Stefano Torelli - World In Progress

November 17, 2009

L’Iran è sempre l’Iran. E l’Italia?

Filed under: Iran

Dopo cinque mesi dalle contestate elezioni in Iran e l’indignazione dei governi e le opinioni pubbliche occidentali, in Iran sembra essere tornato tutto come prima. Se ne parla ormai soltanto come negoziatore nella propria questione nucleare, come attore mediorientale peraltro in crescita (e da un lato è anche vero), ma in gran parte dei casi si è tornati a tacere circa la natura delle istituzioni iraniane ed i comportamenti internazionali del regime dei Pasdaran (non più degli Ayatollah…) guidato da Ahmadi-Nejad. Publbico di seguito alcuni stralci di un mio intervento di oggi su Lo Spazio della Politica:

E ci voleva Saviano in prima serata su RaiTre perché tutti noi ci ricordassimo che esiste ancora un posto, di cui peraltro qualche mese fa erano piene le prime pagine di tutti i quotidiani mondiali, in cui si continua a stuprare i dissidenti politici in carcere e a reprimere le manifestazioni di piazza, come accaduto ancora una volta la settimana scorsa. […] Eppure di cose ne sono accadute: come dicevamo, abbiamo assistito alle provocazioni di un Presidente (probabilmente figlio di brogli elettorali) che ha nominato Ministro un ricercato internazionale, che ha ordinato i processi e le condanne a morte (le condanne a morte!) di giovani attivisti e studenti, rei di aver tentato di manifestare il loro dissenso al regime. Siamo stati testimoni della fiera domanda di uno studente genietto della matematica, Mahmoud Vahidnia, alla Guida Suprema del Paese, il Capo di Stato Ayatollah Ali Khamenei, in un incontro all’Università di Teheran: “Ayatollah, ma perché non è possibile contestarla? Lei crede di non fare errori?”. Altro che Saviano su RaiTre: la televisione di Stato, che mandava in diretta l’incontro della Guida Suprema con gli studenti, ha immediatamente sospeso le trasmissioni. E lo studente? Chissà, speriamo di non sentir parlare di lui come della prossima vittima “nemica dello Stato”. […]

Nel frattempo nella Provincia Sud-orientale del Sistan-Baluchistan un attentato, neanche un mese fa, ha provocato la morte di decine di persone, tra cui il vero obiettivo: alcuni elementi di spicco dei Pasdaran, il corpo militare formatosi dopo la Rivoluzione del 1979 e spina dorsale dell’establishment che mantiene al potere Ahmadi-Nejad. Anche qui, se ne è parlato, ma solo per sottolineare le difficoltà (comunque vere) del regime a mantenere la stabilità, senza voler approfondire. Senza voler spiegare che, dietro ai terroristi che hanno perpetrato l’attentato, vi sono anni e anni di ingiustizie sociali, in una delle pochissime aree del Paese a maggioranza sunnita (il regime è sciita) e di etnia Baluchi e non persiana. Storie di emarginazione e disuguaglianze istituzionalizzate, dunque, dietro il terrorismo nel Sud-Est dell’Iran. Ma alla stampa italiana che ha riportato la notizia è bastato sottolineare come il regime fosse in difficoltà. Salvo, poi, nel giro di una settimana, ritornare a parlare del regime iraniano come di un rispettabilissimo attore che negoziava con i grandi del mondo circa il proprio programma di arricchimento dell’uranio. La Russia si offre di arricchire l’uranio di Teheran, garantendo così livelli di arricchimento necessari per l’uso civile, ma non sufficienti per un uso militare, controllando così il nucleare iraniano. La Francia e gli Stati Uniti appoggiano la proposta di Mosca e sperano che possa andare bene all’Iran. L’Iran rifiuta, poi accetta, poi smentisce, poi accetta ma solo a metà, poi di nuovo rifiuta categoricamente e, infine, fa appello alla Comunità Internazionale perché si trovi una soluzione condivisa (!).

E l’Italia? L’Italia, come sempre, per il momento sta a guardare. Fa il tifo per l’una o l’altra parte, speranzosa un giorno di poter partecipare alle concertazioni che contano, ma con la consapevolezza che difficilmente ci si potrà arrivare. Sogna un posto nel cosiddetto “5+1” (i 5 Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: Francia, Gran Bretagna, Cina, Russia e USA, più la Germania), il gruppo che insieme all’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) negozia con Teheran sul nucleare. Sogna un italiano, Massimo D’Alema, come nuovo “uomo PESC”, pur sapendo che i Paesi che contano all’interno dell’UE definiscono a casa propria le proprie politiche estere e non a Bruxelles. E l’Italia, infine, tra un sogno e l’altro, guarda Saviano su RaiTre, ricordandosi che esiste ancora l’Iran e che ancora non si è risolto molto in quel Paese. Continuano le incarcerazioni contro i ragazzi che protestano, i più sfortunati vanno alla forca, il governo è sempre quello e il programma nucleare va avanti. E ci voleva Saviano a ricordarcelo. Grazie.

