Stefano Torelli - World In Progress

November 2, 2009

La Turchia entra nell’Iraq del Nord

Filed under: Turchia, Iraq

Lo scorso fine-settimana i Ministro degli Affari Esteri turco Ahmet Davutoglu si è reato in visita ufficiale nella Provincia Autonoma Curda del Nord Iraq. Davutolgu ha avuto un colloquio con Massoud Barzanil leader dei Curdi iracheni, in cui ha espresso la sua approvazione circa le politiche condotte da Barzani nella regione e auspicato che i rapporti tra Turchia e Nord Iraq possaon migliorare ulteriormente. Il viaggio di Davutoglu è, tra l’altro, il primo di un Ministro degli Esteri della Turchia nell’Iraq settentrionale, in cui lo Stato turco sospetta che trovino rifugio i guerriglieri curdi del PKK, da quasi trent’anni in lotta aperta con il governo di Ankara, tramite azioni di terrorismo e attentati nella zona di frontiera tra l’Iraq e la Turchia, nel Sud-Est turco. La Turchia ha aperto un consolato nella città di Mosul e annunciato che presto ne aprirà un altro ad Arbil, capitale della Provincia curda irachena.

La visita di Davutoglu risulta essere molto importante, considerando il fatto che solo due anni fa la Turchia era sull’orlo di un vero e proprio conflitto armato con i Curdi iracheni, essendo arrivaa a minacciare un’invasione delle truppe di terra a seguito di un sanguinoso attentato che aveva provocato la morte di molti militari turchi al confine. Ankara, da allora, ha accusato il Governo Regionale Curdo (KRG) dell’Iraq settentrionale di essere complice del PKK, ordinando vari raid aerei in territorio iracheno (in una escalation che ha rischiato di compromettere anche i rapporti tra la Turchia e gli Stati Uniti). Inoltre, il riavvicinamento tra i Curdi iracheni e la Repubblica di Turchia arriva in un momento cruciale per i rapporti tra lo Stato turco e la propria comunità curda, dal momento che proprio in queste settimane Ankara ha avviato una road map che permetta di porre fine agli scontri con il PKK, tramite riforme che rconoscano maggiori diritti alla minoranza curda in Turchia.

In prospettiva, i rapporti più stretti tra Barzani e la Turchia potranno essere funzionali, oltre che alla lotta al PKK da parte di Ankara, al miglioramento delle relazioni tra la Turchia ed il governo centrale di Baghdad. In quest’ottica, Ankara starebbe tentando anche di ricucire lo strappo creatosi tra Baghdad e la Siria, dal momento che l’Iraq ha tagliato le relazioni diplomatiche con Damasco, accusando il vicino arabo di essere parte in causa degli attentati che stanno destabilizzando l’Iraq, alla vigilia delle elezioni del prossimo gennaio. Il miglioramento dei rapporti con l’Iraq settentrionale potrebbe dunque aiutare a superare le tensioni esistenti tra la Turchia e l’Iraq, dando la possibilità ad Ankara di continuare la sua pera di mediazione delle controversie mediorientali, da una posizione di rinnovata credibilità e imparzialità. Nel lungo termine, sicuramente il comportamento di Ankara nei confronti del Nord Iraq, determinerà le relazioni della Turchia con tutto il resto del Paese.  

October 31, 2009

Il braccio di ferro dell’Iran sul nucleare

Filed under: Iran


Nel giorno in cui la Guida Suprema Ali Khamenei ha ricevuto un duro attacco pubblico da parte di un ostudente universitario (prontamente arrestato), il quale denunciava la mancanza di reali riforme democratiche, la presenza di un vero e proprio stato di polizia e l’impossibilità di criticare in alcun modo il regime ed il governo iraniano, riporto parte della mia analisi sulle trattative in corso sul programma nucleare iraniano, pubblicata sul Caffè Geopolitico.

