Stefano Torelli - World In Progress

June 2, 2010

Turchia-Israele: ormai è rottura totale

Riguardo ai fatti dell’attacco israeliano alla nave turca che trasportava aiuti umanitai a Gaza, che ha provocato almeno 9 vittime tra gli attivisti sulla nave, publbico una mia analisi scritta per Osservatorio Iraq, che affronta le ripercussioni possibili dell’evento nei rapporti bilaterali tra Ankara e Tel Aviv, che probabilmente saranno interrotti fino ad una prospettiva di medio termine. Ciò comoorterà un nuovo riequilibrio di potenza in Medio Oriente, a tutto discapito di Israele, che potrebbe trovarsi sempre più isolata e pronta ad intraprendere altre azioni militari nei confronti dei vicini arabi.
 
Già prima dell’attacco israeliano alla “Freedom Flotilla”, di cui la Turchia era il principale sponsor, le relazioni tra Tel Aviv ed Ankara non erano sicuramente nella fase migliore della loro storia.

Fino a qualche anno fa addirittura strettamente alleati, soprattutto in funzione anti-siriana, i due Paesi hanno cominciato a distanziarsi progressivamente negli ultimi tempi. Nonostante l’alleanza sostenuta dagli Stati Uniti e dall’Europa, funzionale ad avere una maggiore sicurezza nella regione mediorientale, con l’inizio del nuovo secolo e la redistribuzione regionale di potere Turchia e Israele avevano iniziato ad avere politiche diverse, in parte divergenti, come dimostrato ad esempio dall’avvicinamento turco all’Iran, proprio mentre quest’ultimo diventava più aggressivo di prima nei confronti dello Stato israeliano.

Ma, ad ogni modo e per molti fattori, i rapporti bilaterali tra Israele e Turchia già da tempo avevano cominciato ad incrinarsi. La manifestazione più lampante di tale deterioramento dei rapporti si è avuta nel gennaio del 2009, quando a seguito dell’operazione “Piombo Fuso”, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan polemizzò duramente con il presidente israeliano Shimo Peres durante un incontro del Forum economico internazionale di Davos, arrivando ad abbandonare la sala. In effetti già nel 2006, quando Hamas si era reso protagonista della vittoria elettorale nei Territori palestinesi, Ankara aveva ricevuto esponenti di spicco del movimento islamico, provocando le ire di Tel Aviv.

La Turchia, dopo l’episodio di Davos, ha continuato a condannare pubblicamente Israele per la sua politica nei confronti dei palestinesi, ergendosi a paladina dei diritti della popolazione di Gaza e della Cisgiordania agli occhi di tutto il mondo arabo-musulmano. Certamente un ruolo nuovo, che dà non poco fastidio al governo israeliano.

Poi è stata la volta dei messaggi, diretti o meno, tramite alcune azioni dal forte carattere simbolico. Prima su tutte, lo scorso inverno, la cancellazione di un’esercitazione aerea congiunta che si sarebbe dovuta tenere in Turchia tra le forze aeree turche ed israeliane, proprio mentre l’esercito turco si apprestava, d’altro canto, a condurre la prima esercitazione militare congiunta alle forze armate siriane. Tutto ciò mentre la Siria, nemico israeliano ed ancora formalmente in stato di guerra con Tel Aviv, si era momentaneamente tirata fuori dai negoziati indiretti con Israele (sempre con la mediazione della Turchia), a causa delle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza. All’inizio di quest’anno si è assistito alla cosiddetta “crisi della sedia”, nel momento in cui il vice-ministro degli Esteri israeliano Danny Ayalon, in una conferenza con l’ambasciatore turco in Israele Oguz Celikkol, aveva riservato a quest’ultimo un posto a sedere molto più basso degli altri, per di più senza porre sul tavolo la bandiera turca, ma solo quella israeliana; il tutto in segno di protesta per una soap opera andata in onda in Turchia in cui veniva lesa, a giudizio di Tel Aviv, l’immagine israeliana. Nel mondo della diplomazia, tanto è bastato perché si creasse un’altra piccola crisi diplomatica.

Le relazioni sono continuate ad essere tese, ma probabilmente nessuno si aspettava che si potesse giungere al livello cui si è arrivati ieri. L’azione israeliana, che ha comportato l’uccisione di una decina di civili turchi (se le fonti venissero confermate, anche un parlamentare di Ankara), su una nave battente bandiera turca e in acque internazionali, potrebbe davvero segnare il punto di non ritorno nel deterioramento delle relazioni tra Tel Aviv ed Ankara. Erdogan ha pubblicamente dichiarato che Israele ha commesso un atto di terrorismo e il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha parlato di “conseguenze irreparabili”, dopo l’operazione congiunta della marina e degli elicotteri israeliani. La Turchia ha già richiamato in patria il proprio ambasciatore a Tel Aviv e i rapporti sono stati congelati.

Per il processo di stabilizzazione del Medio Oriente non sarebbe potuto accadere un fatto più grave. Ankara rappresentava, per Israele, l’unico interlocutore davvero credibile e allo stesso tempo abbastanza influente nell’area. Lo scenario che si pone davanti agli occhi adesso è dei peggiori. Ieri migliaia di persone hanno tentato di assaltare il consolato israeliano ad Istanbul, proprio mentre il primo ministro turco dava dei terroristi al governo israeliano. Prevedibilmente, i rapporti tra i due Paesi non saranno più come prima per un lasso di tempo presumibilmente abbastanza ampio. Ciò comporta la sospensione di qualsiasi negoziato indiretto tra Siria e Israele, un indurimento delle posizioni turche nei confronti di Tel Aviv, un duro stop al processo di pace in Palestina (di cui la Turchia si poneva come uno dei maggiori promotori) e un isolamento maggiore di Israele.