 

 

November 16, 2009

I razzi Katyusha arrivano in Yemen: tra Arabia Saudita e Iran è guerra per procura

Filed under: Iran, Golfo

Da più di due anni ho posto l’attenzione di alcune mie analisi su un teatro che sembrava essere nuovo, quello dello Yemen. Già nel luglio 2007, in un’analisi per Equilibri.net ("Yemen: un nuovo teatro per lo scontro tra sunniti e sciiti"), mettevo già in evidenza le tendenze che oggi paiono essere arrivate a manifestarsi sotto gli occhi di tutti. Sempre sula rivista di geopolitica e relazioni internazionali Equilibri.net tornavo sull’argomento Yemen lo scorso gennaio, ad analizzare le condizioni precarie delle istituzioni yemenite ed il sero rischio di collasso istituzionale ("Yemen: sull’orlo del fallimento"). Sulle pagine di questo blog ho trattato nuovamente l’argomento in più di un’occasione, come nei post dello scorso 4 aprile ("La guerra tra Iran e Israele cambia teatro: il Mar Rosso") e, più recentemente, due mesi fa anche per Il Caffè Geopolitico ("La guerra nascosta"). Infine, in un Policy Brief dello scorso giugno mettevo in evidenza gli enormi pericoli per la stabilità e sicurezza di tutta le regione, derivanti dallo scontro interno yemenita ("Instabilità nel Golfo di Aden: terrorismo e pirateria").

Tutte queste citazioni vogliono solo dimostrare come da molto tempo, dunque, chi si occupa di dinamiche mediorientali in modo più approfondito rispetto ai media tradizionali, non può non rendersi conto di quanto le fratture nell’area si stiano allargando e, in parte, spostando verso Sud-Ovest. Ciò per molti motivi, di cui il principale è sicuramente, come già sottolineato altre volte, la mancanza di istituzioni solide nello Yemen e la conseguente presenza di gruppi organizzati, con diverse forme di sponsorship, che combattono non solo una guerra civile nel Paese, ma sono espressioni di istanze geopolitiche e politiche di altri attori.

E’ in questo contesto che non devono stupirci i continui scontri che avvengono in questi giorni alla frontiera dello Yemen con l’Arabia Saudita, in cui interviene lo stesso esercito dei Sauditi a dar manforte al Presidente yemenita Saleh contro la guerriglia di ispirazione sciita di al-Houthi. Lo Yeme è a tutti gli effetti diventato il terreno di scontro di Riyadh con l’Iran e gli scontri di queste settimane ne sono la riprova. D’altro canto, è di ieri la notizia, diffusa da varie fonti giornalistiche, circa l’uso da parte di questi ribelli di armi di cui non eran odotati fino a poco tempo fa, come i razzi Katyusha.

Si tratta degli stessi usati da Hezbollah contro lo Stato di Israele e sono, quasi senza ombra di dubbio, di provenienza iraniana. Nei giorni scontri, del resto, un mercantile tedesco era stato fermato dai controlli israeliani nelle coste mediorientali, dopo aver fatto tappa anche in Yemen, trasportando 500 tonnellate di armi ed esplosivi, tra cui anche Katyusha, destinati dall’Iran ai suoi alleati nella regione. Teheran, stando a queste fonti, starebbe dunque incrementando il supporto alle fazioni anti-sunnite fuori dal proprio territorio nazionale. Se in Palestina e Libano è un po’ più difficile arrivare, il teatro offerto dai ribelli di al-Houthi in Yemen sembra essere ottimale per il contrabbando di tali armi. L’Arabia Saudita ha già risposto in prima persona a tali mosse, scatenando di fatto una guerra per procura tra Teheran e Riyadh, combattuta a discapito delle fragili istituzioni yemenite.

Gli scenari non lasciano presagire niente di positivo e, se in questa cornice si aggiunge il nuovo reclutamento di guerriglieri in Yemen anche dalle fazioni estremiste sunnite, affiliate ad al-Qaeda, si comprende quanto l’area intorno allo Yemen potrebbe essere la prossima area di crisi a livello regionale e, data la sua importanza geopolitica e strategica, potenzialmente internazionale. Sta anche ai governi occidentali riuscire ad intervenire in tempo e tentare di salvare la macchina istituzionale e statale in Yemen, altrimenti la situazione potrebbe deteriorarsi sempre di più e diventare del tutto incontrollabile. 

November 15, 2009

La guerra di spie: Israele è dietro la morte di Mughniyyeh, insieme alla Siria?

Il Medio Oriente continua ad essere terra di sorprese e colpi di scena. Mentre nei Territori Palestinesi si è ormai prossimi ad un prossimo scontro interno, che potrebbe avere conseguenze pesantissime anche sulla sicurezza israeliana, vista l’eventualità di nuove situazioni di guerriglia urbana e disordini; mentre in Libano il nuovo governo di unità nazionale viene costantemente minacciato dalla presenza di Hezbollah, che ultimamente pare stia dandosi da fare per riarmarsi (come dimostra il carico di armi proveniente dall’Iran e sequestrato su una nave tedesca dai Servizi israeliani) e potrebbe creare un nuovo fronte di conflitto armato contro lo Stato di Israele; mentre Barack Obama non riesce a compiere progressi significativi nell’area… Un quotidiano del Kuwait, Alrai, rilancia l’ipotesi di una collaborazione tra Siria e il Mossad per l’uccisione di Imad Mughniyyeh, il "Ministro del Terrore" di Hezbollah, avvenuta nel febbraio del 2008 nella capitale siriana Damasco.

La notizia è molto interessante nella misura in cui mettrerebbe allo scoperto alcune mosse di Damasco negli ultimi due anni, allo scopo di tornare ad essere una media potenza regionale, in grado di aver credito nei confronti del mondo occidentale (quindi, in parte, anche di Israele, con cui la Siria ancora sta tentando di arrivare ad un accordo di pace). In effetti, che i Servizi siriani potessero essere coinvolti nella vicenda dell’assassinio di Mughniyyeh, come prova della loro rinnovata affidabilità, era una notizia che già girava, da subito dopo lo scoppio dell’autobomba che uccise il luogotenente di Hezbollah. L’attentato che colpì un quartiere sciita di Damsco nel settembre 2008 non fece che confemare indirettamente ciò: quella bomba suonò come una punizione per l’affaire Mughniyyeh. Le nuove rivelazioni fanno luce sul tipo di rapporto che si sarebbe istaurato in quei mesi tra Damasco e Israele.