LE PROPOSTE DELL’AIEA - Continua il braccio di ferro tra l’Iran ed il gruppo di negoziaizone per la questione del progrmma nucleare aviato da Teheran. La settimana scorsa, in un clima reso molto più teso dall’attentato che aveva colpito al cuore il regime dei Pasdaran, i rappresentanti iraniani hanno ricevuto dall’AIEA e dal suo Direttore Mohamed el-Baradei una proposta che sembrava potesse far uscire i negoziati dallo stallo attuale. El Baradei, in accordo con il gruppo dei cosiddetti “5+1”, ha proposto ad Ahmadi-Nejad di trasferire l’80% dell’uranio iraniano (in tutto circa 1.500 chili) parzialmente arricchito in Russia, in modo tale da poter essere ulteriormente arricchito per poter essere poi utilizzato come combustibile nucleare, a soli scopi energetici. Ciò in virtù del fatto che l’arricchimento del’uranio necessita di vari fasi diverse per l’uso civile, piuttosto che per quello militare […]

I PIANI DI TEHERAN - Ciò che sembra certo, comunque, è il fatto che Ahmadi-Nejad sembra voler assumere dei comportamenti non collaborativi a priori. Nonostante le timide aperture a parole da parte di Teheran, infatti, appena il governo iraniano si trova di fronte a reali soluzioni alla situaizone di impasse creatasi sulla qustione del nucleare, sembra adottare ogni strategia per depistare i suoi dialoganti, portando così ad un clima di esasperazione. Ciò probabilmnente è dovuto al fatto che l’Iran, al di là di ogni retorica affermazione, ha deciso di dotarsi comunque dell’arma nucleare e non intende in alcun modo fare dei passi indietro. Il possesso di armi nucleari sarebbe necessario e funzionale all’idea di Teheran di egemonia in tutto il contesto mediorientale. Con tale arma, infatti, l’Iran avrebbe, secondo i piani di Ahmadi-Nejad (e degli Ayatollah che, probabilmente, in questo lo sostengono), una capacità di deterrenza ed una proiezione i potenza sicuramente più profonda degli altri attori competitori e potrebbe addirittura porsi sullo stesso piano dello Stato di Israele, tentando di stabilizzare (paradossalmente, ma è questa la logica della deterrenza, come nella Guerra Fredda tra USA e URSS) i rapporti con gli Israeliani, per hgodere di un’incontrastata leadership sul mondo arab-musulmano che lo circonda. Se visti in quest’ottica, i piani iraniani difficilmente possono prevedere un accordo che metta fine alle ambizioni (che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, il governo iraniano sembrerebbe davvero coltivare) di Teheran circa il possesso della bomba cona la B maiuscola. In questa cornice, è di nuovo l’Occidente a dover decidere il da farsi, nella speranza che lo stesso Israele non diventi troppo irritato dai continui tentennamenti iraniani e non decida di attivare i propri missili puntati ad Est.

Leggi di più su Il Caffè Geopolitico

October 28, 2009

Il Caffè Geopolitico sul Corriere.it

Filed under: Daily updates

SUL CORRIERE - Siamo ancora neonati, fosse solo perché siamo sul web da quattro mesi. Ma piano piano, il Caffè comincia a diventare grande. Oggi abbiamo l’onore di farci presentare da Beppe Severgnini, su Italians. Potete leggere la nostra lettera e la sua risposta sul sito del Corriere (http://www.corriere.it/solferino/severgnini/). La riportiamo anche qui sotto:

"Geopolitici cercano vignettista"

Caro Beppe,chissà se ti ricordi di noi: due Italians al Festival di "Internazionale" a Ferrara. Eravamo in Italia da quanto sembra risultare dall’atlante geografico, ma dall’atmosfera che si respirava in città nei tre giorni del festival ci sentivamo all’estero, o forse ci è sembrato di aver visto l’Italia migliore. Quella che non ti aspetti, ma che da Italiano sai che esiste. Da under 30, poi, è proprio quell’Italia che ti fa dire: "No, anch’io no. Questo Paese non lo lascio". Insomma un’Italia in controtendenza rispetto a quella che siamo abituati a leggere sulla stampa nostrana ed internazionale (ahimé!). Ti abbiamo lasciato il volantino del nostro sito internet e ci hai detto di scriverti, così ci avresti presentato ai tuoi amici di Italians!

