Energia Atomia Giordana (Jordan Atomic Energy Commission, JAEC). La Giordania importa attualmente circa il 95% di tutta l’energia che consuma, essendo dunque un importatore netto di energia. Lo scopo, secondo la JAEC, è quello di diventare una esportatrice entro il 2030, obiettivo ambizioso ma non impossibile stando alle cifre.

La Giordania spende circa 3,2 miliardi di dollari l’anno per l’energia che importa, pari al 24% dell’import totale e a circa il 20% del proprio Prodotto Interno Lordo. Ha programmi di cooperazione nel campo dell’energia atomica con 6 Paesi: Francia, Cina, Corea del Sud, Canada, Russia e Gran Bretagna; in aggiunta sono sul tavolo possibili progetti di cooperazione con almeno altri 3 Paesi: Argentina, Brasile e la Romania. In Giordania vi sono già diverse imprese straniere che operano nel settore dell’energia da fonti nucleari: spiccano la francese Areva e la britannico-australiana Rio Tinto, così come la cinese CNNC (China’s National Nuclear Corporation), tutte impegnate in progetti volti a far diventare la Giordania il primo Paese arabo ad avere una tecnologia nucleare abbastanza sviluppata da poter far fronte alla domanda interna (anche alcuni Paesi del Golfo e del Maghreb stanno tentando di portare a termine tale ambizioso obiettivo, ambizioso se non altro dal punto di vista politico, visto il precedente che potrebbe creare in direzione di una eventuale nuclearizzazione di tutto il Medio Oriente).

Ieri è stato annunciato dalla JAEC che il reattore che dovrebbe arrivare a produrre fino a 1.000 Megawatt di energia di capacità dovrebbe essere costruito a partire dal 2013 ed in funzione dal 2017-2018. A contendersi la gara d’appatlo per la sua realizzazione vi sono il lizza la francese Areva, la sud-coreana Kepco, la canadese Atomic Energy e la compagnia russa Atomstroyexport. La politica energetica giordana punta dunque all’autosufficienza, ma dovrà fare i conti con una volontà diffusa ad evitare che l’area mediorientale sia coinvolta da programmi nucleari, al fine di evitare anche una possibile deriva verso la scelta di adottarsi di armamenti nucleari per la propria difesa, sulla scia delle scelte che sta compiendo la Repubblica Islamica di Iran.

July 17, 2009

Outlook Medio Oriente 2009

E’ on-line l’outlook Medio Oriente 2009 di Equilibri.net, coordinato da me. L’outlook si concentra sulle valutazioni del post-voto in Israele, Libano ed Iran e sulle ripercussioni che vi saranno in Egitto e Siria, ma anche sulla situaizone di due particolari Paesi al bivio: l’Iraq, che ha alle porte importanti appuntamenti elettorali e politici dopo il ritiro dalle città delle truppe statunitensi, e lo Yemen, sempre più a rischio di collasso istituzionale per via della fragilità che caratterizza il suo sistema politico-economico e sociale a livello interno. L’editoriale è di Giacomo Goldkorn. Hanno partecipato Marco Di Donato, Massimiliano Frenza Maxia, Lorenzo Nannetti, Gianmaria Vernetti ed io.

Cliccando qui potrete scaricare l’Outlook gratuitamente in formato pdf

June 25, 2009

Policy Brief - Instabilità nel Golfo di Aden: Pirateria e Terrorismo

Filed under: Golfo, Mappe

é stato pubblicato il Policy Brief n. 12 di Equilibri, redatto da me e Alessio Fabbiano, sulla situazione nel Golfo di Aden. In particolare rilievo le questioni della pirateria e del terrorismo e un focus sulla situazione in Yemen, Stato a rischio di fallimento istituzionale e nuovo possibile covo per i terroristi islamici legati ad al-Qaeda.