Sarebbe stata la stessa giustizia siriana a cercare di fare luce sull’accaduto e a scoprire che forse, prima di quel febbraio del 2008, un generale siriano, Hassan Makhlouf, avrebbe permesso ad agenti del Mossad, i Servizi Segreti israeliani, di penetrare in territorio siriano, lasciando il confine non sorvegliato. Makhlouf avrebbe ricevuto un milione di dollari per permettere ai trafficanti (droga, armi, persone…) di lasciar libero il passaggio di frontiera ed il Mossad, essendo venuto a conoscenza della notizia, avrebbe sfruttato l’ufficiale siriano per perpetrare le proprie azioni.

A riprova di queste accuse, secondo le fonti, vi sarebbe anche il fatto che, subito dopo l’assassinio di Mughniyyeh, Makhlouf avrebbe concentrato le azioni di controllo di frontiera della sua squadra esclusivamente su un passaggio solo, facilitando le operazioni di rientro degli infiltrati israeliani. Makhlouf avrebbe anche informato gli israeliani circa gli spostamenti dello stesso Mughniyyeh tra la Siria ed il Libano, facilitando così il compito del Mossad (che, in ogni caso, rigetta qualsiasi tipo di coinvolgimento nell’assassinio di Mighniyyeh). Non è chiaro se Makhlouf, un personaggio comunque abbastanza di spicco nei ranghi militari della Siria, sia stato a conoscenza del fatto che stesse agevolando eventuali agenti del Mossad o meno. La vicenda si lega anche al sospetto sito nucleare segreto della Siria di al-Kibar, bombardato dai caccia israeliani nel settembre 2007. Nel periodo in cui Makhlouf avrebbe lasciato il confine incustodito, agenti israeliani avrebbero anche potuto compiere operazioni di controllo e spionaggio in quell’area.

Se le fonti in questione rivelano fatti realmente accaduti, sarebbe la conferma che Damasco sta operando in Medio Oriente con delle politiche ambivalenti, volte a rientrare a pieno titolo nella Comunità Internazionale e, quindi, uscire dall’isolamento, tenendo dall’altro lato un atteggiamento comunque cauto nei confronti dell’Occidente e di Israele, per evitare di rompere i fili che la legano a realtà come l’Iran, i rapporti con il quale sono comunque importantissimi per la Siria. Damasco starebbe tentando di avvicinarsi all’Ocidente anche in virtù delle sue relazioni con Teheran e gruppi come Hezbollah ed Hamas, per poter presentarsi come una sorta di attore mediatore nelle controversie regionali e quindi, in qualche modo, indispensabile per le potenze occidentali, ma anche regionali stesse, come la Turchia o l’Arabia Saudita.

Per ciò che concerne i rapporti tra Hezbollah e Israele, un’eventuale conferma del coinvolgimento israeliano nell’assassinio di Imad Mughniyyeh aumenterebbe nel breve termine il rischio di un attentato di rappresaglia di Hezbollah contro obiettivi di interesse israeliano. Il Partito di Dio ancora non ha "vendicato" la morte di Mughniyyeh, come ha invece promesso di fare, e lo Stato israeliano ha alzato i livelli di allerta anche per questo motivo, fermo restando che l’obiettivo di Hezbollah, in caso decidesse di intraprendere un’azione simile, potrebbe essere dovunque, come dimostrato in varie occasioni con attentati fuori dal confine israeliano, ma diretti contro obiettivi ebraici. 

November 13, 2009

Egitto e Algeria: calcio e geopolitica

Filed under: Maghreb

NON SOLO CALCIO - Non è una novità che il calcio diventi politica, come abbiamo già detto in precedenza a proposito dell’Argentina di Maratona (Cfr. Pallone e potere). Capita, in un mondo dove lo sport più popolare (e il più ricco) di tutti muove miliardi di euro; succede soprattutto in Paesi come quelli del continente africano e sudamericano, in cui spesso la gloria data da importanti risultati ottenuti sui campi calcistici, a fronte di situazioni politico-economiche critiche, può fungere da motivo di orgoglio e rivalsa nazionale. Se poi aggiungiamo a tutto ciò vecchie rivalità già esistenti tra nazioni vicine, il mix rischia di diventare pericoloso e micidiale, per quanto possa essere affascinante un incontro di calcio carico di motivazioni e il cui risultato è destinato a segnare, nel bene o nel male, la storia -calcistica, si intende- delle due squadre coinvolte.

L’EGITTO RISCHIA - E’ questo il caso dell’incontro valido per le qualificazioni ai prossimi Mondiali di calcio del Sudafrica 2010 (i primi della storia, tra l’altro, a tenersi nel continente nero) che vedrà opporsi Algeria ed Egitto sabato prossimo, il 14 novembre, allo stadio del Cairo. Vi sono tutte le caratteristiche affinchè la partita diventi un vero e proprio evento per ogni algerino ed egiziano. L’Egitto, vincitore negli ultimi due anni di seguito della Coppa d’Africa e vera rivelazione del calcio africano degli ultimi anni (insieme alla Costa d’Avorio ed al Ghana, dopo l’exploit di Camerun e Nigeria negli anni ’90), rischia seriamente di restare fuori dalla competizione sportiva probabilmente più importante del pianeta. Proprio a spese della squadra algerina. Nel Gruppo C delle qualificazioni africane, infatti, l’Algeria attualmente comanda la classifica con 13 punti, davanti all’Egitto con 10 punti. Nella partita di sabato prossimo al Cairo, l’Egitto dovrà vincere con tre gol di scarto per superare l’Algeria in classifica, altrimenti saranno proprio gli algerini a fare le valige per il Sudafrica, lasciando a casa ai blasonati vicini egiziani.