Eccolo il nostro sito: www.ilcaffegeopolitico.it, esperimento appena nato di micropolitica sul web che si rivolge a tutti quelli che vogliono saperne di più del mondo che li circonda e che su tanti argomenti continuano ad avere le idee un po’ confuse. Non per colpa loro!, le informazioni sono tantissime e destreggiarsi in questa selva non è facile. Noi ci proviamo a farlo per il nostro pubblico: dall’Afghanistan all’Iran, viaggiando sugli oleodotti che ci portano in Europa, fino al Sud America, rimbalzando attorno al tavolo del G8, 20, 2 e molto altro ancora. Eccoci qua dunque: un gruppo di Italians in Italia appassionati di tutto quello che accade oltre frontiera. A presto caro Beppe e grazie per la simpatia.

Anna, Stefano e gli altri caffeinomani della redazione ti salutano!

Ps: Presto sul nostro sito sarà anche possibile ascoltare una web radio

Ps2: ci consigli un vignettista?!

Anna Longhini

 

Certo che mi ricordo di voi e del vostro volantino (azzurro), cari Anna, Stefano & C.. Concordo: a Ferrara c’era "un’Italia in controtendenza". Mille persone in coda per sentir parlare di libertà d’informazione e "graphic journalism"! Ma ci pensate? Il vostro http://www.ilcaffegeopolitico.it mi sembra una buona idea, ed è ben fatto. Non ci sono molti posti per parlare di questi temi internazionali. Certo, c’è il nostro "Italians" - ecumenico e mai geloso delle iniziative altrui - e ci sono altre bei forum/blog di Corriere.it: http://americas.corriere.it/ di Rocco Cotroneo e http://leviedellasia.corriere.it/ di Marco Del Corona, sempre aggiornati e vivaci. Ma il mondo è grande, e lo spazio è tanto. In bocca al lupo, ragazzi!

PS Sul vignettista: oltre al celestiale Gioangeli, che però ha chiuso il "Riso degli angeli" (http://risodegliangeli.corriere.it/) per carico d’impegni, c’è Carlo Mantovani, che spesso è apparso nella DODICESIMA LETTERA di questo forum (http://carlomantovani.org/vignette.php). Un’altra possibilità: cercate penne (matite?) nuove. Dopo questa lettera, sono convinto, vi arriveranno diverse proposte.

NOVITA’ - Questa visibilità ci fa immensamente piacere, ma è tutt’altro che un punto d’arrivo. Anzi, vogliamo approfittare di questa occasione per rilanciare. Sì, perché “Il Caffè Geopolitico” vuole davvero provare a diventare grande. Nelle prossime settimane arriverà un sito completamente nuovo, più professionale, con molte “sorprese”. E per continuare a crescere, abbiamo bisogno anche di voi! Se siete appassionati di esteri, se volete provare a scrivere, se siete innamorati del graphic journalism e volete mandarci le vostre vignette (come quella, qui sotto, di Jacopo Marazia), insomma se volete aiutarci in ogni modo e collaborare, contattateci ( redazione@ilcaffegeopolitico.it), e proponeteci le vostre idee. Potete trovarci anche su Facebook (il nostro gruppo è qui: http://www.facebook.com/home.php?#/group.php?gid=109356313136&ref=ts)

SOLO L’INIZIO - Lo dicevamo già dal primo giorno: noi ci proviamo. Gli esteri, le relazioni internazionali, la geopolitica, sono troppo spesso poco considerati, o riservati agli “addetti ai lavori”. Vogliamo invece continuare a raccontare tutto questo in uno stile agile, frizzante, comunicativo, accessibile a tutti. Lo stile del “Caffè”: un momento di pausa, e un luogo di incontro e socializzazione, per provare a mostrare che i temi di cui trattiamo possono essere interessanti per tutti. Noi ci proviamo. Continuate a seguirci. In fondo, tra i vari caffè della giornata, un “Caffè geopolitico” in più non fa male di sicuro.

