Il Baluchistan iraniano in fermento: futuro teatro di scontri?
A poche settimane dalle elezioni presidenziali che decideranno le sorti dell’Iran, previste per il 12 giugno, un attentato nel Sud-Est del Paese rischia di provocare delle turbolenze che vanno a sovrapporsi alle tensioni già esistenti, sia all’interno delle dinamiche stesse dell’Iran, che tra l’Iran e l’Occidente, in particolar modo gli Stati Uniti. Un attentato suicida ha provocato 23 morti in una delle due più importanti moschee sciite nella capitale dela Provincia del Sistan-Baluchistan, Zahedan. Anche la scelta del giorno è stata mirata, essendo il giorno delle celebrazioni della figlia di Maometto.
Sicuramente la scelta dell’attentato è stata dettata anche dal particolare momento dell’Iran, appunto a pochi giorni dalle prossime elezioni presidenziali che designeranno il successore di Ahamdi-Nejad alla guida del Paese (con lo stesso Presidente in carica in posizione avvantaggiata per un secondo mandato, rispetto agli altri candidati). Si noti che l’area coinvolta è a maggioranza Baluchi e sunnita, in opposizione ad un Paese a grande maggioranza sciita, in cui lo sciismo è la religione di Stato e il sunnismo è piuttosto marginalizzato e, nella quale i Baluchi-sunniti hanno storicamente condotto vari attacchi contro il potere centrale sciita.
Ciò è sempre accaduto, molto probabilmente, con il beneplacito se non con l’appoggio del Pakistan, con cui l’Iran condivide il confine baluchi e, soprattutto, grande potenza regionale sunnita, potenziale competitore dell’Iran per l’influenza in quell’area. Nel Sistan-Baluchistan iraniano opera da un paio di decenni il Jundullah (Soldati di Dio), organizzazione paramiliare e terroristica di matrice sunnita, finanziata proprio dai maggiori attori sunniti regionali, in chiave anti-regime degli Ayatollah. Questa potrebbe essere una chiave di lettura dell’attentato di Zahedan, vale a dire un tentativo di sconvolgere gli equilibri nazionali dell’Iran, con lo scopo di portare la popolazione su posizioni più ostili ad Ahmadi-Nejad e far sì che venga eletto un candidato presidenziale percepito come meno minaccioso da parte degli attori arabi e/o sunniti.
Ma non solo: come già sottolineato più volte, il Baluchistan, sia pakistano che iraniano, rappresenta un’area di fondamentale importanza strategica per gli Stati Uniti. Da questo territorio, infatti, dovrebbe passare il gasdotto che rifornirebbe di circa 8 miliardi di metri cubi di gas l’anno il Pakistan (e, di lì, forse anche l’India) e a cui Washington si oppone con forza e, inoltre, quest’area risulta molto importante anche per il corridoio del narcotraffico che dall’Afghanistan raggiunge l’Occidente. L’Iran ha ufficialmente condannato gli Stati Uniti per aver coperto l’attentato di oggi, tramite le parole del vice-governatore della Provincia del Sistan-Baluchistan, Jalal Sayah, che ha dichiarato di aver arrestato tre persone coinvolte nell’attentato e di avere le prove che Washington si troverebbe dietro l’attacco alla moschea.
Chiaramente questo (cioè le accuse agli Stati Uniti) è un tentativo delle forze conservatrici iraniane di non creare instabilità interna, deviando qualsiasi tipo di responsabilità e colpa verso il nemico esterno, mettendo nuovamente in moto quella retorica populista, nazionalista e anti-americana che ha senmpre unito attorno ai leader conservatori la popolazione iraniana. Anche il maggior candodato riformista, Mir Hossein Mousavi, ha in effetti puntato il dito contro le "forze straniere", allineandosi con la posizione della maggior parte degli ufficiali iraniani, per non rischiare di perdere consensi e le possibilità di vittoria il 12 giugno.
Le bombe di Zahedan, che colpiscono al cuore lo sciismo in una regione a maggioranza sunnita, sono dunque dei segnali importanti e da non sottovalutare per le dinamiche future dell’Iran: esse indicano che vi è una parte del Paese pronta a mettere in discussione la leadership sciita, così come è impostata; che nel Sud-Est comunque potrebbero nascere nuove lotte intestine che, sommate a quelle nelle aree nord-occidentali curde, potrebbero creare seri problemi alla stabilità del regime; che l’Iran non può dirsi completamente al sicuro rispetto il progetto anti-statunitense del cosiddetto "gasdotto della pace", almeno finchè non sia garantito un certo livello di sicurezza nella Provincia del Sistan-Baluchistan; infine, che gli attori esterni, Arabia Saudita, Pakistan e Stati Uniti, in primis, hanno la potenziale capacità di mettere in moto azioni tali da mettere in pericolo la stabilità di Teheran.
Da Zahedan arrivano dunque diversi segnali all’Iran. Probabilmente, più che influenzare il voto del prossimo 12 giugno, tali segnali appaiono diretti contro il futuro Presidente dell’Iran, chiunque esso sia. Costui avrà la consapevolezza d quanti e quali sono i vari probelmi a livello interno ed inernazionale con cui dovrà fare i conti. Tramite la presa in esame di tutte tali problematiche il nuovo Presidente iraniano dovrà scegliere se adottare una politica estera più accomodante, oppure inasprire ulteriormente i toni delle tensioni, fino a spingere il Paese in una -al momento alquanto scongiurata, ma non del tutto improbabile- nuova guerra contro l’Occidente e lo Stato di Israele.