Queste le principali indicazioni operative:

La soluzione al problema della pirateria passa dalla stabilizzazione della Somalia. L’azione dell’Italia, partner privilegiato di Mogadiscio, dovrebbe essere perseguita con più incisività nel Gruppo Internazionale di Contatto allo scopo di rafforzare con mezzi militari l’appoggio diplomatico dato sinora al governo di transizione somalo, espressione moderata della maggioranza islamica della popolazione. Il maggiore coinvolgimento della comunità internazionale e delle potenze economiche potrebbe essere perseguito dall’Italia agendo sulla leva della stretegicità commerciale del Golfo di Aden.

Diventa altresì cruciale pianificare una prossima missione internazionale che, sul modello di quella in Libano, potrebbe essere guidata dai comandi italiani integrati della marina e dell’esercito con l’appoggio militare della missione dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM), operativa dal gennaio 2007. Risulta di cruciale importanza, invece, premere per evitare azioni militare non integrate in una forza di peacekeeping internazionale, come accaduto per l’intervento etiopico dal dicembre 2006 al gennaio 2009, in quanto tale tipo di missioni unilaterali potrebbe estendere l’instabilità all’intera subregione.

Lo Yemen potrebbe risultare determinante sia come base di appoggio che come centro logistico per una futura missione internazionale in Somalia. In tale senso, il governo italiano potrebbe studiare delle operazioni congiunte con quello yemenita, guidato dal Presidente Ali Abdullah Saleh, schierato con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo internazionale di matrice islamica.

Il governo italiano, insieme agli altri Paesi occidentali, con l’obiettivo di evitare il collasso istituzionale dello Yemen, potrebbe agire all’interno del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale affinché si avvii una più ampia campagna di aiuti finanziari. Inoltre sarebbero opportuni investimenti nel settore del turismo e della sicurezza connessa, in quanto tale campo è quello potenzialmente più redditizio per Sana’a.

Cliccando qui è possibile scaricare il Policy Brief in Pdf

 

 

 

May 26, 2009

Daily News: guerra di spie tra Israele ed il Libano

  • EMIRATI ARABI UNITI: il governo francese ha annunciato l’inaugurazione di una base militare negli Emirati Arabi Uniti, la prima base permanente di Parigi in Medio Oriente. La Base, chiamata "Peace Camp", si trova ad Abu Dhabi, nella strategica posizione di fronte allo Stretto di Hormuz, e ospiterà 500 soldati francesi. In questo modo la Francia ambisce a riconquistare, insieme a Stati Uniti e Gran Bretagna, una posizione di maggior rilievo e, soprattutto, permanente, all’interno dell’area mediorientale. Lo stesso Presidente Sarkozy, da due anni a questa parte, ha compiuto molti passi importanti nella zona, come quello di trainare il reinserimento della Siria nella Comunità Internazionale e mediare la normalizzazione dei rapporti tra Damasco e il Libano. Gli EAU, che figurano tra i primi Paesi al mondo per quanto riguarda le importazioni di armi, acquistano gran parte del proprio materiale bellico proprio dalla Francia.
  • LIBANO: le Forze Armate libanesi hanno arrestato un ex Colonnello dell’Esercito, Mansour Diab, nella cittadina di Akkar, con l’accusa di spionaggio a favore dello Stato di Israele. In tutto, da qualche settimana a questa parte, le autorità libanesi hanno già arrestato 12 persone con la stessa accusa, andando ad aumentare i sospetti e le accuse di Hezbollah circa un imminente attacco israeliano in Libano, soprattutto in vista delle prossime elezioni del 7 giugno. Già nei giorni scorsi il Partito di Dio aveva rigettato come "sioniste" le accuse del giornale tedesco Der Spiegel che davano anche ad Hezbollah la responsabilità dell’omicidio di Rafiq Hariri, contribuendo ad alzare i toni della tensione tra Tel Aviv e il movimento sciita libanese. Lo stesso leader del Partito di Dio, Nasrallah, aveva chiesto che ai cittadini libanesi coinvolti nello spionaggio per Israele, soprattutto a quelli sciiti, fosse comminata la pena di morte.
  • TURCHIA: il Ministro degli Affari Esteri Ahmet Davutoglu, in visita ufficiale a Baku, dove ha incontrato la controparte azera Elmar Mammadiyorov, ha ribadito l’importanza delle relazioni tra Turchia ed Azerbaijan, tentando di tranquillizzare ulteriormente il governo azero circa le intenzioni di Ankara, anche nel caso in cui quest’ultima dovesse arrivare a normalizzare i propri rapporti con la Repubblica d’Armenia. Davutolgu ha detto che la Turchia sarà sempre al fianco dei "fratelli e delle sorelle azere" e che l’Azerbaijan non rappresenta solo un’entità amica o un vicino, ma un "partner strategico". I rapporti commerciali tra Baku ed Ankara ammontano a circa 2 miliardi di dollari l’anno.