 

 

October 26, 2009

Cosa vuole l’Iran?

Filed under: Iran, Europa

Ahmadi-Nejad continua la sua politica di ambiguità nei confronti dell’Occidente (in questo nuovo round, allargato anche alla Russia) che, tramite il Ministro degli Affari Esteri russo Sergei Lavrov, ha proposto un piano alternativo per l’arricchimento dell’uranio iraniano a scopi pacifici. Teheran prima rifiuta, poi ci ripensa, poi dice di aver bisogno di una settimana di tempo per dare una risposta definitiva; oggi dice di accettare solo in parte….. Riporto le parole di Massimiliano Frenza Maxia per il Desk Medio Oriente di Equilibri.net, che dirigo:

La scorsa settimana le agenzie di stampa hanno battuto a distanza di poche ore l’una dall’altra notizie contraddittorie circa l’atteggiamento iraniano rispetto alla bozza d’accordo proposta da Mohamed El Baradei, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). La proposta fatta circolare mercoledì da parte dell’AIEA, frutto di mesi di mediazioni, è molto chiara, la risposta di Teheran lo è molto meno. L’AIEA, d’accordo con il gruppo del 5+1, ha proposto a Teheran di trasferire l’80% dei 1.500 chili del proprio uranio parzialmente arricchito in Russia, affinché venga ulteriormente arricchito e trasformato in combustibile nucleare, che poi verrebbe fatto rientrare in Iran per essere usato per alimentare un reattore a fini di ricerca medica. Così facendo l’Iran otterrebbe il suo nucleare ad uso civile, ma perderebbe i 1.000 chili di uranio necessari per creare ordigni nucleari.

A metà settimana, forse per forzare le ultime resistenze, oppure perché portato fuori strada volontariamente circa le reali intenzioni, El Baradei si era dichiarato fortemente possibilista circa la volontà iraniana di accettare la bozza d’accordo, addirittura si paventava una possibile firma nella giornata di venerdì, cosa smentita dai fatti venerdì scorso. Dapprima la tv iraniana ha annunciato un no a tutto il compromesso, poi, a distanza di poche ore, la medesima emittente ha ritrattato, annunciando la volontà della Repubblica Islamica di prendere tempo (una settimana) per decidere e quindi, con un ennesimo voltafaccia, annunciava un definitivo no, ma accompagnato da una non meglio precisata contro proposta.

E’ evidente che se l’obiettivo di Teheran è realmente quello di accreditarsi come potenza atomica, allora cedere l’80% del proprio uranio a Paesi esteri, non è e non sarà mai nel suo interesse. Oggi la Repubblica Islamica sa che prendere tempo significa giocare una partita, magari complicata, non priva di rischi (almeno sul lato delle sanzioni economiche), ma nei fatti sostanzialmente vincente, anche perché percepisce fin troppo bene che gli Stati Uniti, già impantanati in Afghanistan ed Iraq, difficilmente nell’era del “pacifista” Obama si impegneranno in un’azione militare per colpire le centrali di arricchimento dell’uranio. Rimane l’incognita Israele che probabilmente un piano d’attacco l’ha già elaborato e non è escluso che gli USA stiano pensando di lasciare che siano i caccia dell’IAF (Israeli Air Force) a fare il “lavoro sporco".