La Turchia rappresentava la maggiore speranza di uscita dall’isolamento israeliano nella regione. Adesso dovremo aspettarci un allineamento sempre più convinto della Turchia alla Siria e all’Iran e un Israele forse ancora più intimorito e pronto a colpire dovunque

April 8, 2010

Erdogan attacca Israele, che è sempre più isolato

La Pace in Medio Oriente - E’ minacciata da Israele? Secondo il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan, decisamente sì. E così, invece di gettare acqua sul fuoco delle accese discussioni tra Israele e Turchia, Erdogan decide di rincarare la dose di accuse e di non placare le polemiche che impazzano sull’asse Ankara-Tel Aviv. Nell’affermare che Israele è la “minaccia maggiore per la pace in Medio Oriente”, Erdogan (nella foto in basso) ha ricordato “l’uso sproporzionato della forza nei confronti dei Palestinesi”, così come il ricorso alle bombe al fosforo bianco, di cui Israele avrebbe fatto uso durante l’operazione nella Striscia di Gaza tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, la cosiddetta “Piombo Fuso”. Si tratta di un attacco molto duro che fa seguito a una serie di crisi diplomatiche tra i due Paesi, iniziate con la durissima polemica tra lo stesso Erdogan e il Presidente israeliano Shimon Peres in occasione del Forum internazionale di Davos, lo scorso gennaio 2009, che vide al centro delle accuse turche proprio Piombo Fuso. Poi vi è stata l’esclusione di Israele da una esercitazione militare congiunta che si sarebbe dovuta tenere in Turchia, ma a cui all’ultimo momento Israele non è stata invitata. In contemporanea, per di più, la Turchia faceva la sua prima esercitazione militare congiunta della storia con la Siria, Paese ancora in formale stato di guerra con Israele. Ancora, vi è stata la cosiddetta “crisi della sedia”, nel momento in cui l’Ambasciatore turco a Tel Aviv, Oguz Celikkol, fu fatto sedere di proposito su una sedia molto più bassa di quella dei rappresentanti israeliani in occasione di un incontro pubblico. Nel linguaggio diplomatico, una vera e propria umiliazione.

Il quadro della regione - E infine, dunque, è arrivata la dichiarazione di ieri. A ribadire che la Turchia non ha ancora intenzione di essere un alleato israeliano senza condizioni, in un momento in cui Israele perde sempre più interlocutori nella regione e si trova isolata con quasi tutti i maggiori alleati, perfino con gli Stati Uniti, vista l’irritazione di Obama per le politiche unilaterali dell’attuale Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Si parla soprattutto della politica di insediamenti nella West Bank e a Gerusalemme Est, così come del rifiuto di trattare proprio sulla questione dello status di Gerusalemme che, anzi, lo stesso Netanyahu ha ultimamente definito come la “capitale unica e indivisibile” dello Stato israeliano, seppur non riconosciuta tale da nessun attore della comunità internazionale. Vi sono contenzioni aperti con la Siria, con cui Tel Aviv non riesce ad arrivare ad un accordo, e con il Libano che, con Hezbollah presente nel governo, è obiettivo delle minacce israeliane. La situazione resta calda, seppur con gradualità diverse, su almeno questi tre fronti: Palestina, Libano e Siria. E, in un siffatto clima, Tel Aviv sembra essere sempre più sola in Medio Oriente. Per non parlare dell’Iran.

La Turchia e il suo peso - Quell’Iran su cui la collaborazione turca potrebbe essere una vera e propria chiave di volta. Se non fosse che Ankara, oltre che essere ai ferri corti con Tel Aviv, lo è anche con Washington, seppur in misura minore. Dal momento che la Turchia è attualmente uno dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Ankara può giocare questa carta per far valere la sua posizione contraria alle sanzioni contro Teheran, con cui la Turchia ha buoni rapporti di natura economica e commerciale e dei quali non intende fare a meno. Che fare? La Turchia va avanti con la propria politica estera volta ad avvicinare tutti i vicini e a non creare dissidi con nessuno. In quest’ottica, non intende rompere il dialogo con l’Unione Europea, né intende seriamente mettere in discussione le relazioni con USA e Israele. Allo stesso tempo, però, manda segnali ben chiari: Ankara è autonoma nella definizione dei propri interessi strategici, vuole dialogare anche con i Paesi invisi all’Occidente, come l’Iran e in parte la Russia, ma proprio per questo vuole essere considerata un attore di primo piano, che può mediare con tutti. Da qui la volontà di mediare tra l’Iran e l’Occidente, così come tra la Siria e Israele. Le accuse di Erdogan allo Stato israeliano vanno lette sotto quest’ottica: la Turchia c’è e collabora, ma Israele non può proseguire le politiche unilaterali in Medio Oriente, altrimenti Ankara si distacca. E perdendo Ankara, Israele perderebbe un ottimo punto di riferimento nell’area.

