Stefano Torelli - World In Progress

December 3, 2009

Cosa succede a Damasco? L’ombra di un attentato sull’esplosione di oggi

Filed under: Siria

L’ESPLOSIONE - Damasco brucia. La capitale siriana non è più sicura come una volta e, qualora servissero ulteriori conferme, l’esplosione di stamattina arriva puntuale a turbare il Presidente della Siria Bashar al-Assad e i milioni di siriani che da mesi sperano di poter vedere il loro Paese tornare a far parte degli Stati graditi alla Comunità Internazionale. L’esplosione di questa mattina ha coinvolto un autobus di pellegrini sciiti, secondo alcune fonti iraniane, che si dirigevano in uno dei luoghi sacri dello sciismo presenti a Damasco: la moschea di Sayda Zeynab. Secondo le prime fonti vi sarebbero almeno 6 morti e molti feriti coinvolti nell’esplosione, avvenuta nei pressi di una stazione di benzina. Non è certo che si tratti di un attentato, dal momento che le autorità siriane hanno parlato di un “incidente”. Tale versione però sembra alquanto strana, riportando che uno pneumatico dell’autobus sarebbe scoppiato causando a sua volta lo scoppio di una bombola di gas presente nella stazione di rifornimento. Vedendo le lamiere dell’autobus scaraventate a decine di metri dal luogo dell’esplosione, risulta strano che lo scoppio di una gomma possa aver provocato quell’inferno. Se si trattasse di un attentato dunque, cosa potrebbe esserci dietro questo ennesimo atto di destabilizzazione in Medio Oriente? Perché proprio la Siria, Paese relativamente tranquillo da decenni e che ultimamente sembra essere in buoni rapporti con quasi tutti i vicini regionali? Possiamo fare delle ipotesi, interpretando i dati a nostra disposizione circa la situazione siriana, la congiuntura che sta attraversando il Medio Oriente e i rapporti di Damasco con gli altri attori regionali, fermo restando che non è certo che si tratti di un attentato.

LE SVOLTE DI DAMASCO - Non si può non notare che l’obiettivo dell’eventuale attentato sia stato, chiaramente, la comunità sciita. Per chi ha memoria lunga, possiamo ricordare che nel settembre del 2008 un altro attentato compiuto nella capitale siriana aveva coinvolto sempre un quartiere sciita, provocando 17 vittime. Allo stesso tempo se si tratta di un attentato non può essere un caso la coincidenza con la visita a Damasco, prevista proprio per oggi, di uno dei più importanti uomini del regime dell’Iran: il capo dell’apparato di sicurezza nazionale Said Jalili. Come dire: Iran, il nostro obiettivo sei tu, è un avvertimento. Ma chi potrebbe essere stato a portare a termine l’attentato? La Siria è sempre stata, da quasi trent’anni, l’alleato più stretto dell’Iran tra gli arabi del Medio Oriente. Per varie ragioni: affinità religiose e culturali (il governo di Assad è di estrazione alawita, una branca minoritaria dello sciismo, nonostante il Paese sia in maggioranza sunnita), motivazioni strategiche e politiche soprattutto. Da un po’ di tempo Damasco sembra però intraprendere un cammino piuttosto autonomo rispetto a Teheran: si sta riavvicinando all’Occidente, grazie alle aperture dell’Unione Europea con la Francia in testa; ha ormai compiuto il cammino della completa normalizzazione con la vicina Turchia, con cui adesso i rapporti sembrano essere ottimi; si è riavvicinata all’Arabia Saudita, nemico numero uno dell’Iran nella regione e, fino a poco tempo fa, in pessimi rapporti con la stessa Siria; tenta da due anni di arrivare ad un accordo addirittura con Israele, con la mediazione turca prima e francese poi; si è disimpegnata dal vicino Libano, che occupava militarmente fino al 2005 e ha permesso indirettamente la relativa stabilizzazione libanese a seguito delle elezioni dello scorso giugno.

OBIETTIVO: TEHERAN? - Dunque i cambiamenti sono tanti, soprattutto Damasco sta tentando di uscire dall’isolamento internazionale in cui l’aveva relegata l’ex Presidente statunitense George W. Bush da un lato e, dall’altro, il suo ambiguo atteggiamento di fiancheggiatrice di gruppi organizzati anche di stampo terroristico nella regione. Date le svolte descritte sopra, si potrebbe intendere che molti dei gruppi terroristici di matrice sunnita non abbiano gradito alcuni atteggiamenti della Siria, come per esempio la trattativa indiretta con Israele o, ancora, il sospetto coinvolgimento del regime siriano in alcuni attentati che hanno colpito l’Iraq. Ma l’eventuale attentato potrebbe essere volto anche a deteriorare i rapporti tra la Siria e l’Iran, in un momento delicato per Teheran. Con atti destabilizzatori si potrebbe voler mettere in luce l’attuale difficoltà del Presidente Assad di tenere sotto controllo i gruppi estremisti siriani o infiltrati da fuori, come invece era sempre stato fino ad un anno fa. Si tratterebbe delle avvisaglie di una situazione interna che sfugge di mano al governo, in modo tale da rendere l’Iran più sospettoso di Damasco ed allontanare Ahmadi-Nejad dall’alleato Assad. In tal modo Teheran si troverebbe sempre più isolata e in parte privata dell’appoggio siriano come testa di ponte nel cuore del Medio Oriente.