October 25, 2009

Baghdad brucia

Filed under: Iraq

Che la situazione in Iraq non fosse affatto stabilizzata e che ancora (anzi, forse soprattutto ora, dopo il ritiro delle truppe statunitensi dalle città irachene) vi fosse un clima da guerra civile, lo si dice da sempre. Con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale di inizio 2010, in cui la popolazione è richiamata a rinnovare il Parlamento del Paese, dando il via alla nuova distribuzione di potere interna, i tentativi di influire e boicottare l’appuntamento elettorale si intensificano, secondo gli interessi di molti attori in gioco. Già il 19 agosto scorso si era verificato un gravissimo attentato nel centro della capitale irachena, che provocò la morte di più di 100 persone e, per di più, nella cosiddetta Zona Verde, la porzione di territorio più blindata di tutto il globo. In quel caso l’Iraq ha ufficialmente condannato la Siria di aver aiutato gli attentatori a perpetrare la strage; si è così creata la frattura (ancora non ricucita, nonostante i tentativi di mediazione turchi) tra i due Paesi, nella quale di è inserita anche l’Arabia Saudita (Riyad ha tutto l’interesse, infatti, nel vedere il governo sciita di al-Maliki indebolito, e su questo aspetto le politiche di Damasco ed Arabia Saudita sembrano convergere).

Stamattina un altro attentato, sempre nel centro di Baghdad ed all’interno della super-fortificata Zona Verde (uno degli obiettivi è stata la sede del Ministero della Giustizia), ha provocato una strage ancora maggiore di quella di agosto. Almeno 140 le vittime, in quello che sembra essere a tutti gli effetti un attacco diretto alle istituzioni del nuovo fragile Stato iracheno, con lo scopo di destabilizzarne il processo di democratizzazione, acuendo i contrasti settari e politici che permangono all’interno delle dinamiche irachene. Anche in questo caso, non si può far finta di niente di fronte alla considerazione di quanti a quanto influenti siano gli attori esterni che, per ragioni di varia natura, gioverebbero dall’indebolimento e la perdita i credibilità dell’Iraq e dell’attuale esecutivo a maggioranza sciita in Iraq.

Sicuramente l’Iran, ma per motivi opposti soprattutto forze regionali come l’Arabia Saudita, la Siria, l’Egitto e molte organizzazioni di stampo terroristico-islamico, hanno interesse nel vedere un Iraq ancora modellabile a proprio piacimento, ognuno nel tentativo di imporre la propria influenza in quel territorio, per poter così guadagnare più potere nella distribuzione dei ruoli e delle funzioni dell’intera area mediorientale. Ciò dovrebbe far riflettere circa il fatto che la stabilità del futuro Stato iracheno dipende anche, e per certi versi soprattutto, dagli equilibri di tutto il Medio Oriente. Come in parte il Libano, infatti, anche l’Iraq è diventato teatro degli scontri esterni al Paese stesso, per effetto della debolezza ed impermeabilità delle sue istituzioni e dei propri confini.

In questo gioco di potere, sembra quasi che gli Stati Uniti, tradizionalmente arbitri di gran parte dei destini della regione mediorientale, siano adesso senza soluzioni per la quesitone irachena, essendone quasi tagliati fuori. Da un lato l’Iran sembra favorire in Iraq un governo sciita di basso profilo, in modo tale da renderlo più soggetto alle proprie volontà. Per ciò che riguarda una maggioranza sciita, questa è però anche l’idea statunitense per un futuro Iraq, salvo il fatto che Washington vedrbbe di buon gusto un governo forte e democratico, che possa opporsi a livello di immagine proprio al vicino regime dei Pasdaran. In tutto ciò, le potenze arabe filo-occidentali, in questo, hanno una visione diversa al tradizionale alleao statunitense, preferendo un governo maggiormente rappresentato dai Sunniti.