Clicca qui per leggere l’analisi completa su Il Caffè Geopolitico

 

March 23, 2010

Siria e Israele: colloqui mediati dalla Turchia, ma il nodo rimane il Golan

Su Osservatorio Iraq, una mia analisi spiega le motivazioni che portano Siria e Israele ad essere ancora lontane da un accordo di pace che possa normalizzare le relazioni tra i due Paesi. In sintesi, tutto può essere riportato all’importanza strategica che riveste la regione delle Alture del Golan, soprattutto per l’economia e la strategia israeliana, come già spiegavo in maniera più tecnica e dettagliata in un’analisi scritta per Equilibri nel 2008.

Nel corso della sua recente visita ufficiale a Damasco, il presidente italiano Giorgio Napolitano ha auspicato, in un colloquio con la controparte siriana Bashar al-Assad, che lo Stato di Israele restituisca il territorio delle Alture del Golan alla Siria, come base di partenza per il negoziato che dovrebbe sancire un accordo di pace tra i due Paesi. Quello del Golan, in effetti, è un tema più che scottante, intorno al quale ruota il destino di un eventuale accordo tra Damasco e Tel Aviv. Si tratta di una parte di territorio ufficialmente annessa dal governo israeliano nel 1981, a seguito della sua occupazione, avvenuta durante la cosiddetta Guerra dei 6 giorni, nel 1967. La posizione del Golan è strategica sotto molti punti di vista, essendo un’area estremamente fertile rispetto al resto del territorio circostante, e assicurando il controllo di una fonte idrica fondamentale, quale il Mar di Galilea (anche conosciuto come Lago di Tiberiade).

Già dal 2008 la Turchia, tramite il suo primo ministro Recep Tayyip Erdogan, aveva fatto da mediatore di una serie di colloqui indiretti tra Siria e Israele per la discussione dei termini di un trattato di pace che normalizzasse le relazioni tra questi due Paesi, formalmente ancora in stato di guerra tra di loro. Sebbene i negoziati fossero stati bruscamente interrotti da Ankara stessa, a seguito dell’operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009 (la cosiddetta operazione “Piombo Fuso”), proprio in queste ultime settimane lo stesso governo turco avrebbe annunciato la nuova disponibilità a far sedere intorno al tavolo dei negoziati le due controparti, nella speranza di poter trovare un accordo.

In quest’ottica si inserisce il messaggio del Presidente italiano Napolitano, che ha ricordato come sarebbe imprescindibile la restituzione dell’amministrazione sul territorio del Golan al governo siriano, il quale continua a rivendicarlo come appartenente alla propria giurisdizione. Lo Stato di Israele è attualmente in difficoltà sul fronte diplomatico e si trova quanto mai isolato, proprio a causa della sua politica di espansione degli insediamenti (come sta accadendo a Gerusalemme Est) e, dall’altro lato, di intransigenza e chiusura nei confronti della possibile cessione di territori precedentemente occupati, come appunto nel caso del Golan. Israele non ha mai definito ufficialmente e definitivamente i propri confini, ragione per cui sarebbe difficile, viste le attuali condizioni, arrivare ad un qualsiasi accordo di pace con uno Stato confinante come la Siria, timoroso di possibili nuove espansioni di Tel Aviv e, comunque, non disposta a riconoscere l’annessione di una porzione di territorio che prima era sotto il controllo di Damasco.

Lo stesso presidente siriano Bashar al-Assad ha dichiarato la settimana scorsa, a seguito dell’incidente diplomatico tra Israele e Usa per l’annuncio di Netanyahu di voler costruire 1.600 nuove case a Gerusalemme Est, che con l’attuale forza governativa israeliana è pressoché impossibile arrivare a un accordo che possa essere ritenuto accettabile da Damasco. Nonostante gli sforzi della Turchia in tal senso, vi è però da notare come anche Ankara sia arrivata, nell’ultimo anno, ad avere una posizione molto più critica nei confronti di Israele, dando vita a momenti di vera e propria tensione diplomatica. Nello stesso tempo, le relazioni tra la Turchia e la Siria migliorano di anno in anno, sebbene i due Paesi fossero arrivati sull’orlo di una guerra solo dieci anni fa, nel 1998. Questa politica regionale turca produce più di un sospetto negli ambienti israeliani e contribuisce all’irrigidimento attuale delle posizioni del governo di centro-destra guidato da Netanyahu.

La questione del Golan, in questo modo, rimane sulle agende dei possibili accordi tra Siria e Israele, ma verosimilmente non potrà essere risolta nel breve termine, considerando anche l’importanza dal punto di vista economico che tale territorio riveste per Israele: da qui proviene circa il 50 per cento di acqua e di alcuni frutti (come le pere) di tutto il mercato interno israeliano, e qui si concentra circa il 40 per cento di tutto il bestiame destinato al mercato israeliano, solo per fare due esempi. In una terra così scarsa di risorse idriche come quella mediorientale, le Alture del Golan rappresentano un valore inestimabile per chiunque le controlli.

E’ possibile leggere l’analisi completa sul sito di Osservatorio Iraq

March 18, 2010

Un razzo dalla Striscia di Gaza uccide un civile in Israele. Verso un nuovo scontro armato?

Filed under: Israele & Palestina

Il confronto tra Palestinesi ed Israeliani torna ad essere ogni giorno più violento e vi è il forte rischio che possa scoppiare un altro conlfitto a più alta intensità, che possa coinvolgere anche altri attori, visti i procalmi fatti ultimamente dal leader di Hezbollah Hasan Nasrallah. Ho scritto un’analisi, di cui riporto alcuni passaggi, per Il Caffè Geopolitico, che descrive brevemente cosa potrebbe accadere adesso e cosa potrebbe esservi alla base dell’escalation attuale.