I GUAI DI ASSAD - Allo stesso tempo, un attentato potrebbe essere una sorta di punizione contro la politica estera seguita da Assad, fatta di rapporti con l’Occidente, rottura dell’isolamento e ammiccamenti con Israele. Proprio qualche giorno fa era trapelata la notizia secondo cui l’uccisione del numero due di Hezbollah Mughniyyeh, avvenuta nel febbraio 2008 sempre a Damasco, sarebbe stata portata a termine dai servizi segreti israeliani con la complicità della Siria stessa. Dunque è da quasi due anni che Damasco si sta attirando le ire di molti vicini arabi. Non si esclude che dietro un possibile attentato vi sia la lunga mano saudita, per esempio tramite un gruppo terroristico con base in Libano, Fatah al-Islam, il cui capo Shaker al-Abssi è stato arrestato e probabilmente ucciso (è scomparso dopo l’arresto e non si hanno più notizie su di lui) proprio dalle autorità siriane. Un atto terroristico che potrebbe avere molti mandanti e diversi scopi. Sicuramente alla base vi sarebbe la volontà di mostrare la vulnerabilità della Siria agli occhi dell’Occidente da un lato e dell’Iran dall’altro, in modo tale da screditare il Paese da entrambi i fronti. L’Occidente non potrebbe essere sicuro di un’eventuale alleanza con la Siria e l’Iran vede i propri concittadini essere massacrati per le strade di Damasco. E’ anche per questo che probabilmente, in attesa di notizie più certe, le autorità siriane dicono che non si tratta di un attentato, ma di un incidente provocato da una bombola di gas. Se di attentato si tratta, invece, dietro le bombe vi potrebbe essere la mano di attori che, con le mosse attuali della Siria, stanno perdendo colpi a livello di immagine ed influenza regionale, vale a dire i “classici” interlocutori arabi e sunniti dell’Occidente, come Arabia Saudita, Egitto e Giordania. In occasioni come queste torna sempre il vecchio detto che in Medio Oriente non vi sono alleanze, ma solo interessi. La Siria sta pagando il prezzo di politiche conciliatorie con i nemici di una volta e sta subendo le ritorsioni di altri attori, con scopi molteplici. Del resto, se vi è un posto dove tutto può accadere contro tutti, quello è il Medio Oriente. A Washington, nel frattempo, Obama si sveglierà con un’altra brutta notizia per la sua opera di mediazione nella regione.

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December 2, 2009

L’Italia, l’interesse nazionale e Lukashenko in Bielorussia. Realpolitik al limite?

Filed under: Europa

RELAZIONI PERICOLOSE - Ci risiamo. Realpolitik ai limiti del consentito in Italia. Dopo le visite reciproche fortemente criticate con il leader libico Gheddafi e i rapporti personali quantomeno ambigui con il Presidente russo Vladimir Putin, il Premier italiano Silvio Berlusconi ha compiuto un altro viaggio diplomatico che sarà oggetto di molte disapprovazioni. Il Paese di destinazione questa volta era la Bielorussia del Presidente Aleksandr Lukashenko, anche detto “l’ultimo dittatore d’Europa”. Nessun capo di Stato o governo di un Paese europeo, dal 1994 (anno in cui Lukashenko diventò Presidente della Bielorussia), ha mai messo piede a Minsk, la capitale bielorussa. Negli scorsi anni più di una volta il Dipartimento di Stato USA, l’Unione Europea e organizzazioni come l’OSCE hanno accusato il regime di Minsk di essere anti-democratico, di aver fatto svolgere elezioni pilotate e cambiamenti costituzionali (che, per esempio, permettono allo stesso Lukashenko di ricandidarsi quante volte riterrà opportuno, mentre prima vi era un limite di due mandati presidenziali) che poco hanno a che fare con i principi ispiratori delle democrazie occidentali.

DEMOCRAZIE vs. AUTORITARISMI - Nella sua visita a Minsk che, tra l’altro, ricambiava una visita ufficiale di Lukashenko a Roma nello scorso aprile (visita durante la quale il capo di Stato bielorusso aveva incontrato anche il Papa Benedetto XVI), Berlusconi si è spinto a dichiarare che Lukashenko è un Presidente amato, come si può vedere “dai risultati elettorali che sono sotto gli occhi di tutti”. Quei risultati elettorali che, per inciso, sono così schiaccianti da risultare davvero poco credibili (nelle ultime elezioni, quelle del marzo 2006, Lukashenko vinse con l’82,6% dei consensi. Tanto per intenderci, le ultime elezioni in Iran, quelle dei brogli di Ahmadi-Nejad, hanno visto il Presidente “conquistare” il 62,4% dei voti). Dunque di nuovo la politica estera italiana e l’interesse nazionale del Belpaese sembrano non seguire linee politiche logiche, distanziandosi ancora una volta dagli alleati europei e transatlantici ed andando ad infilarsi nei meandri di regimi autoritari.

L’INTERESSE ITALIANO: GAS E ARMI? - Interessi economici, affari aziendali e rapporti privilegiati con dittatori malvisti in Europa, in cambio di una parvenza di legittimazione di quei regimi o, al limite, dei famosi 15 minuti di fama che, come diceva Andy Warhol, prima o poi nella vita spettano a tutti. Questo il limite della politica estera italiana allo stato attuale: giocare sul bisogno di uscire dall’isolamento di discussi leader, per poter dare l’impressione di agire da apripista e pionieri di nuove relazioni. Il problema è che, spesso, tutte le retroguardie dietro Roma, composte dagli alleati più tradizionali della NATO e dell’UE, non condividono tali scelte e si distanziano. In tal modo è l’Italia stessa che rischia di trovarsi isolata. Nonostante ciò, business is business. Dunque ecco che, dietro alla visita di Berlusconi a Minsk, arrivano due degli attori che più di altri determinano la politica estera italiana: ENI e Finmeccanica. La prima potrebbe essere alla ricerca di nuovi accordi con Minsk, considerando il fatto che la Bielorussia non ha molte risorse naturali, ma sul proprio territorio transita una buona fetta del gas russo diretto in Europa. Finmeccanica, invece, è già un passo avanti nelle relazioni con Minsk: lo scorso settembre il Presidente e Amministratore Delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini, ha incontrato Lukashenko nella capitale bielorussa per stringere probabilmente degli accordi circa possibili investimenti italiani nel settore della difesa bielorussa. L’ex Repubblica Sovietica ha un gran bisogno di rinnovare i propri arsenali per essere al passo con i competitori regionali (come tutti i regimi autoritari, Minsk dà grande importanza al settore militare) e Berlusconi promuove gli interessi dell’industria italiana della difesa, o meglio di Finmeccanica, appunto.