ALGERIA vs. EGITTO: GLI SCONTRI - In questo clima, la tensione sta salendo giorno dopo giorno e si temono degli scontri e dei disordini a margine dell’incontro di calcio. Sulla rete, da Facebook a Twitter a Youtube, spopolano video e commenti di Algerini ed Egiziani che si accusano reciprocamente e si promettono battaglie all’ultimo sangue. La retorica usata va ben oltre le motivazioni calcistiche ed entra a gamba tesa su questioni politiche e sociali. Sono lontani i tempi in cui, tra la seconda metà degli anni ’50 e la prima degli anni ’60, l’allora Presidente egiziano Nasser, leader indiscusso del nazionalismo arabo e della rivalsa dei popoli del terzo mondo, sosteneva economicamente e militarmente (oltre che ideologicamente, tramite la sua retorica della liberazione dei popoli arabi) l’Algeria che stava per liberarsi dal giogo francese, in quella che divenne una delle guerre di liberazione più lunghe e sanguinose del secondo dopo-guerra e che portò, tra il 1954 edil 1962, all’indipendenza dell’Algeria dalla Francia. Anzi, proprio sulla base di quegli episodi storici, oggi gli egiziani rivendicano quel ruolo di “liberatori” dell’Algeria, ricordando nei vari siti internet come abbiano “sollevato gli Algerini dalla condizione di schiavitù rispetto alla Francia”. Le accuse vanno avanti e non finiscono qui e i toni sono sempre più accesi, man mano che ci si avvicina al giorno fatidico dell’incontro al Cairo. Le autorità politiche algerine ed egiziane hanno dovuto richiamare ufficialmente i tifosi delle proprie nazionalità alla calma, dopo che persino il capitano della squadra egiziana, Ahmed Hassan, ha promesso di far diventare lo stadio del Cairo uno “stadio dell’orrore”. Il portavoce del Ministro degli Affari Esteri egiziano, Hossam Zaki, è dovuto intervenire per riportare un clima più cordiale tra le due nazioni e ha fatto appello soprattutto ai media, affinché non contribuiscano ad esasperare troppo i toni di quella che, in fondo, dovrebbe essere soltanto una partita di calcio (per quanto importante e ricca di significato per entrambi i popoli). Ed ecco, dunque, che all’arrivo al Cairo del bus della nazionale algerina, un fitto lancio di pietre da parte di circa 200 tifosi egiziani ha colpito i giocatori dell’Algeria. Il fatto è stato reputato gravissimo dal Ministro degli Affari Esteri algerino, Mourad Medelci. A questo punto, non bastano più le parole del portavoce del Ministero degli Esteri egiziano, ma lo stesso Ahmed Abul Gheit, il Ministro in persona, dovrà intervenire per condannare l’episodio e garantire tutte le necessarie misure di sicurezza. Gli scontri rischiano di creare una vera e propria crisi diplomatica tra Algeri e Il Cairo, quattro giocatori algerini sarebbero stati feriti dall’assalto a colpi di pietra e la partita rischia addirittura di saltare. 

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November 9, 2009

9 novembre 1989 - 9 novembre 2009: Europei in cerca di Europa

Filed under: Daily updates, Europa

Venti anni fa crollava un muro e nasceva una generazione. Proprio così, perché al di là dell’evento storico in sé, delle colonne di automobili che dalla Germania Est e da altre parti del blocco sovietico si recavano, i giorni precedenti al fatidico 9 novembre, verso l’Ungheria che aveva aperto le frontiere con l’Austria e, dunque, verso l’Ovest e la libertà; al di là delle picconate che hanno abbattuto quel muro la notte del 9 novembre, dopo quasi trent’anni di esistenza; al di là delle immagini dei berlinesi che si abbracciavano dopo aver scavalcato o creato brecce in quel muro; al di là di tutti questi ricordi e della storia, c’è una generazione di ragazzi e di “Europei”. Non si parla tanto di Europei nel senso comunitario dell’Unione Europea, quel progetto rivitalizzato proprio dalle macerie di quel muro e che per una stagione intera (tutti gli anni ’90) ha avuto l’illusione di creare un nuovo soggetto politico che potesse incidere sulla vita politica internazionale quanto (se non più) degli Stati Uniti, allargandosi sempre più verso Est e dando l’impressione che potessero nascere gli Stati Uniti d’Europa. Niente di tutto questo. A distanza di venti anni si può affermare che, se le cose rimanessero così, l’idea di un’unità politica europea, del ritorno alle relazioni internazionali intese come eurocentriche, dopo la fine della Guerra Fredda in cui il Vecchio continente è stato l’oggetto delle contese delle due superpotenze entrambe esterne all’Europa, sarebbero ormai puro idealismo, con poche o nessuna chance di realizzazione.