E’ in questa cornice che si inquadrano gli odierni attentati a Baghdad, in un clima di tensione sempre più palpabile, che lascia presagire un’intensificazione degli attacchi e degli scontri interni, man mano che il Paese si avvicina alle urne e i protagonisti della vita politica interna continuano ad essere sotto scacco dell’influenza di attori esterni da un lato e, dall’altro, sotto il costante mirino delle organizzazioni terroristiche, che vedono in un territorio istituzionalmente martoriato e debole come quello iracheno, un terreno fertile per le proprie azioni

October 19, 2009

Sull’ora di religione islamica

Filed under: Europa

Pubblico degli stralci di alcune riflessioni che ho scritto per Lo Spazio della Politica circa l’opportunità o meno di istituire l’ora di religione islamica nelle scuole pubbliche italiane, così come rilanciato dal Gianfranco Fini e Massimo D’Alema nei lavori dei think tank Fare Futuro e ItalianiEuropei, durante lo scorso fine settimana.

La proposta, rinnovata nel workshop di Asolo (organizzato dai due think tank Fare Futuro e Italianieuropei), di istituire un’ora di religione islamica nelle scuole, ha come sempre scaldato molti animi. Prendiamo nuovamente atto che fa scalpore, in un paese come l’Italia, proporre di aprire le aule scolastiche anche all’insegnamento di tradizioni e culture non propriamente di origine nostrana. E, forse, a fare ancora più scalpore è il fatto che tale proposta arrivi e venga sostenuta con forza da un uomo politico come Gianfranco Fini.

La Lega insorge e la Chiesa cattolica si divide, ma a ben guardare, la proposta, del tutto politicamente trasversale, potrebbe essere l’unica soluzione alla prevenzione dello scontro di civiltà e dell’emarginazione della minoranza musulmana in Italia (circa 1 milione di persone, per quella che ormai è la seconda religione in termini di numero di fedeli in Italia) e, d’altro canto, ad una migliore conoscenza reciproca. Quella conoscenza dell’altro che è alla base di ogni principio di convivenza pacifica e, anzi, costruttiva. […]

A seguire tale dibattito in corso nell’arena politica (e sociale) italiana, torna alla mente una questione ai più sconosciuta, ma davvero esplicativa dei rapporti dell’Occidente con la religione islamica. Una storia a metà tra il mito e la leggenda, con degli spunti di riflessione validi ancora oggi. Una questione che risale al Medioevo e la cui natura potrebbe essere etimologica e semantica, ma ad essere più profondi nell’analisi, anche culturale in toto: un simbolo dei fraintendimenti occidentali nei confronti dell’Islam. Sto parlando di come il termine “assassino” è entrato a far parte del nostro vocabolario, con l’accezione che ha per tutti noi. Cosa c’entra? E’ presto detto. Prima di tutto: in quanti sanno che l’origine etimologica della parola è araba? E quanti sanno che la sua trasposizione in italiano ne ha sconvolto del tutto il significato originale? […]

Leggine di più su Lo Spazio della Politica

 

October 18, 2009

L’Iran sotto attacco nel Sistan-Baluchistan: il regime è in crisi?

Filed under: Iran

Come già fatto notare in miei precedenti post nel maggio e giugno scorsi, la minaccia principale a livello di sicurezza per il regime iraniano proviene dall’area Sud-orientale del Sistan-Baluchistan. Si era detto già in tempi "non sospetti", vale a dire prima delle elezioni del 12 giugno che hanno provocato le proteste di piazza degli oppositori guidati da Moussavi. Già il 25 maggio, proprio alla vigilia i tali elezioni presidenziali, nella capitale della regione del Sistan-Baluchistan, Zahedan, si era verificato un sanguinoso attentato nella moschea sciita della città (prevalentemente sunnita, minoranza in Iran), provocando più di 20 morti. Era un avvertimento a Teheran e al governo centrale, che non sarebbe potuto essere del tutto tranquillo ed esente da minacce alla propria sicurezza interna.