E I COMUNISTI? - Pensare che, in casa, Berlusconi usa spesso la retorica anti-comunista e, inoltre, anche la stessa Europa dell’Est va sempre più in questa direzione. Curioso il fatto che, mentre in Polonia la settimana scorsa si approvava un emendamento all’articolo 256 del codice penale, finalizzato a mettere al bando (pena l’arresto) qualsiasi simbolo comunista (bandiere rosse, falci e martelli, magliette con Che Guevara…) e, a Roma, il Presidente del Consiglio continui ad accusare la “magistratura comunista”, l’“opposizione comunista” e i “media comunisti”, fuori Italia Berlusconi cambi così facilmente idea. Amico personale di Putin, ex dirigente del KGB, e adesso tessitore delle lodi di Lukashenko, ex membro del Soviet, e del suo immenso consenso popolare. La Bielorussia, per inciso, ha rapporti stretti anche con la Repubblica Islamica dell’Iran, costituendo una sorta di asse strategico in funzione anti-occidentale con altri Paesi come il Venezuela. Tutti rappresentanti di regimi autoritari, con cui l’Italia continua a tessere relazioni, mettendo in pericolo la credibilità di Roma a livello europeo e facendo nuovamente intendere l’idea che si ha a Palazzo Chigi dell’interesse nazionale, carente di una visione di lungo termine che, a lungo andare, potrebbe invece rivelarsi controproducente.

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November 30, 2009

Il governo del Libano riconosce ad Hezbollah il diritto di usare le armi: il Partito di Dio ha vinto la lotta interna?

Filed under: Libano

Il nuovo governo di unità nazionale guidato da Saad Hariri ed appena insidiatosi in Libano, ha approvato il 26 novembre una dichiarazione che riconoscerebbe al partito di opposizione sciita Hezbollah il diritto di difendere con le armi il territorio libanese. La dichiarazione recita: “E’ diritto del popolo libanese, dell’Esercito e della resistenza guidata da Hezbollah, liberare le Fattorie di Shebaa, le Colline di Kfar Shuba e la parte settentrionale del villaggio di Ghajar, così come di difendere il Libano e le sue acque territoriali da un’aggressione nemica, tramite ogni mezzo disponibile e consentito.

Nella dichiarazione vi è un chiaro riferimento allo Stato di Israele, ma ciò che fa riflettere maggiormente è la capacità di Hezbollah, non solo di mantenere intatto il proprio arsenale, ma di ricevere una sorta di autorizzazione e riconoscimento da parte delle istituzioni libanesi, circa il proprio ruolo all’interno del Paese ed il diritto di ricorrere all’uso delle armi. Uno degli obiettivi principali della Coalizione 14 marzo, guidata dall’attuale Primo Ministro Hariri e vincitrice della maggioranza in Parlamento dopo le elezioni dello scorso giugno, era proprio quello di smantellare l’arsenale in possesso del Partito di Dio. Il fallimento in tale intento, così come la nomina di un membro di Hezbollah al Ministero degli Affari Esteri, mettono invece in evidenza il peso reale del gruppo sciita all’interno degli equilibri libanesi: un peso determinante.

Ciò è anche conseguenza diretta del reale risultato delle elezioni di giugno, che avevano confermato la presenza radicata di Hezbollah in ampie parti del Paese, soprattutto nel Sud. Uno dei rischi più concreti nel breve-medio termine, adesso, è legato alla reazione di Israele. Avendo il governo legittimato il ricorso alle armi da parte di Hezbollah ed avendo incluso membri del Partito di Dio nel gabinetto esecutivo, Israele potrebbe confrontarsi con Hezbollah come se lo stesse facendo con lo stesso Stato libanese. L’identificazione di Hezbollah con il governo di Beirut più in generale, potrebbe portare a un’escalation nel confronto tra Israele ed il Libano, che non potrebbe escludere nuovi scontri armati, come accaduto nell’estate del 2006.

November 25, 2009

L’Italia vista da Istanbul - 6° Forum di dialogo italo-turco

Filed under: Turchia, Europa

Donne e giovani. Queste le due parole chiave del Forum di dialogo italo-turco, svoltosi ad Istanbul il 18 e 19 novembre scorsi, cui ho avuto la fortuna di prendere parte con l’ICTS. A partecipare, rappresentanti della politica, del mondo accademico, dei media, dell’arte e delle organizzazioni non governative dei due Paesi. Obiettivo: trovare sempre più punti di contatto tra Ankara e Roma e sviluppare progetti congiunti che possano aiutare a migliorare ulteriormente le relazioni bilaterali. Sullo sfondo, l’eterna questione dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea e l’appoggio quasi incondizionato dell’Italia a questa priorità della politica estera turca. Quest’ultimo aspetto è stato ribadito con vigore dal Ministro degli Esteri Frattini, che si è spinto a paragonare, per carica simbolica europea, l’annessione di Ankara all’UE alla caduta del Muro di Berlino nel 1989. A parte la retorica politica di Frattini e della controparte turca Ahmet Davutoglu, piena di espressioni di apprezzamento reciproco (e non poteva essere altrimenti), il dibattito della società civile si è spostato sui due temi evidenziati all’inizio dell’articolo.