E’ per questo che con la nascita di una nuova generazione di Europei si vuole intendere altro. Quell’altro è formato dalle persone, dalla società, dalle idee che sono state condivise con tutta quella parte di Europa che si trovava al di là del muro. Quei giovani che si abbracciavano e festeggiavano 20 anni fa sono diventati la classe dirigente di nuove entità statali vogliose di rinascita e libertà. Simbolo di speranza per il futuro e di sviluppo, con lo sguardo a quell’orizzonte che un muro troppo ingombrante non aveva dato loro la possibilità di essere visto, ma solo il vagheggiamento di essere sognato ed immaginato. I bambini e ragazzini che guardavano le immagini di quel muro sgretolarsi, sotto i colpi di martello di ogni singolo comune cittadino e tra le note dei Pink Floyd che accorrevano presso la Porta di Brandeburgo per celebrare l’evento, sono adesso gli stessi che, da Lisbona a Riga e da Stoccolma a Budapest, fanno parte della “generazione Erasmus”. E dunque sono loro i protagonisti di questa rivoluzione fatta a colpi di piccone e martello. Una rivoluzione quasi del tutto incruenta che ha portato milioni di persone ad interagire tra di loro, a sentirsi più liberi in un mondo tutto uguale, o almeno privo degli odiosi vincoli imposti da due generazioni sospettose e liberticide che hanno posto in essere quel muro.

La mente oggi va a quelle immagini, alle lacrime di gioia dei berlinesi che fanno festa, ma anche alle feste di oggi nei quartieri di Parigi e Londra, cui prendono parte ragazzi di Lubiana, Tallin, Oslo, Madrid e Roma. Questa è la più grande eredità lasciata dalla caduta del muro. Un’eredità fatta di persone e di società, dal momento che per il resto molte cose sembrano stiano tornando uguali: la Russia compete fortemente con gli Stati Uniti a suon di gasdotti e guerricciole di confine; l’Europa continua ad essere divisa e non sa schierarsi unitariamente su alcun oggetto di discussione; l’Asia e l’Africa continuano ad essere terreni di scontro in cui si inserisce anche la superpotenza cinese (e anche qui, non è una grande novità rispetto alla fine degli anni ’80…) e in Italia si continua a combattere una guerra ideologica tra destra e sinistra (che nel frattempo hanno assunto forme diverse da quelle di ieri, ma hanno mantenuto la retorica e il livello di scontro di venti o trenta anni fa, come se ancora ci fossero brigatisti contro picchiatori…). 

E allora è alla generazione Erasmus che dobbiamo guardare per sperare che la caduta del muro sia servita a cambiare davvero le cose. E, se così è, gli effetti del 9 novembre 1989 si vedranno tra una decina di anni, quando i ragazzi cresciuti senza l’ombra di quella parete saranno pronti per prendere decisioni importanti per i rispettivi Paesi, condividendo tutti quanti quello spirito di libertà e quella voglia di incontrare gli altri che hanno contraddistinto la nostra generazione. Da tutti quegli incontri, resi possibili dall’evento di quella notte di novembre, si saranno allora avuti dei risultati positivi in termini di creatività e voglia di crescere insieme. Il progetto stesso del Caffè è, in fondo, figlio del 9 novembre 1989 e la speranza è quella di poter presto cogliere i frutti di quella semina, per poter raccontare un mondo ed un’Europa diversa, protagonista, propositiva, catalizzatrice di progresso e libertà, così come lo fu Berlino 20 anni fa.

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November 2, 2009

La Turchia entra nell’Iraq del Nord

Filed under: Turchia, Iraq

Lo scorso fine-settimana i Ministro degli Affari Esteri turco Ahmet Davutoglu si è reato in visita ufficiale nella Provincia Autonoma Curda del Nord Iraq. Davutolgu ha avuto un colloquio con Massoud Barzanil leader dei Curdi iracheni, in cui ha espresso la sua approvazione circa le politiche condotte da Barzani nella regione e auspicato che i rapporti tra Turchia e Nord Iraq possaon migliorare ulteriormente. Il viaggio di Davutoglu è, tra l’altro, il primo di un Ministro degli Esteri della Turchia nell’Iraq settentrionale, in cui lo Stato turco sospetta che trovino rifugio i guerriglieri curdi del PKK, da quasi trent’anni in lotta aperta con il governo di Ankara, tramite azioni di terrorismo e attentati nella zona di frontiera tra l’Iraq e la Turchia, nel Sud-Est turco. La Turchia ha aperto un consolato nella città di Mosul e annunciato che presto ne aprirà un altro ad Arbil, capitale della Provincia curda irachena.

La visita di Davutoglu risulta essere molto importante, considerando il fatto che solo due anni fa la Turchia era sull’orlo di un vero e proprio conflitto armato con i Curdi iracheni, essendo arrivaa a minacciare un’invasione delle truppe di terra a seguito di un sanguinoso attentato che aveva provocato la morte di molti militari turchi al confine. Ankara, da allora, ha accusato il Governo Regionale Curdo (KRG) dell’Iraq settentrionale di essere complice del PKK, ordinando vari raid aerei in territorio iracheno (in una escalation che ha rischiato di compromettere anche i rapporti tra la Turchia e gli Stati Uniti). Inoltre, il riavvicinamento tra i Curdi iracheni e la Repubblica di Turchia arriva in un momento cruciale per i rapporti tra lo Stato turco e la propria comunità curda, dal momento che proprio in queste settimane Ankara ha avviato una road map che permetta di porre fine agli scontri con il PKK, tramite riforme che rconoscano maggiori diritti alla minoranza curda in Turchia.

In prospettiva, i rapporti più stretti tra Barzani e la Turchia potranno essere funzionali, oltre che alla lotta al PKK da parte di Ankara, al miglioramento delle relazioni tra la Turchia ed il governo centrale di Baghdad. In quest’ottica, Ankara starebbe tentando anche di ricucire lo strappo creatosi tra Baghdad e la Siria, dal momento che l’Iraq ha tagliato le relazioni diplomatiche con Damasco, accusando il vicino arabo di essere parte in causa degli attentati che stanno destabilizzando l’Iraq, alla vigilia delle elezioni del prossimo gennaio. Il miglioramento dei rapporti con l’Iraq settentrionale potrebbe dunque aiutare a superare le tensioni esistenti tra la Turchia e l’Iraq, dando la possibilità ad Ankara di continuare la sua pera di mediazione delle controversie mediorientali, da una posizione di rinnovata credibilità e imparzialità. Nel lungo termine, sicuramente il comportamento di Ankara nei confronti del Nord Iraq, determinerà le relazioni della Turchia con tutto il resto del Paese.  