Puntualmente, dunque, stamattina è arrivato un altro attentato. Sempre nella stessa regione, la più esposta anche ad infiltrazioni di vario genere di oppositori al regime iraniano (interni ed esterni, dal Pakistan ai gruppi legati ad al-Qaeda, fino agli Statunitensi stessi), un attentato ha provocato la morte di almeno 20 Pasdaran. Stavolta l’obiettivo era molto più chiaro dello scorso maggio: nella prima occasione si era colpito quasi "a caso" la comunità sciita; adesso il cuore stesso del regime: i Pasdaran, eletti ad elite di governo e potere grazie al Presidente Ahmadi-Nejad

Ancora un messaggio, dunque. Il regime ha immediatamente accusato gli Stati Uniti di essere dietro tale operazione (il che non risulterebbe del tutto fuori ogni logica, dal momento che gli USA sono in contatto con vari gruppi dissidenti ed oppositori, anche armati, in Iran, come i gruppi curdi o i Mujaheddin-e-Khalq). Il Jundullah (Esercito di Dio), movimento terroristico di ispirazione sunnita che ha le proprie basi nei territori del Sistan-Baluchistan, potrebbe in effetti avere grandi appoggi dall’esterno, non solo dagli USA. Vi sono anche motivazioni di tipo religioso, etnico e politico, dal momento che i Baluchi sunniti dell’area rappresentano una minoranza discriminata nel Paese, a maggioranza persiana e sciita.

Ciò detto, nelle logiche mediorientali non è neanche del tutto escluso che Teheran stia portando avanti una sorta di "strategia della tensione", volta a screditare qualsiasi gruppo di opposizione e i Paesi ostili fuori dei propri cinfini territoriali, in primis gli USA, appunto. Fatto sta che il Paese sta vivendo una nuova ondata di forte instabilità, testimoniata anche dalle rincorrenti voci, iniziate a circolare l’altroieri, circa la presunta morte della Guida Suprema Ali Khamenei. Non è chiaro chi abbia messo in giro tale notizia e, d’altro canto, non è neanche chiaro che non sia davvero così. La Guida Suprema, qualora le voci sulla sua morte fossero del tutto infondate, avrebbe adesso l’occasione di riapparire in pubblico per condannare apertamente il gravissimo attentato contro lo Stato iraniano, di cui Khamenei stesso è il Capo.

Aspettando le nuove mosse del regime e della Guida, si può constatare come il Paese stia pericolosamente scivolando sempre di più nel caos, ma, è bene ribadirlo, l’attentato di oggi nel Baluchistan (peraltro area importantissima strategicamente, visto che da qui transita il traffico di droga dall’Afghanistan all’Occidente e per qui dovrebbe passare il cosiddetto "gasdotto della pace" India-Pakistan-Iran fortemente osteggiato da Washington) non dovrebbe avere niente a che fare con le agitazioni del dopo-voto in Iran. Ciò dovrebbe far preoccupare ancora di più Ahmadi-Nejad ed il suo regime, perchè testimonierebbe una resistenza interna, di tipo armato e probabilmente appoggiata da attori esterni, in grado di mettere in crisi il regime stesso. 

October 16, 2009

Il Medio Oriente, il Golfo e il sistema di difesa arabo e occidentale

Filed under: Iran, Golfo

Segnalo un’interessante analisi di Lorenzo Nannetti su Equilibri.net, circa l’apparato militare arabo filo-occidentale e occidentale stesso nel Medio Oriente e nella penisola del Golfo in particolare, nell’ottica di un eventuale attacco armato contro l’Iran e, di conseguenza, di una possibile rappresaglia iraniana.