Donne. Nonostante si continui a far finta di niente, rispetto alla condizione femminile in Italia, Emma Bonino, intervenuta in qualità di membro della Commissione Indipendente sulla Turchia, ha tentato di aprire gli occhi dei cittadini alla realtà. In Italia la condizione delle donne, nonostante la relativa parità raggiunta a livello legislativo, di fatto ancora è una chimera. Basta andare a vedere le cifre relative all’occupazione femminile e alla partecipazione delle donne al mondo delle imprese, soprattutto nel Sud Italia, per averne conferma. Le donne risultano ancora essere vittime di una sorta di machismo imperante all’interno del mondo istituzionale e civile, come testimoniano ancora tante realtà. Basti pensare ai continui scandali politici a sfondo sessuale o, per ultimo, alle penose serate di gala organizzate da Gheddafi a Roma con le hostess “istruite” ai precetti islamici: mercificazione femminile, ad uso e consumo del Colonnello e della sua politica interna, con la complicità delle istituzioni italiane. In Turchia la situazione non è del tutto migliore, come ricordato da Nesude Nursuna Memecan, Capo della delegazione dei lavori sul Protocollo di Cooperazione tra Italia e Turchia: ancora delitti d’onore, ancora forme di discriminazione. Evidentemente il retroterra mediterraneo c’è e ci accomuna. Tanto ancora da fare, dunque, e il tema dell’emancipazione femminile di fatto è stato lanciato come un volano in grado di migliorare la vita politica e sociale dei due Paesi, anche nella cornice del resto d’Europa.

Giovani. Peggio mi sento. L’Italia è un Paese per vecchi. Inutile usare queste righe per ricordare quanto sia vera questa affermazione. Paese vecchio demograficamente, culturalmente, l’Italia è la patria della gerontocrazia. Non vi sono giovani a nessun livello decisionale nazionale, che si parli di politica, accademia, economia, società. E’ un problema e va affrontato. I giovani hanno bisogno di spazio, ma devono anche rivendicarlo e riempirlo con le idee e le proposte. Tanti i progetti di cui si è discusso, nei settori della giovane imprenditoria, dell’arte, dei programmi di scambi culturali… Tutti d’accordo sul fatto che la meglio gioventù di entrambi i Paesi debba alzare la voce e farsi sentire con più forza, se vuole vedere soddisfatte le proprie rivendicazioni in ogni ambito. La Turchia in questo è probabilmente meglio dell’Italia. In generale la popolazione è più giovane, i tassi di crescita demografica fanno presagire un futuro sempre più pieno di opportunità per i ragazzi turchi, che continuano tra l’altro ad avere tassi di scolarizzazione sempre più alti (vi è però da sottolineare l’enorme divario ancora esistente tra il Paese in generale e la regione Sud-orientale, quella a maggioranza curda, che rappresenta quello che per l’Italia è il Mezzogiorno, seppure con condizioni più esasperate). Dalle tavole rotonde sono venute fuori tante idee, anche se poche proposte concrete; spetterà ai gruppi di lavoro durante l’anno mettere insieme le idee e dare loro una forma concreta, per presentare progetti attuabili nel prossimo Forum di dialogo che si terrà l’anno prossimo a Roma.

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November 24, 2009

L’Iraq e l’incertezza sulle elezioni - al-Qaeda (o chi per lei) ha la meglio?

Filed under: Iraq

Dopo l’accordo sulla legge elettorale irachena, raggiunto appena due settimane fa (l’8 novembre), si complica nuovamente la questione legata alle prossime elezioni del gennaio 2010, in seguito al veto posto sulla stessa legge dal vice-Presidente Tariq al-Hashemi. Per la Costituzione irachena, infatti, qualsiasi dei tre membri del Consiglio Presidenziale (composto dal Presidente Jalal Talabani e due vice-Presidenti), può apporre il proprio veto su una legge emanata dal Parlamento, in modo tale da rimandarla alla Camera legislativa, dove dovrà essere approvata da una maggioranza del 60%.

Al-Hashemi, un sunnita, contesta in particolare il primo articolo della legge in questione, che non darebbe abbastanza peso agli iracheni all’estero ed alle minoranze. Anche lo stesso Presidente Talabani ha dichiarato di voler dare maggiore rappresentanza alle minoranze, alzandone il numero di seggi in Parlamento. In maniera particolare, si riferirebbe ai Cristiani e agli iracheni espatriati, avendo intenzione di attribuire a tutte queste minoranze il triplo deo seggi attuali, passando dal 5% del totale al 15%. La questione è molto importante per gli interessi sunniti, rivendicati dal vice-Presidente al-Hashemi. Come conseguenza della caduta del regime di Saddam, a maggioranza sunnita, infatti, la gran parte degli iracheni che hanno lasciato il Paese sono proprio dei sunniti. E’ facile comprendere quanto sia importante per la comunità sunnita in Iraq recuperare i voti degli Iracheni all’estero nel ridefinire gli equilibri del Paese.

Nonostante il Primo Ministro Nour al-Maliki abbia accusato al-Hashemi di voler destabilizzare il processo elettorale, costituzionalmente la sua decisione dovrebbe essere accettata e la legge dovrebbe tornare in Parlamento. Ciò vorrebbe dire quasi sicuramente uno slittamento delle elezioni previste per il 18 gennaio e una crescita del clima di instabilità ed incertezza in Iraq. All’orizzonte, se le elezioni dovessero saltare a data da definirsi, si prospetterebbe una nuova stagione di terrorismo e violenza, nell’attesa di determinare le nuove influenze in Iraq. La tornata elettorale potrebbe porre in parte fine all’instabilità, ma se tale appuntamento dovesse slittare ulteriormente, il Paese potrebbe assistere a nuovi squilibri, a tutto vantaggio della comunità sunnita, anche di quella più estremista collegata con al-Qaeda ed i suoi affiliati.

November 23, 2009

La guerra del calcio tra Egitto e Algeria. E la geopolitica?