October 31, 2009

Il braccio di ferro dell’Iran sul nucleare

Filed under: Iran


Nel giorno in cui la Guida Suprema Ali Khamenei ha ricevuto un duro attacco pubblico da parte di un ostudente universitario (prontamente arrestato), il quale denunciava la mancanza di reali riforme democratiche, la presenza di un vero e proprio stato di polizia e l’impossibilità di criticare in alcun modo il regime ed il governo iraniano, riporto parte della mia analisi sulle trattative in corso sul programma nucleare iraniano, pubblicata sul Caffè Geopolitico.

LE PROPOSTE DELL’AIEA - Continua il braccio di ferro tra l’Iran ed il gruppo di negoziaizone per la questione del progrmma nucleare aviato da Teheran. La settimana scorsa, in un clima reso molto più teso dall’attentato che aveva colpito al cuore il regime dei Pasdaran, i rappresentanti iraniani hanno ricevuto dall’AIEA e dal suo Direttore Mohamed el-Baradei una proposta che sembrava potesse far uscire i negoziati dallo stallo attuale. El Baradei, in accordo con il gruppo dei cosiddetti “5+1”, ha proposto ad Ahmadi-Nejad di trasferire l’80% dell’uranio iraniano (in tutto circa 1.500 chili) parzialmente arricchito in Russia, in modo tale da poter essere ulteriormente arricchito per poter essere poi utilizzato come combustibile nucleare, a soli scopi energetici. Ciò in virtù del fatto che l’arricchimento del’uranio necessita di vari fasi diverse per l’uso civile, piuttosto che per quello militare […]

I PIANI DI TEHERAN - Ciò che sembra certo, comunque, è il fatto che Ahmadi-Nejad sembra voler assumere dei comportamenti non collaborativi a priori. Nonostante le timide aperture a parole da parte di Teheran, infatti, appena il governo iraniano si trova di fronte a reali soluzioni alla situaizone di impasse creatasi sulla qustione del nucleare, sembra adottare ogni strategia per depistare i suoi dialoganti, portando così ad un clima di esasperazione. Ciò probabilmnente è dovuto al fatto che l’Iran, al di là di ogni retorica affermazione, ha deciso di dotarsi comunque dell’arma nucleare e non intende in alcun modo fare dei passi indietro. Il possesso di armi nucleari sarebbe necessario e funzionale all’idea di Teheran di egemonia in tutto il contesto mediorientale. Con tale arma, infatti, l’Iran avrebbe, secondo i piani di Ahmadi-Nejad (e degli Ayatollah che, probabilmente, in questo lo sostengono), una capacità di deterrenza ed una proiezione i potenza sicuramente più profonda degli altri attori competitori e potrebbe addirittura porsi sullo stesso piano dello Stato di Israele, tentando di stabilizzare (paradossalmente, ma è questa la logica della deterrenza, come nella Guerra Fredda tra USA e URSS) i rapporti con gli Israeliani, per hgodere di un’incontrastata leadership sul mondo arab-musulmano che lo circonda. Se visti in quest’ottica, i piani iraniani difficilmente possono prevedere un accordo che metta fine alle ambizioni (che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, il governo iraniano sembrerebbe davvero coltivare) di Teheran circa il possesso della bomba cona la B maiuscola. In questa cornice, è di nuovo l’Occidente a dover decidere il da farsi, nella speranza che lo stesso Israele non diventi troppo irritato dai continui tentennamenti iraniani e non decida di attivare i propri missili puntati ad Est.

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October 28, 2009

Il Caffè Geopolitico sul Corriere.it

Filed under: Daily updates

SUL CORRIERE - Siamo ancora neonati, fosse solo perché siamo sul web da quattro mesi. Ma piano piano, il Caffè comincia a diventare grande. Oggi abbiamo l’onore di farci presentare da Beppe Severgnini, su Italians. Potete leggere la nostra lettera e la sua risposta sul sito del Corriere (http://www.corriere.it/solferino/severgnini/). La riportiamo anche qui sotto:

"Geopolitici cercano vignettista"

Caro Beppe,chissà se ti ricordi di noi: due Italians al Festival di "Internazionale" a Ferrara. Eravamo in Italia da quanto sembra risultare dall’atlante geografico, ma dall’atmosfera che si respirava in città nei tre giorni del festival ci sentivamo all’estero, o forse ci è sembrato di aver visto l’Italia migliore. Quella che non ti aspetti, ma che da Italiano sai che esiste. Da under 30, poi, è proprio quell’Italia che ti fa dire: "No, anch’io no. Questo Paese non lo lascio". Insomma un’Italia in controtendenza rispetto a quella che siamo abituati a leggere sulla stampa nostrana ed internazionale (ahimé!). Ti abbiamo lasciato il volantino del nostro sito internet e ci hai detto di scriverti, così ci avresti presentato ai tuoi amici di Italians!