CI RISIAMO – Non succedeva da più di un anno. La pioggia di razzi Qassam che aveva colpito le cittadine e i villaggi del Sud dello Stato di Israele, lanciati dalla Striscia di Gaza, sembrava un ricordo, seppure gli abitanti israeliani della zona vivono in un costante stato di allerta. Adesso è accaduto di nuovo. Un razzo ha centrato il bersaglio e ucciso un cittadino israeliano. O meglio, un cittadino di origine thailandese residente in un kibbutz a Netiv Ha’assera, a 5 chilometri dal confine con la Striscia di Gaza. Il fatto di sangue segue l’escalation delle ultime settimane, che hanno visto gli Israeliani annunciare nuovi massicci insediamenti a Gerusalemme Est e, dall’altra parte, i Palestinesi organizzarsi in insurrezioni e atti di guerriglia, tanto da far temere l’imminente scoppio di una terza intifada.

CHI C’E’ DIETRO? L’attacco con il razzo non è stato rivendicato dai “soliti” attori presenti nella Striscia, Hamas e la Jihad Islamica, ma da un gruppo che si autodefinisce Ansar al-Sunna (letteralmente “i sostenitori della Sunna”, la raccolta dei detti e atti del Profeta Maometto, ndr) e che secondo alcune fonti sarebbe vicina alla nebulosa di al-Qaeda. Quanto vi sia di vero in tutta questa vicenda è ancora tutto da vedere. Ciò che è certo è che Hamas, seppure non abbia condannato l’episodio in via ufficiale, sarebbe molto contrariata dalla vicenda, in quanto metterebbe a dura prova la sua credibilità di amministratore della Striscia di Gaza e minerebbe gli sforzi compiuti per una sorta di legittimazione internazionale del movimento. L’altra cosa che appare quasi certa, sembra essere l’imminente risposta dell’Esercito israeliano.

COSA ACCADRA’? – Nessuno può dirlo con esattezza, ma si può ipotizzare una risposta massiccia da parte del governo di Netanyahu. Probabilmente non si tratterà di un’operazione in grande stile e su larga scala, come fu quella di “Piombo Fuso” (che provocò 1.400 morti tra i Palestinesi della Striscia tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009), ma sicuramente per Tel Aviv sarà l’occasione per fare i conti con una serie di situazioni. Il governo israeliano potrebbe lanciare una nuova campagna di raid aerei, pur senza l’impiego di forze di terra, con lo scopo di colpire in profondità alcuni bersagli mirati facenti capo ad Hamas (ritenuta comunque indirettamente responsabile dell’azione) e potrebbe tentare di colpire anche alcune infrastrutture e possibili arsenali del movimento. Se così fosse, non è escluso il coinvolgimento di civili, vista l’altissima densità di popolazione nella Striscia. Ciò potrebbe provocare una reazione da parte di Hamas, con esiti imprevedibili, visto che non si può prevedere cosa possa accadere nell’altro territorio palestinese, la Cisgiordania.

UNA COINCIDENZA… - Inoltre, non si può non notare la coincidenza dell’attacco con l’arrivo della responsabile per la politica estera e di sicurezza europea, Catherine Ashton nello Stato di Israele, proprio dalla Striscia di Gaza. Potrebbe trattarsi dunque di un chiaro messaggio politico alla comunità internazionale e allo Stato israeliano: la Striscia di Gaza è controllata da Hamas e da altri gruppi di resistenza che non intendono lasciare che Israele continui con la propria politica di insediamenti e negazione del diritto di esistenza di uno Stato palestinese. Un’altra chiave di lettura potrebbe essere invece quella di un gruppo, Ansar al-Sunna, legato più ai gruppi di stampo salafita che agiscono altrove in Medio Oriente, soprattutto in Iraq, con il possibile appoggio di attori come l’Arabia Saudita, che tentano di mettere in discredito gli alleati di Hamas, come la Siria (attualmente impegnata in un difficile processo di avvicinamento all’Occidente e, tramite la Turchia, anche allo stesso Israele) e l’Iran. Una resa dei conti più generica, insomma. L’unica cosa certa per il momento, ripetiamo, si può dedurre dalle parole del Vice-Primo Ministro israeliano Silvan Shalom: “l’attacco ha sorpassato la linea rossa. La risposta di Israele sarà appropriata. E sarà dura. […]

Clicca qui per leggere l’analisi completa su Il Caffè Geopolitico

 

 

March 15, 2010

Tensioni USA - Israele. Quali sono gli alleati di Washington nella regione? Il ruolo di Damasco

Dopo la Turchia, è il momento di Israele. E’ indubbio il fatto che la strategia statunitense nella regione mediorientale stia subendo nelle ultime settimane -ma in realtà si tratta dell’attuale punta di un iceberg le cui dinamiche sono in corso da qualche anno- dei duri colpi. Il motivo è da rintracciare in una dinamica in particolare che sembra aver ormai preso piede in Medio Oriente e che si può facilmente riassumere così come segue: gli alleati affidabili e quasi "assoggettati" di una volta, gli attori su cui Washington faceva perno per qualsiasi scelta e strategia politico-strategica in Medio Oriente, stanno dimostrando di poter e voler agire per conto loro, senza più aver bisogno dell’approvazione o meno degli USA.