Filed under: Egitto, Maghreb

In questi giorni, come già ho detto la settimana scorsa, divampa, anzi si aggrava, una sora di guerriglia per le strade del Cairo. Obiettivo: l’Algeria. l’Ambasciata è presa d’assalto, l’Ambasciatore egiziano ad Algeri è stato richiamato in patria, il Presidente Mibarak fa appelli al rispetto dell’Egitto, che non può essere umiliato. In Algeria, 18 morti per i festeggiamenti della vittoria contro l’Egitto che ha regalato i Mondiali del Sudafrica 2010 agli Algerini e quasi 150 attacchi cardiaci dopo il match. Proclami di guerra da entrambi i lati, accuse gravissime, feriti e disordini. Tutto questo per una partita di calcio? In un’analisi su Il Caffè Geopolitico, dò un resoconto geopolitico, appunto, delle motivazioni alla base… Qui sotto alcuni stralci:

[…] GEOPOLITICA, NON SOLO CALCIO - E la geopolitica? C’entra eccome. L’Algeria è un Paese in cui è ancora presente una forte tendenza alla radicalizzazione ed in cui la presenza di “al-Qaeda nel Maghreb” (filiale di al-Qaeda nella regione Nord-africana) è molto forte. Ne sono testimonianza i molti attentati terroristici che, nel silenzio della stampa occidentale, continuano a colpire obiettivi governativi e di polizia nel Paese, causando decine di vittime. Un retaggio della guerra civile degli anni ’90, in cui i fondamentalisti islamici del Fronte Islamico di Salvezza (FIS) vinsero le elezioni ma non furono riconosciuti, facendo sì che si creasse una situazione di lotta intestina non dissimile da quella che vede testimoni oggi i Palestinesi, da quando Hamas non è stato riconosciuto dalla Comunità Internazionale come il legittimo vincitore delle ultime elezioni del 2006 ed ha scelto la via della lotta armata contro i fratelli di Fatah. Algeria ancora canalizzatrice di fondamentalismo islamico e, dall’altro lato, Egitto che viene accusato di appoggiare le politiche israeliane in Palestina. Il mix è micidiale. L’Egitto, insieme alla Giordania, è l’unico Paese arabo ad intrattenere rapporti diplomatici con Israele e, in un clima in cui la Palestina è assurta a battaglia madre e simbolo di tutti gli arabi e musulmani, è facile capire come gli animi possano scaldarsi.

La geopolitica continua a farla da padrona: l’Algeria è la più grande produttrice ed esportatrice di gas naturale nell’area e l’Egitto comincia a fungere da competitore, nella misura in cui alimenta l’Arab Gas Pipeline, rete di distribuzione di gas naturale in Medio Oriente, e incrementa le infrastrutture dedite all’esportazione di GNL (Gas Naturale Liquefatto). E Mubarak, nel frattempo, gongola: i suoi concittadini sono distratti dal calcio e non pensano ai reali problemi sociali dell’Egitto. Ecco gli interessi reali, altro che panarabismo. Il panarabismo muore sotto le macerie di una partita di calcio e la competizione tra i “fratelli arabi” si fa sempre più forte. Benvenuto calcio, nel mondo della geopolitica.

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November 17, 2009

L’Iran è sempre l’Iran. E l’Italia?

Filed under: Iran

Dopo cinque mesi dalle contestate elezioni in Iran e l’indignazione dei governi e le opinioni pubbliche occidentali, in Iran sembra essere tornato tutto come prima. Se ne parla ormai soltanto come negoziatore nella propria questione nucleare, come attore mediorientale peraltro in crescita (e da un lato è anche vero), ma in gran parte dei casi si è tornati a tacere circa la natura delle istituzioni iraniane ed i comportamenti internazionali del regime dei Pasdaran (non più degli Ayatollah…) guidato da Ahmadi-Nejad. Publbico di seguito alcuni stralci di un mio intervento di oggi su Lo Spazio della Politica:

E ci voleva Saviano in prima serata su RaiTre perché tutti noi ci ricordassimo che esiste ancora un posto, di cui peraltro qualche mese fa erano piene le prime pagine di tutti i quotidiani mondiali, in cui si continua a stuprare i dissidenti politici in carcere e a reprimere le manifestazioni di piazza, come accaduto ancora una volta la settimana scorsa. […] Eppure di cose ne sono accadute: come dicevamo, abbiamo assistito alle provocazioni di un Presidente (probabilmente figlio di brogli elettorali) che ha nominato Ministro un ricercato internazionale, che ha ordinato i processi e le condanne a morte (le condanne a morte!) di giovani attivisti e studenti, rei di aver tentato di manifestare il loro dissenso al regime. Siamo stati testimoni della fiera domanda di uno studente genietto della matematica, Mahmoud Vahidnia, alla Guida Suprema del Paese, il Capo di Stato Ayatollah Ali Khamenei, in un incontro all’Università di Teheran: “Ayatollah, ma perché non è possibile contestarla? Lei crede di non fare errori?”. Altro che Saviano su RaiTre: la televisione di Stato, che mandava in diretta l’incontro della Guida Suprema con gli studenti, ha immediatamente sospeso le trasmissioni. E lo studente? Chissà, speriamo di non sentir parlare di lui come della prossima vittima “nemica dello Stato”. […]