Eccolo il nostro sito: www.ilcaffegeopolitico.it, esperimento appena nato di micropolitica sul web che si rivolge a tutti quelli che vogliono saperne di più del mondo che li circonda e che su tanti argomenti continuano ad avere le idee un po’ confuse. Non per colpa loro!, le informazioni sono tantissime e destreggiarsi in questa selva non è facile. Noi ci proviamo a farlo per il nostro pubblico: dall’Afghanistan all’Iran, viaggiando sugli oleodotti che ci portano in Europa, fino al Sud America, rimbalzando attorno al tavolo del G8, 20, 2 e molto altro ancora. Eccoci qua dunque: un gruppo di Italians in Italia appassionati di tutto quello che accade oltre frontiera. A presto caro Beppe e grazie per la simpatia.

Anna, Stefano e gli altri caffeinomani della redazione ti salutano!

Ps: Presto sul nostro sito sarà anche possibile ascoltare una web radio

Ps2: ci consigli un vignettista?!

Anna Longhini

 

Certo che mi ricordo di voi e del vostro volantino (azzurro), cari Anna, Stefano & C.. Concordo: a Ferrara c’era "un’Italia in controtendenza". Mille persone in coda per sentir parlare di libertà d’informazione e "graphic journalism"! Ma ci pensate? Il vostro http://www.ilcaffegeopolitico.it mi sembra una buona idea, ed è ben fatto. Non ci sono molti posti per parlare di questi temi internazionali. Certo, c’è il nostro "Italians" - ecumenico e mai geloso delle iniziative altrui - e ci sono altre bei forum/blog di Corriere.it: http://americas.corriere.it/ di Rocco Cotroneo e http://leviedellasia.corriere.it/ di Marco Del Corona, sempre aggiornati e vivaci. Ma il mondo è grande, e lo spazio è tanto. In bocca al lupo, ragazzi!

PS Sul vignettista: oltre al celestiale Gioangeli, che però ha chiuso il "Riso degli angeli" (http://risodegliangeli.corriere.it/) per carico d’impegni, c’è Carlo Mantovani, che spesso è apparso nella DODICESIMA LETTERA di questo forum (http://carlomantovani.org/vignette.php). Un’altra possibilità: cercate penne (matite?) nuove. Dopo questa lettera, sono convinto, vi arriveranno diverse proposte.

NOVITA’ - Questa visibilità ci fa immensamente piacere, ma è tutt’altro che un punto d’arrivo. Anzi, vogliamo approfittare di questa occasione per rilanciare. Sì, perché “Il Caffè Geopolitico” vuole davvero provare a diventare grande. Nelle prossime settimane arriverà un sito completamente nuovo, più professionale, con molte “sorprese”. E per continuare a crescere, abbiamo bisogno anche di voi! Se siete appassionati di esteri, se volete provare a scrivere, se siete innamorati del graphic journalism e volete mandarci le vostre vignette (come quella, qui sotto, di Jacopo Marazia), insomma se volete aiutarci in ogni modo e collaborare, contattateci ( redazione@ilcaffegeopolitico.it), e proponeteci le vostre idee. Potete trovarci anche su Facebook (il nostro gruppo è qui: http://www.facebook.com/home.php?#/group.php?gid=109356313136&ref=ts)

SOLO L’INIZIO - Lo dicevamo già dal primo giorno: noi ci proviamo. Gli esteri, le relazioni internazionali, la geopolitica, sono troppo spesso poco considerati, o riservati agli “addetti ai lavori”. Vogliamo invece continuare a raccontare tutto questo in uno stile agile, frizzante, comunicativo, accessibile a tutti. Lo stile del “Caffè”: un momento di pausa, e un luogo di incontro e socializzazione, per provare a mostrare che i temi di cui trattiamo possono essere interessanti per tutti. Noi ci proviamo. Continuate a seguirci. In fondo, tra i vari caffè della giornata, un “Caffè geopolitico” in più non fa male di sicuro.

 

 

October 26, 2009

Cosa vuole l’Iran?

Filed under: Iran, Europa

Ahmadi-Nejad continua la sua politica di ambiguità nei confronti dell’Occidente (in questo nuovo round, allargato anche alla Russia) che, tramite il Ministro degli Affari Esteri russo Sergei Lavrov, ha proposto un piano alternativo per l’arricchimento dell’uranio iraniano a scopi pacifici. Teheran prima rifiuta, poi ci ripensa, poi dice di aver bisogno di una settimana di tempo per dare una risposta definitiva; oggi dice di accettare solo in parte….. Riporto le parole di Massimiliano Frenza Maxia per il Desk Medio Oriente di Equilibri.net, che dirigo:

La scorsa settimana le agenzie di stampa hanno battuto a distanza di poche ore l’una dall’altra notizie contraddittorie circa l’atteggiamento iraniano rispetto alla bozza d’accordo proposta da Mohamed El Baradei, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). La proposta fatta circolare mercoledì da parte dell’AIEA, frutto di mesi di mediazioni, è molto chiara, la risposta di Teheran lo è molto meno. L’AIEA, d’accordo con il gruppo del 5+1, ha proposto a Teheran di trasferire l’80% dei 1.500 chili del proprio uranio parzialmente arricchito in Russia, affinché venga ulteriormente arricchito e trasformato in combustibile nucleare, che poi verrebbe fatto rientrare in Iran per essere usato per alimentare un reattore a fini di ricerca medica. Così facendo l’Iran otterrebbe il suo nucleare ad uso civile, ma perderebbe i 1.000 chili di uranio necessari per creare ordigni nucleari.