Così è stato ed è in parte per la Turchia, come dimostrato nella questione Iraq (prima con la negazione dell’uso delle proprie basi aeree per degli attacchi all’Iraq nel 2003 e poi, continuativamente, circa le frequenti incursioni dei militari turchi in territorio iracheno, con l’obiettivo di stanare la guerriglia curca, ma con il rischio non voluto da Washington di creare instabilità nel Kurdistan iracheno, unica isola tranquillizzata nel teatro iracheno) e ribadito con il recente richiamo dell’Ambasciatore a Washington a seguito della votazione statunitense sul caso armeno. Così è da un po’ di tempo a questa parte per lo Stato di Israele.

Dopo aver ricevuto con tutti gli onori del caso il vice-Presidente statunitense Biden e aver preso l’impegno di cercare ancora soluzioni per un accordo con i Palestinesi (Israele sa benissimo che la posizione di Obama è nettamente contraria all’incremento degli insediamenti dei coloni), Netanyahu ha annunciato il piano di costruzione di circa 1.600 nuovi insediamenti a Gerusalemme Est, provocando le ire di Washington, che a ragione si è sentita presa in giro. Non solo: tre giorni fa il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha annunciato la chiusura di tutti i valichi con la Cisgiordania e venerdì scorso vi sono stati duri scontri tra la polizia israeliana a la popolazione palestinese, con molti feriti. Abu Mazen ha dichiarato chiusi i negoziati, finchè Israele continuerà con la politica degli insediamenti, in barbna anche alle volontà statunitensi. Tutto da rifare.

Obama, stando così le cose, ha ben poco da stare tranquillo, dal momento che i propri sforzi e le proprie dimostrazioni di intenti sulla strada della riconciliazioine in Medio Oriente tra Israele e Arabi sono messi a dura prova, se non del tutto screditati, dalle azioni del governo israeliano stesso. Dunque, cosa dimostra tutto ciò? Che gli USA non hanno più un vero e proprio alleato che si possa definire tale e con cui portare avanti una politica comune in Medio Oriente. Rimangono l’Egitto e l’Arabia Saudita, ma sappiamo benissimo che il primo è un Paese quasi sull’orlo di un caos interno e ad alto rischio di instabilità, oltre ad aver perso molto di quel carisma che lo contraddistingueva sulla scena diplomatica regionale. L’Arabia Saudita, dal suo canto, non può essere un alleato affidabile, avendo troppo a cuore i propri interessi personalistici nella regione e non esitando a finanziare ed appoggiare spesso e in molti teatri quei gruppi radicali che mettono a repentaglio l’azione statunitese.

Rimangono, a ben guardare, lo Yemen, la Siria e l’Iraq, oltre all’Iran, con cui vi è una crisi diplomatica che non permette nessun tipo di dialogo al momento, almeno non circa gli equilibri regionali. Ciò non è confortevole: lo Yemen è il nuovo santuario di gruppi radicali legati ad al-Qaeda e l’unica cosa che può fare Washington è finanziare e supportare gli sforzi anti-terroristici di Sana’a, dunque azioni di risposta e non proattive. L’Iraq è sempre in preda all’instabilità e l’incertezza… rimane la via di Damasco. Ecco perchè gli USA stanno muovendosi così tanto per recuperare i rapporti diplomatici e strategici con la Siria ed ecco perchè nonostante tutto (gli inviti di Assad a Ahmadi-Nejad e Nasrallah e le loro cene a Damasco), Washington non può perdere anche questo spiraglio. Certo, la sua posizione sembra essere più debole di 7 anni fa e questo fa preoccupare Obama. Il trend è questo: non più alleati ma solo interlocutori, staremo a vedere come deciderà di muoversi l’Amministrazione statunitense…

March 13, 2010

Il gioco dei gasdotti: Nabucco e South Stream su Limes on-line

Filed under: Turchia, Iraq, Iran, Europa, Asia

Pubblico alcuni stralci di una mia analisi scritta per la rubrica EuroMEDitazioni di Limes on-line, riguardante ancora la competizione tra i progetti Nabuco e South Stream e le politiche e le strategie energetiche dell’Unione Europea. L’analisi è parte di una rubrica curata da Lo Spazio della Politica per Limes.

[…] Posto che ogni Paese europeo continua a perseguire una propria politica piuttosto indipendente per quanto riguarda i programmi di approvvigionamento energetico e che, dunque, si ripresenta l’annoso problema dell’Ue di non avere una politica comune per poter far fronte alle sfide geopolitiche del XXI° secolo con una voce unica e abbastanza autorevole, vi sono altre problematiche di natura più politica che tecnica che fanno sì che il Nabucco non possa ancora definirsi un progetto già deciso e semplicemente in fase di realizzazione e conclusione. Da dove dovrebbero arrivare i rifornimenti di gas adatti a coprire il fabbisogno del Nabucco? Sicuramente soprattutto dall’Azerbaijan e dal Turkmenistan, per un totale, insieme, di circa 18 miliardi di metri cubi. Subentrano però attriti politici, per esempio in merito all’instabile situazione del Caucaso e quindi delle scelte azere.