Nel frattempo nella Provincia Sud-orientale del Sistan-Baluchistan un attentato, neanche un mese fa, ha provocato la morte di decine di persone, tra cui il vero obiettivo: alcuni elementi di spicco dei Pasdaran, il corpo militare formatosi dopo la Rivoluzione del 1979 e spina dorsale dell’establishment che mantiene al potere Ahmadi-Nejad. Anche qui, se ne è parlato, ma solo per sottolineare le difficoltà (comunque vere) del regime a mantenere la stabilità, senza voler approfondire. Senza voler spiegare che, dietro ai terroristi che hanno perpetrato l’attentato, vi sono anni e anni di ingiustizie sociali, in una delle pochissime aree del Paese a maggioranza sunnita (il regime è sciita) e di etnia Baluchi e non persiana. Storie di emarginazione e disuguaglianze istituzionalizzate, dunque, dietro il terrorismo nel Sud-Est dell’Iran. Ma alla stampa italiana che ha riportato la notizia è bastato sottolineare come il regime fosse in difficoltà. Salvo, poi, nel giro di una settimana, ritornare a parlare del regime iraniano come di un rispettabilissimo attore che negoziava con i grandi del mondo circa il proprio programma di arricchimento dell’uranio. La Russia si offre di arricchire l’uranio di Teheran, garantendo così livelli di arricchimento necessari per l’uso civile, ma non sufficienti per un uso militare, controllando così il nucleare iraniano. La Francia e gli Stati Uniti appoggiano la proposta di Mosca e sperano che possa andare bene all’Iran. L’Iran rifiuta, poi accetta, poi smentisce, poi accetta ma solo a metà, poi di nuovo rifiuta categoricamente e, infine, fa appello alla Comunità Internazionale perché si trovi una soluzione condivisa (!).

E l’Italia? L’Italia, come sempre, per il momento sta a guardare. Fa il tifo per l’una o l’altra parte, speranzosa un giorno di poter partecipare alle concertazioni che contano, ma con la consapevolezza che difficilmente ci si potrà arrivare. Sogna un posto nel cosiddetto “5+1” (i 5 Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: Francia, Gran Bretagna, Cina, Russia e USA, più la Germania), il gruppo che insieme all’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) negozia con Teheran sul nucleare. Sogna un italiano, Massimo D’Alema, come nuovo “uomo PESC”, pur sapendo che i Paesi che contano all’interno dell’UE definiscono a casa propria le proprie politiche estere e non a Bruxelles. E l’Italia, infine, tra un sogno e l’altro, guarda Saviano su RaiTre, ricordandosi che esiste ancora l’Iran e che ancora non si è risolto molto in quel Paese. Continuano le incarcerazioni contro i ragazzi che protestano, i più sfortunati vanno alla forca, il governo è sempre quello e il programma nucleare va avanti. E ci voleva Saviano a ricordarcelo. Grazie.

 

 

November 16, 2009

I razzi Katyusha arrivano in Yemen: tra Arabia Saudita e Iran è guerra per procura

Filed under: Iran, Golfo

Da più di due anni ho posto l’attenzione di alcune mie analisi su un teatro che sembrava essere nuovo, quello dello Yemen. Già nel luglio 2007, in un’analisi per Equilibri.net ("Yemen: un nuovo teatro per lo scontro tra sunniti e sciiti"), mettevo già in evidenza le tendenze che oggi paiono essere arrivate a manifestarsi sotto gli occhi di tutti. Sempre sula rivista di geopolitica e relazioni internazionali Equilibri.net tornavo sull’argomento Yemen lo scorso gennaio, ad analizzare le condizioni precarie delle istituzioni yemenite ed il sero rischio di collasso istituzionale ("Yemen: sull’orlo del fallimento"). Sulle pagine di questo blog ho trattato nuovamente l’argomento in più di un’occasione, come nei post dello scorso 4 aprile ("La guerra tra Iran e Israele cambia teatro: il Mar Rosso") e, più recentemente, due mesi fa anche per Il Caffè Geopolitico ("La guerra nascosta"). Infine, in un Policy Brief dello scorso giugno mettevo in evidenza gli enormi pericoli per la stabilità e sicurezza di tutta le regione, derivanti dallo scontro interno yemenita ("Instabilità nel Golfo di Aden: terrorismo e pirateria").

Tutte queste citazioni vogliono solo dimostrare come da molto tempo, dunque, chi si occupa di dinamiche mediorientali in modo più approfondito rispetto ai media tradizionali, non può non rendersi conto di quanto le fratture nell’area si stiano allargando e, in parte, spostando verso Sud-Ovest. Ciò per molti motivi, di cui il principale è sicuramente, come già sottolineato altre volte, la mancanza di istituzioni solide nello Yemen e la conseguente presenza di gruppi organizzati, con diverse forme di sponsorship, che combattono non solo una guerra civile nel Paese, ma sono espressioni di istanze geopolitiche e politiche di altri attori.

E’ in questo contesto che non devono stupirci i continui scontri che avvengono in questi giorni alla frontiera dello Yemen con l’Arabia Saudita, in cui interviene lo stesso esercito dei Sauditi a dar manforte al Presidente yemenita Saleh contro la guerriglia di ispirazione sciita di al-Houthi. Lo Yeme è a tutti gli effetti diventato il terreno di scontro di Riyadh con l’Iran e gli scontri di queste settimane ne sono la riprova. D’altro canto, è di ieri la notizia, diffusa da varie fonti giornalistiche, circa l’uso da parte di questi ribelli di armi di cui non eran odotati fino a poco tempo fa, come i razzi Katyusha.

Si tratta degli stessi usati da Hezbollah contro lo Stato di Israele e sono, quasi senza ombra di dubbio, di provenienza iraniana. Nei giorni scontri, del resto, un mercantile tedesco era stato fermato dai controlli israeliani nelle coste mediorientali, dopo aver fatto tappa anche in Yemen, trasportando 500 tonnellate di armi ed esplosivi, tra cui anche Katyusha, destinati dall’Iran ai suoi alleati nella regione. Teheran, stando a queste fonti, starebbe dunque incrementando il supporto alle fazioni anti-sunnite fuori dal proprio territorio nazionale. Se in Palestina e Libano è un po’ più difficile arrivare, il teatro offerto dai ribelli di al-Houthi in Yemen sembra essere ottimale per il contrabbando di tali armi. L’Arabia Saudita ha già risposto in prima persona a tali mosse, scatenando di fatto una guerra per procura tra Teheran e Riyadh, combattuta a discapito delle fragili istituzioni yemenite.