A metà settimana, forse per forzare le ultime resistenze, oppure perché portato fuori strada volontariamente circa le reali intenzioni, El Baradei si era dichiarato fortemente possibilista circa la volontà iraniana di accettare la bozza d’accordo, addirittura si paventava una possibile firma nella giornata di venerdì, cosa smentita dai fatti venerdì scorso. Dapprima la tv iraniana ha annunciato un no a tutto il compromesso, poi, a distanza di poche ore, la medesima emittente ha ritrattato, annunciando la volontà della Repubblica Islamica di prendere tempo (una settimana) per decidere e quindi, con un ennesimo voltafaccia, annunciava un definitivo no, ma accompagnato da una non meglio precisata contro proposta.

E’ evidente che se l’obiettivo di Teheran è realmente quello di accreditarsi come potenza atomica, allora cedere l’80% del proprio uranio a Paesi esteri, non è e non sarà mai nel suo interesse. Oggi la Repubblica Islamica sa che prendere tempo significa giocare una partita, magari complicata, non priva di rischi (almeno sul lato delle sanzioni economiche), ma nei fatti sostanzialmente vincente, anche perché percepisce fin troppo bene che gli Stati Uniti, già impantanati in Afghanistan ed Iraq, difficilmente nell’era del “pacifista” Obama si impegneranno in un’azione militare per colpire le centrali di arricchimento dell’uranio. Rimane l’incognita Israele che probabilmente un piano d’attacco l’ha già elaborato e non è escluso che gli USA stiano pensando di lasciare che siano i caccia dell’IAF (Israeli Air Force) a fare il “lavoro sporco".

October 25, 2009

Baghdad brucia

Filed under: Iraq

Che la situazione in Iraq non fosse affatto stabilizzata e che ancora (anzi, forse soprattutto ora, dopo il ritiro delle truppe statunitensi dalle città irachene) vi fosse un clima da guerra civile, lo si dice da sempre. Con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale di inizio 2010, in cui la popolazione è richiamata a rinnovare il Parlamento del Paese, dando il via alla nuova distribuzione di potere interna, i tentativi di influire e boicottare l’appuntamento elettorale si intensificano, secondo gli interessi di molti attori in gioco. Già il 19 agosto scorso si era verificato un gravissimo attentato nel centro della capitale irachena, che provocò la morte di più di 100 persone e, per di più, nella cosiddetta Zona Verde, la porzione di territorio più blindata di tutto il globo. In quel caso l’Iraq ha ufficialmente condannato la Siria di aver aiutato gli attentatori a perpetrare la strage; si è così creata la frattura (ancora non ricucita, nonostante i tentativi di mediazione turchi) tra i due Paesi, nella quale di è inserita anche l’Arabia Saudita (Riyad ha tutto l’interesse, infatti, nel vedere il governo sciita di al-Maliki indebolito, e su questo aspetto le politiche di Damasco ed Arabia Saudita sembrano convergere).

Stamattina un altro attentato, sempre nel centro di Baghdad ed all’interno della super-fortificata Zona Verde (uno degli obiettivi è stata la sede del Ministero della Giustizia), ha provocato una strage ancora maggiore di quella di agosto. Almeno 140 le vittime, in quello che sembra essere a tutti gli effetti un attacco diretto alle istituzioni del nuovo fragile Stato iracheno, con lo scopo di destabilizzarne il processo di democratizzazione, acuendo i contrasti settari e politici che permangono all’interno delle dinamiche irachene. Anche in questo caso, non si può far finta di niente di fronte alla considerazione di quanti a quanto influenti siano gli attori esterni che, per ragioni di varia natura, gioverebbero dall’indebolimento e la perdita i credibilità dell’Iraq e dell’attuale esecutivo a maggioranza sciita in Iraq.

Sicuramente l’Iran, ma per motivi opposti soprattutto forze regionali come l’Arabia Saudita, la Siria, l’Egitto e molte organizzazioni di stampo terroristico-islamico, hanno interesse nel vedere un Iraq ancora modellabile a proprio piacimento, ognuno nel tentativo di imporre la propria influenza in quel territorio, per poter così guadagnare più potere nella distribuzione dei ruoli e delle funzioni dell’intera area mediorientale. Ciò dovrebbe far riflettere circa il fatto che la stabilità del futuro Stato iracheno dipende anche, e per certi versi soprattutto, dagli equilibri di tutto il Medio Oriente. Come in parte il Libano, infatti, anche l’Iraq è diventato teatro degli scontri esterni al Paese stesso, per effetto della debolezza ed impermeabilità delle sue istituzioni e dei propri confini.

In questo gioco di potere, sembra quasi che gli Stati Uniti, tradizionalmente arbitri di gran parte dei destini della regione mediorientale, siano adesso senza soluzioni per la quesitone irachena, essendone quasi tagliati fuori. Da un lato l’Iran sembra favorire in Iraq un governo sciita di basso profilo, in modo tale da renderlo più soggetto alle proprie volontà. Per ciò che riguarda una maggioranza sciita, questa è però anche l’idea statunitense per un futuro Iraq, salvo il fatto che Washington vedrbbe di buon gusto un governo forte e democratico, che possa opporsi a livello di immagine proprio al vicino regime dei Pasdaran. In tutto ciò, le potenze arabe filo-occidentali, in questo, hanno una visione diversa al tradizionale alleao statunitense, preferendo un governo maggiormente rappresentato dai Sunniti.

E’ in questa cornice che si inquadrano gli odierni attentati a Baghdad, in un clima di tensione sempre più palpabile, che lascia presagire un’intensificazione degli attacchi e degli scontri interni, man mano che il Paese si avvicina alle urne e i protagonisti della vita politica interna continuano ad essere sotto scacco dell’influenza di attori esterni da un lato e, dall’altro, sotto il costante mirino delle organizzazioni terroristiche, che vedono in un territorio istituzionalmente martoriato e debole come quello iracheno, un terreno fertile per le proprie azioni

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