Solo per enunciarne una, Baku è ultimamente in rapporti piuttosto tesi con la Turchia (che dovrebbe essere l’hub imprescindibile per il gas dell’Est verso l’Europa), riguardo i tentativi di Ankara di riallacciare normali relazioni con la Repubblica armena, da sempre nemico giurato dell’Azerbaijan. Per ciò che concerne il Turkmenistan, non si può certo dire che questo sia il partner più affidabile sulla piazza, visti i rapporti che intrattiene anche con la Russia e, tra gli altri, con l’Iran. Proprio l’Iran (che detiene le seconde riserve mondiali di gas naturale alle spalle della Russia) dovrebbe essere un altro fornitore del Nabucco, ma stando all’attuale situazione politica in evidente contrasto con l’Europa, anche tale risorsa appare tutt’altro che sicura.

Cosa rimane? L’Iraq, il cui governo regionale curdo (che amministra il territorio in cui si concentrano la maggior parte di riserve irachene) ha concluso degli accordi con l’austriaca Omv e l’ungherese Mol per la produzione di circa 4 miliardi di gas naturale da dirottare sul Nabucco. Anche qui, però, la situazione è tutt’altro che definita: la potenziale instabilità del Kurdistan iracheno pone degli ostacoli al processo di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti di gas presenti sul proprio territorio da parte di imprese straniere. Non è ancora ben chiaro infatti, nonostante il Governo Autonomo del Kurdistan iracheno abbia già preso contatti ed accordi con molte compagnie straniere, se alla fine tali contratti verranno rispettati o al contrario, sia per volontà/imposizione del governo centrale di Baghdad, sia per la possibilità di nuove fonti di instabilità nella regione (vedi la definizione dello status di Kirkuk), non si riuscirà a portare a termine questi progetti. […]

I problemi sono dunque ancora molti e, dall’altra parte, vi è il progetto alternativo, stavolta sponsorizzato da Mosca, del cosiddetto South Stream: un gasdotto che dovrebbe portare circa 64 miliardi di metri cubi all’anno in Europa, partendo dalla Russia e bypassando l’Ucraina, con cui Mosca ha da anni dei contenziosi sul prezzo del gas naturale. Tale progetto è sicuramente più ambizioso dal punto di vista tecnologico, dal momento che non sono molte le imprese in grado di realizzare gasdotti che possano passare sotto il Mar Nero, così come previsto dal progetto in questione. Entra così in gioco l’Eni, o meglio la Saipem che ne è un’emanazione diretta, in grado di realizzare tale opera in un fondale particolarmente profondo come quello del Mar Nero, appunto. […]

[…] Ciò che sembra assodato è che, anche se può sembrare paradossale, il South Stream sembra avere più chances di realizzazione del Nabucco, in quanto quest’ultimo richiederebbe una conciliazione di troppi e divergenti interessi tra Paesi a volte in aperto contrasto tra di loro (come nel caso dell’Iran e dei Paesi dell’Ue) o in una condizione di instabilità che non permette un investimento di medio-lungo termine che possa definirsi al 100% sicuro (come nel caso dell’Iraq, ancora in cerca di una propria identità politica autonoma e definita, o del Turkmenistan, probabilmente ancora troppo ricattabile dalla Russia). Anche da queste problematiche passa il futuro energetico dell’Europa e dell’Italia in particolare. La scelta sembra essere tra la fine delle ambizioni europeistiche o l’insicurezza energetica. Ecco perché la politica estera italiana è più in mano a Paolo Scaroni, che a Silvio Berlusconi o chi ne prenderà il posto nei prossimi anni alla guida del governo.

Se vuoi leggere l’analisi completa su Limes on-line, clicca qui

 

 

March 10, 2010

L’Iraq e il voto del 7 marzo. Cosa impariamo dalle elezioni?

Filed under: Iraq

Cosa succede in Iraq dopo il voto del 7 marzo? Si va verso una democratizzazione? Ne parlo in un’intervista fatta a me da Francesca Smacchia, su Ecoradio. Potete ascoltarla su questo link:

March 9, 2010

I dissidi tra USA e Turchia rischiano di mettere in difficoltà la politica di Obama in Medio Oriente

La Turchia e gli Stati Uniti sono sull’orlo di una nuova crisi diplomatica a seguito della votazione della Camera dei Rappresentanti statunitense, che dichiara "genocidio" i massacri contro gli Armeni avvenuti nel 1915 da parte delle forse turche allora ottomane. La questione è una delle più soinose per la diplomazia turca e rischia adesso di incrinare i rapporti tra Ankara e Washington, mettendo paradossalmente in luce le debolezze degli Stati Uniti, che hanno bisogno di punti certi nella regione mediorientale. Riporto una parte della mia analisi scritta per Il Caffè Geopoltico:

LA VOTAZIONE - Soffiano di nuovo venti di bufera sui rapporti diplomatici tra gli Stati Uniti e la Turchia, dopo che la settimana scorsa la Commissione per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti statunitense ha votato una risoluzione che definisce le uccisioni avvenute a margine della Prima Guerra Mondiale di centinaia di migliaia di Armeni da parte delle forze turche dell’allora Impero Ottomano, come “genocidio”. La questione è molto controversa e determina da sempre i cattivi rapporti (anzi, ufficialmente nulli) tra la Repubblica di Armenia e la Turchia e da sempre la posizione di Washington al riguardo è vista come un barometro per giudicare lo stato delle relazioni tra Ankara e l’alleato d’oltreoceano. La risoluzione non vuol dire automaticamente che anche il Congresso statunitense ufficialmente arriverà a dichiarare i fatti del 1915 come “genocidio armeno”, ma rappresenta un primo passo in questa direzione. Del resto, già nel 2000 e nel 2007 vi era stata una votazione simile , senza che poi gli Stati Uniti arrivassero ad adottare ufficialmente tale posizione nei riguardi della questione. Lo stesso Presidente Obama, insieme al Segretario di Stato Hillary Clinton, hanno dichiarato di essere stati contrari alla risoluzione, nel tentativo di smorzare i toni della reazione turca alla decisione della Camera dei Rappresentanti.