Gli scenari non lasciano presagire niente di positivo e, se in questa cornice si aggiunge il nuovo reclutamento di guerriglieri in Yemen anche dalle fazioni estremiste sunnite, affiliate ad al-Qaeda, si comprende quanto l’area intorno allo Yemen potrebbe essere la prossima area di crisi a livello regionale e, data la sua importanza geopolitica e strategica, potenzialmente internazionale. Sta anche ai governi occidentali riuscire ad intervenire in tempo e tentare di salvare la macchina istituzionale e statale in Yemen, altrimenti la situazione potrebbe deteriorarsi sempre di più e diventare del tutto incontrollabile. 

November 15, 2009

La guerra di spie: Israele è dietro la morte di Mughniyyeh, insieme alla Siria?

Il Medio Oriente continua ad essere terra di sorprese e colpi di scena. Mentre nei Territori Palestinesi si è ormai prossimi ad un prossimo scontro interno, che potrebbe avere conseguenze pesantissime anche sulla sicurezza israeliana, vista l’eventualità di nuove situazioni di guerriglia urbana e disordini; mentre in Libano il nuovo governo di unità nazionale viene costantemente minacciato dalla presenza di Hezbollah, che ultimamente pare stia dandosi da fare per riarmarsi (come dimostra il carico di armi proveniente dall’Iran e sequestrato su una nave tedesca dai Servizi israeliani) e potrebbe creare un nuovo fronte di conflitto armato contro lo Stato di Israele; mentre Barack Obama non riesce a compiere progressi significativi nell’area… Un quotidiano del Kuwait, Alrai, rilancia l’ipotesi di una collaborazione tra Siria e il Mossad per l’uccisione di Imad Mughniyyeh, il "Ministro del Terrore" di Hezbollah, avvenuta nel febbraio del 2008 nella capitale siriana Damasco.

La notizia è molto interessante nella misura in cui mettrerebbe allo scoperto alcune mosse di Damasco negli ultimi due anni, allo scopo di tornare ad essere una media potenza regionale, in grado di aver credito nei confronti del mondo occidentale (quindi, in parte, anche di Israele, con cui la Siria ancora sta tentando di arrivare ad un accordo di pace). In effetti, che i Servizi siriani potessero essere coinvolti nella vicenda dell’assassinio di Mughniyyeh, come prova della loro rinnovata affidabilità, era una notizia che già girava, da subito dopo lo scoppio dell’autobomba che uccise il luogotenente di Hezbollah. L’attentato che colpì un quartiere sciita di Damsco nel settembre 2008 non fece che confemare indirettamente ciò: quella bomba suonò come una punizione per l’affaire Mughniyyeh. Le nuove rivelazioni fanno luce sul tipo di rapporto che si sarebbe istaurato in quei mesi tra Damasco e Israele.

Sarebbe stata la stessa giustizia siriana a cercare di fare luce sull’accaduto e a scoprire che forse, prima di quel febbraio del 2008, un generale siriano, Hassan Makhlouf, avrebbe permesso ad agenti del Mossad, i Servizi Segreti israeliani, di penetrare in territorio siriano, lasciando il confine non sorvegliato. Makhlouf avrebbe ricevuto un milione di dollari per permettere ai trafficanti (droga, armi, persone…) di lasciar libero il passaggio di frontiera ed il Mossad, essendo venuto a conoscenza della notizia, avrebbe sfruttato l’ufficiale siriano per perpetrare le proprie azioni.

A riprova di queste accuse, secondo le fonti, vi sarebbe anche il fatto che, subito dopo l’assassinio di Mughniyyeh, Makhlouf avrebbe concentrato le azioni di controllo di frontiera della sua squadra esclusivamente su un passaggio solo, facilitando le operazioni di rientro degli infiltrati israeliani. Makhlouf avrebbe anche informato gli israeliani circa gli spostamenti dello stesso Mughniyyeh tra la Siria ed il Libano, facilitando così il compito del Mossad (che, in ogni caso, rigetta qualsiasi tipo di coinvolgimento nell’assassinio di Mighniyyeh). Non è chiaro se Makhlouf, un personaggio comunque abbastanza di spicco nei ranghi militari della Siria, sia stato a conoscenza del fatto che stesse agevolando eventuali agenti del Mossad o meno. La vicenda si lega anche al sospetto sito nucleare segreto della Siria di al-Kibar, bombardato dai caccia israeliani nel settembre 2007. Nel periodo in cui Makhlouf avrebbe lasciato il confine incustodito, agenti israeliani avrebbero anche potuto compiere operazioni di controllo e spionaggio in quell’area.

Se le fonti in questione rivelano fatti realmente accaduti, sarebbe la conferma che Damasco sta operando in Medio Oriente con delle politiche ambivalenti, volte a rientrare a pieno titolo nella Comunità Internazionale e, quindi, uscire dall’isolamento, tenendo dall’altro lato un atteggiamento comunque cauto nei confronti dell’Occidente e di Israele, per evitare di rompere i fili che la legano a realtà come l’Iran, i rapporti con il quale sono comunque importantissimi per la Siria. Damasco starebbe tentando di avvicinarsi all’Ocidente anche in virtù delle sue relazioni con Teheran e gruppi come Hezbollah ed Hamas, per poter presentarsi come una sorta di attore mediatore nelle controversie regionali e quindi, in qualche modo, indispensabile per le potenze occidentali, ma anche regionali stesse, come la Turchia o l’Arabia Saudita.