May 18, 2009

Il gioco del gas naturale nel Kurdistan iracheno: entra anche Nabucco (con OMV e MOL)

Filed under: Turchia, Iraq, Golfo, Mappe, Europa

Nella giornata di domenica si è raggiunto un importantissimo accordo in materia energetica che vede coinvolti gli Emirati Arabi Uniti, l’Europa e l’Iraq, in particolar modo la parte settentrionale amministrata dai Curdi. Nell’Emirato di Sharja due compagnie private degli EAU, la Dana Gas e la Crescent Petroleum, hanno siglato una jont venture con la ungherese MOL (Hungarian Oil and Gas Company) e il gigante austriaco del settore OMV. L’accordo prevede l’esplorazione e lo sfruttamento degli importanti giacimenti di gas nel Kurdistan iracheno di Khor Mor e Chemchemal.

L’investimento totale dell’operazione è stimato intorno agli 8 miliardi di dollari e i due giacimenti insieme potrebbero arrivare a produrre sino a 4 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Con questo accordo la MOL diventerà azionista al 10% della Pearl Petroleum Company (che cura gli interessi di Dana e Crescent in Iraq), mentre le due compagnie degli Emirati prenderanno ognuna il 3% di quella ungherese. Inoltre, anche la OMV diverrà titolare di un’altra fetta del 10% della Pearl Petroleum, in modo da assicurarsi una parte di fornitutre di gas naturale, soprattutto in vista della possibile implementazione del progetto Nabucco, per il quale le compagnie coinvolte sono ancora in fase di ricerca delle fonti necessarie affinchè l’ambito piano possa entrare ad essere operativo (problemi politici e diplomatici da risolvere a parte).

Sia la OMV che la MOL, infatti, sono impegnate nella realizzazione del Nabucco. Entrambe sono tra le compagnie del settore più importanti in tutta Europa, con una capitalizzazione di mercato che si aggira, per tutte e due, intorno ai 14 miliardi di dollari. Lo scopo principale delle due cimpagnie ungherese e austriaca sarebbe quindi quello di facilitare, una volta estratto dai campi della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, il gas naturale verso la Turchia e, da lì, immetterlo sul mercato europeo.

La stessa Turchia dovrebbe essere interessata all’operazione siglata domenica scorsa negli Emirati Arabi Uniti, perchè potrebbe aggiungere un altro importante tassello verso la realizzazione del Nabucco, cui è fortemente interessata anche la compagnia turca Botas. Ankara acquisirebbe un peso geopolitico e geostrategico del tutto fondamentale nel caso in cui si dovesse trovare nella posizione di fungere da Paese cruciale per il passaggio del gas naturale verso l’Europa, soprattutto in considerazione del fatto che ciò accadrebbe a discapito della Russia, al momento la maggiore fornitrice di tale risorse ai Paesi del Vecchio Continente.  

La potenziale instabilità del Kurdistan iracheno, però, pone degli ostacoli al processo di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti di gas presenti sul proprio territorio da parte di imprese straniere. Non è ancora ben chiaro infatti, nonostante il Governo Autonomo del Kurdistan iracheno abbia già preso contatti ed accordi con molte compagnie straniere, se alla fine tali contratti verranno rispettati o al contrario, sia per volontà/imposizione del governo centrale di Baghdad, sia per la possibilità di nuove fonti di instabilità nella regione (vedi la definizione dello status di Kirkuk), non si riuscirà a portare a termine questi progetti. 

 

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