LE CONSEGUENZE IN MEDIO ORIENTE - Cosa vorrebbe dire, infatti, una reazione dura da parte di Ankara? In primo luogo vi è da considerare il fatto che la Turchia è uno dei maggiori alleati e più affidabili dal secondo dopo-guerra ad oggi degli Stati Uniti nella regione mediorientale. Soprattutto in questo momento di tensioni tra Ankara e Israele da un lato e, dall’altro, tra la stessa Amministrazione Obama e il governo israeliano guidato da Netanyahu, mantenere buoni rapporti con la Turchia è una questione di primaria importanza per Washington. Ankara, che tramite le parole del Ministro degli Affari Esteri Ahmet Davutolgu ha già duramente attaccato gli Stati Uniti per la decisione circa il cosiddetto genocidio armeno e che ha momentaneamente richiamato il proprio ambasciatore a Washington per delle “consultazioni urgenti”, potrebbe avviare una campagna di boicottaggio delle politiche statunitensi molto nociva. Prima di tutto, infatti, potrebbe arrivare, come ha già fatto nel 2003 alla vigilia dell’intervento armato statunitense in Iraq, a negare agli Stati Uniti l’accesso alla propria base aerea di Incirlik, fondamentale per le operazioni nell’Iraq del Nord, quello curdo, ancora così incerto circa il suo futuro e da cui potrebbe partire, nel medio termine, una nuova ondata di instabilità nelle regione per via delle controversie sulla città di Kirkuk e sui diritti petroliferi della regione irachena del Kurdistan autonomo.

IL NODO IRAN - In secondo luogo, la Turchia sta giocando un ruolo importante anche per ciò che riguarda la situazione in Afghanistan e, più in generale, per i rapporti tra gli Stati Uniti e le altre Repubbliche dell’Asia Centrale, importanti nella definizione strategica della regione asiatica e mediorientale. Infine, non è da dimenticare il fatto che la Turchia sieda attualmente al Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite come membro non permanente. Ciò vuol dire che Ankara avrà diritto di voto su qualsiasi decisione si debba prendere in quell’ambito circa eventuali sanzioni o provvedimenti nei confronti dell’Iran come conseguenza del programma nucleare portato avanti da quest’ultimo. Teheran è in rapporti diplomatici, politici ed economici abbastanza buoni con la Turchia e, se si dovessero aggiungere anche i dissidi tra Washington e Ankara circa la questione armena, sembra abbastanza scontato che la Turchia non appoggerà alcuna azione di ritorsione nei confronti dell’Iran, mettendo potenzialmente in difficoltà maggiore il fronte anti-iraniano capeggiato dagli Stati Uniti. […]

Clicca qui per leggere l’analisi completa

 

March 6, 2010

Nabucco sì, Nabucco no. Più facile il South Stream? Una mia intervista su Hurriyet

Filed under: Turchia

La Turchia ha ratificato a stragrande maggioranza (229 voti contro 12) l’approvazione del progetto Nabucco, dopo che tale passo è già stato fatto dagli altri Paesi coinvolti Ungheria, Bulgaria e Austria. Secondo l’ambasciatore ungherese Mihaly Bayer, come riportato dal quotidiano Hurriyet, questo è un ulteriore passo in avanti verso la realizzazione effettiva del progetto Nabucco. Nello stesso articolo su Hurriyet si trova una mia intervista, in cui faccio presente le difficoltà che ancora permangono nel raggiungimento di questo obiettivo, considerando la difficoltà nel trovare i fornitori di gas per il Nabucco:

[…] Yet not everyone agrees with the optimistic picture drawn by the supporters of Nabucco. According to an Italian analyst, securing the resources still remains a problem. While Iraq has the right quantities of gas, the political situation in the country is still fragile, said Stefano Torelli, Middle East desk editor for Equilibri.net, an independent observer.

Bayer said however that the next task for Nabucco would be to create legally binding deals to secure gas.

Another task would be to finalize the transit agreement with Azerbaijan, which is supposed to be the major supplier for the 30 billion-cubic-meter pipeline, and Turkey. “It is very important to have this agreement. The fact that it is lagging might cause some hindrance,” Bayer said. The engineering work has also progressed substantially, according to Bayer, who said that Hungary has already started the environmental-impact process. “It has now become an industrial and commercial project,” he added.

When asked about Russia’s South Stream project, which aims to carry 30 billion cubic meters of gas through a 900-kilometer pipeline under the Black Sea and into southern Europe, Bayer said Hungary is also participating in this effort. “We are not against South Stream. But according to their statement, the South Stream project will prepare its feasibility for 2010,” he said. “South Stream is at the stage of proving its feasibility, while Nabucco is at the stage of asking for construction permits.”

The majority of the countries interested in Nabucco have also given their tacit support to the competing South Stream project. While Nabucco is designed to carry Caspian and Middle Eastern resources to Europe to ease its dependence on Russia, the Russian gas giant Gazprom is pushing for South Stream to bypass Ukraine, with which it has faced difficulties in the transit of gas, to maintain its dominance over the European markets.