Per ciò che concerne i rapporti tra Hezbollah e Israele, un’eventuale conferma del coinvolgimento israeliano nell’assassinio di Imad Mughniyyeh aumenterebbe nel breve termine il rischio di un attentato di rappresaglia di Hezbollah contro obiettivi di interesse israeliano. Il Partito di Dio ancora non ha "vendicato" la morte di Mughniyyeh, come ha invece promesso di fare, e lo Stato israeliano ha alzato i livelli di allerta anche per questo motivo, fermo restando che l’obiettivo di Hezbollah, in caso decidesse di intraprendere un’azione simile, potrebbe essere dovunque, come dimostrato in varie occasioni con attentati fuori dal confine israeliano, ma diretti contro obiettivi ebraici. 

November 13, 2009

Egitto e Algeria: calcio e geopolitica

Filed under: Maghreb

NON SOLO CALCIO - Non è una novità che il calcio diventi politica, come abbiamo già detto in precedenza a proposito dell’Argentina di Maratona (Cfr. Pallone e potere). Capita, in un mondo dove lo sport più popolare (e il più ricco) di tutti muove miliardi di euro; succede soprattutto in Paesi come quelli del continente africano e sudamericano, in cui spesso la gloria data da importanti risultati ottenuti sui campi calcistici, a fronte di situazioni politico-economiche critiche, può fungere da motivo di orgoglio e rivalsa nazionale. Se poi aggiungiamo a tutto ciò vecchie rivalità già esistenti tra nazioni vicine, il mix rischia di diventare pericoloso e micidiale, per quanto possa essere affascinante un incontro di calcio carico di motivazioni e il cui risultato è destinato a segnare, nel bene o nel male, la storia -calcistica, si intende- delle due squadre coinvolte.

L’EGITTO RISCHIA - E’ questo il caso dell’incontro valido per le qualificazioni ai prossimi Mondiali di calcio del Sudafrica 2010 (i primi della storia, tra l’altro, a tenersi nel continente nero) che vedrà opporsi Algeria ed Egitto sabato prossimo, il 14 novembre, allo stadio del Cairo. Vi sono tutte le caratteristiche affinchè la partita diventi un vero e proprio evento per ogni algerino ed egiziano. L’Egitto, vincitore negli ultimi due anni di seguito della Coppa d’Africa e vera rivelazione del calcio africano degli ultimi anni (insieme alla Costa d’Avorio ed al Ghana, dopo l’exploit di Camerun e Nigeria negli anni ’90), rischia seriamente di restare fuori dalla competizione sportiva probabilmente più importante del pianeta. Proprio a spese della squadra algerina. Nel Gruppo C delle qualificazioni africane, infatti, l’Algeria attualmente comanda la classifica con 13 punti, davanti all’Egitto con 10 punti. Nella partita di sabato prossimo al Cairo, l’Egitto dovrà vincere con tre gol di scarto per superare l’Algeria in classifica, altrimenti saranno proprio gli algerini a fare le valige per il Sudafrica, lasciando a casa ai blasonati vicini egiziani.

ALGERIA vs. EGITTO: GLI SCONTRI - In questo clima, la tensione sta salendo giorno dopo giorno e si temono degli scontri e dei disordini a margine dell’incontro di calcio. Sulla rete, da Facebook a Twitter a Youtube, spopolano video e commenti di Algerini ed Egiziani che si accusano reciprocamente e si promettono battaglie all’ultimo sangue. La retorica usata va ben oltre le motivazioni calcistiche ed entra a gamba tesa su questioni politiche e sociali. Sono lontani i tempi in cui, tra la seconda metà degli anni ’50 e la prima degli anni ’60, l’allora Presidente egiziano Nasser, leader indiscusso del nazionalismo arabo e della rivalsa dei popoli del terzo mondo, sosteneva economicamente e militarmente (oltre che ideologicamente, tramite la sua retorica della liberazione dei popoli arabi) l’Algeria che stava per liberarsi dal giogo francese, in quella che divenne una delle guerre di liberazione più lunghe e sanguinose del secondo dopo-guerra e che portò, tra il 1954 edil 1962, all’indipendenza dell’Algeria dalla Francia. Anzi, proprio sulla base di quegli episodi storici, oggi gli egiziani rivendicano quel ruolo di “liberatori” dell’Algeria, ricordando nei vari siti internet come abbiano “sollevato gli Algerini dalla condizione di schiavitù rispetto alla Francia”. Le accuse vanno avanti e non finiscono qui e i toni sono sempre più accesi, man mano che ci si avvicina al giorno fatidico dell’incontro al Cairo. Le autorità politiche algerine ed egiziane hanno dovuto richiamare ufficialmente i tifosi delle proprie nazionalità alla calma, dopo che persino il capitano della squadra egiziana, Ahmed Hassan, ha promesso di far diventare lo stadio del Cairo uno “stadio dell’orrore”. Il portavoce del Ministro degli Affari Esteri egiziano, Hossam Zaki, è dovuto intervenire per riportare un clima più cordiale tra le due nazioni e ha fatto appello soprattutto ai media, affinché non contribuiscano ad esasperare troppo i toni di quella che, in fondo, dovrebbe essere soltanto una partita di calcio (per quanto importante e ricca di significato per entrambi i popoli). Ed ecco, dunque, che all’arrivo al Cairo del bus della nazionale algerina, un fitto lancio di pietre da parte di circa 200 tifosi egiziani ha colpito i giocatori dell’Algeria. Il fatto è stato reputato gravissimo dal Ministro degli Affari Esteri algerino, Mourad Medelci. A questo punto, non bastano più le parole del portavoce del Ministero degli Esteri egiziano, ma lo stesso Ahmed Abul Gheit, il Ministro in persona, dovrà intervenire per condannare l’episodio e garantire tutte le necessarie misure di sicurezza. Gli scontri rischiano di creare una vera e propria crisi diplomatica tra Algeri e Il Cairo, quattro giocatori algerini sarebbero stati feriti dall’assalto a colpi di pietra e la partita rischia addirittura di saltare. 

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