According to Torelli, South Stream is not easier to complete on technical grounds, as for example it has to pass under the Black Sea. But he argued that from the political point of view it is easier to complete compared to Nabucco, which has too many players on both the supply and consumer side. "Nabucco depends on the political capacities of finding a stable agreement between so many players in such a difficult region," he told the Daily News over a phone conversation. […]

 

February 25, 2010

L’Asse Damasco-Teheran è ancora ben saldo. Ahmadi-nejad in visita in Siria da Assad

La Siria continua a portare avanti il suo doppio gioco in Medio Oriente, da un lato cooperativa e in grado di intrattenere nuovamente buon relazioni diplomatiche, politiche ed economiche con i Paesi europei e dalla settimana scorsa ufficialmente con gli Stati Uniti (tramite la nomina del nuovo ambasciatore statunitense a Damasco Robert Ford, dopo più di 5 anni di rapporti congelati); dall’altro non intenzionata a rinunciare al rapporto strategico con l’Iran e dunque all’asse regionale Damasco-Teheran, divenuto a questo punto il perno (forse in triangolazione con la Turchia) intorno al quale si giocano i destini della regione.

Il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadi-Nejad, infatti, oggi è in visita ufficiale a Damasco, insieme al proprio Ministro per gli Affari Esteri Manoucher al-Mouttaki. Eppure il Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton aveva invitato più volte il Presidente siriano Bashar al-Assad a prendere le distanze dal regime di Teheran, nella speranza di isolare ulteriormente l’Iran nel proprio contesto regionale e riuscire a riportare anche lo Stato di Israele al tavolo delle trattative con la Siria da un lato e, dall’altro, per evitare che Tel Aviv decida di scatenare un attacco armato contro il territorio iraniano, alla luce delle tensioni che si fanno sempre più forti, dopo gli ultimi messaggi di Ahmadi-Nejad (in particolare quello di aver avviato l’arricchimento dell’uranio al 20%) e la messa a punto di nuove armi (in particolare il nuovo drone Eitan Eron TP) da parte israeliana.

Perchè, dunque, Assad continua a mantenere la sua politica apparentemente ambigua nel confronto Occidente-Iran? In realtà la Siria è di fronte a un dilemma molto simile, per certi versi e contestualizzato alla realtà siriana, a quello vissuto dalla Turchia. Vale a dire: è una mossa che paga quella di tagliare i ponti con gli alleati tradizionali della regione, anche se questi risultino essere invisi all’Occidente, in nome di un rapporto privilegiato con Europa e Stati Uniti (e Israele, si intende), che è ancora tutto da sperimentare? Inoltre: a livello interno, una simile scelta potrebbe portare a un qualche rischio di instabilità e far crollare il Medio Oriente in un clima ancora più teso di oggi? Ma soprattutto: quanto si può pretendere dalla controparte in cambio di un cambiamento di politica? Proprio questo, forse, rimane il punto fondamentale: la Siria, da un lato si avvicina all’Occidente, ma dall’altro vuole testare la genuinità della mano tesa occidentale, continuando così a intrattenere rapporti stretti con l’Iran.

Del resto, lo stesso Iran reagirebbe sicuramente a un eventuale disimpegno totale di Damasco nei suoi confronti, dunque al di là dei calcoli diplomatici e negoziali, non è nell’interesse di Damasco arrivare a una rottura dei rapporti con l’Iran. Proprio durante l’incontro di oggi, i due Ministri degli Esteri Mouttaki e il siriano al-Muallem, hanno firmato un accordo che prevede la libera circolazione tra i due Paesi, eliminando i visti internazionali. Damasco si è posta ufficialmente come possibile mediatrice tra l’Iran e l’Occidente nella controversa questione del nucleare iraniano e, da questa posizione, auspicherebbe di guadagnare una posizione di forza maggiore di quella attuale nei confronti anche di Israele.

Lo stesso Assad, nell’incontro con Ahmadi-Nejad, è tornato a parlare di Israele, criticando le sue politiche nei confronti della popolazione palestinese e ricordando il ruolo importante di Teheran nella "resistenza allo Stato di Israele". La Siria dunque continua a giocare le sue carte in maniera molto realista. Si avvicina all’Occidente volendo uscire dall’isolamento e per riacquisire un certo prestigio e possiblilità di manovra nella regione, ma allo stesso tempo, da questa nuova posizione che si sta conquistando (anche perchè, dall’altro lato, tutti sanno di aver bisogno adesso della ccoperazione siriana), vuole ottenere il massimo. E’ per questo che non cede a tutte le richieste, ma intrattiene stretti legami con Teheran, volendo dare l’impressione di poter mediare con gli Ayatollah per conto dell’Occidente e cercando di ottenere un riconoscimento anche da parte di Israele.

La via della soluzione delle controversie mediorientali passa sempre per la strada che congiunge Damasco a Teheran, con il vertice alto di Ankara che può essere un’ottima risorsa da sfruttare (e, in più, la Turchia stessa è molto attiva in questo senso) per portare avanti i colloqui e i negoziati. Washington deve decidere se vuole riporre la propria fiducia verso Damasco ed Ankara, togliendo in parte peso a Israele, se vuole provare a uscire dall’impasse attuale. Damasco sembra essere più attiva che mai in questo senso.   

Get free blog up and running in minutes with Blogsome
Theme designed by Jay of onefinejay.com