Il contrasto tra Iran e Occidente riguardo al programma nucleare di Teheran si è recentemente intensificato e nuovamente si alzano i rischi di uno scontro militare. Gli effettivi e gli equipaggiamenti di un’eventuale coalizione occidentale appaiono imponenti, guidati da un apparato militare USA che rimane il più consistente della regione. Tuttavia non tutte le forze sono realmente disponibili ed è pertanto improbabile che, in caso di conflitto, tale contingente possa venire impegnato in operazioni che non siano prevalentemente aeronavali e di bombardamento. […]

[…] I recenti sviluppi sul programma nucleare iraniano hanno riproposto il rischio di conflitto armato nella regione. La rivelazione dell’esistenza del sito per l’arricchimento dell’uranio presso Qom ha infatti confermato l’ambiguità delle dichiarazioni della leadership di Teheran sul proprio programma di ricerca, accrescendo l’ansia della comunità internazionale riguardo al vero fine. In particolare USA, Gran Bretagna e Francia hanno assunto un atteggiamento più fermo; oltre a minacciare sanzioni più pesanti in caso di continua mancata cooperazione, hanno velatamente suggerito la possibilità del ricorso alla forza nel caso le altre opzioni falliscano. Per quanto tale evenienza appaia ancora remota, vale la pena analizzare la presenza militare occidentale e filo-occidentale nella regione per comprendere gli elementi che potrebbero caratterizzare un eventuale sforzo bellico contro Teheran, escludendo le Forze Armate israeliane. […]

[…] Non basta avere un esercito imponente per essere in grado di effettuare un qualsiasi tipo di operazione nella regione, serve prima di tutto un sistema di infrastrutture, basi, linee di comunicazione e rifornimento adeguato per permettergli di operare. Se si dovesse giungere a un conflitto con l’Iran, al momento solo marina e aviazione ne dispongono a sufficienza e dunque solo l’opzione dei bombardamenti aeronavale risulta plausibile, supportata da azioni di commando. Tuttavia una qualsiasi operazione deve confrontarsi con la difficoltà dell’individuazione dei bersagli, la resistenza dei difensori e la loro capacità di reazione, simmetrica ma soprattutto asimmetrica.

Clicca qui per leggere l’analisi completa su Equilibri.net

 

 

October 15, 2009

Turchia e Armenia: con lo sguardo a Bruxelles - su Limes online

Filed under: Turchia, Europa

Pubblico un’analisi che ho scritto per la rubrica EuroMeditazioni di Limes, in collaborazione con lo Spazio della Politica, che torna ancora sull’argomento Turchia-Armenia, con uno sguardo alle relazioni di Ankara con l’Unione Europea:

Recep Tayyip Erdogan ed Ahmet Davutoglu: sono i due nomi che probabilmente più di tutti stanno imprimendo un nuovo slancio alla politica estera della Turchia, da ormai sette anni a questa parte. L’incontro di sabato scorso a Zurigo tra i rappresentanti della Repubblica di Turchia e quelli dell’Armenia, per sancire un accordo che mettesse finalmente fine al congelamento diplomatico in atto dal 1993, costituisce un altro tassello di fondamentale importanza per il nuovo corso regionale di Ankara.

E’ importante sottolineare la responsabilità di Erdogan, Primo Ministro e, forse ancor di più, di Davutoglu, attualmente Ministro per gli Affari Esteri (ma dal 2002, anno in cui l’AKP di Erdogan andò al potere, rappresenta di fatto l’eminenza grigia della politica estera della Turchia), in quanto è probabile che senza la determinazione e le strategie regionali attuate da questo ticket governativo, non si sarebbe arrivati ad un punto tanto importante. Parliamoci chiaro: i problemi tra la Turchia e l’Armenia non sono improvvisamente svaniti e risolti con la firma di un trattato bilaterale. A livello politico-diplomatico però l’incontro di Zurigo ha rappresentato davvero un momento di svolta rispetto ai tradizionali assetti ed equilibri di potere in quell’area molto vasta di confine con la Turchia che va dal Medioriente, fino al Caucaso ed all’Asia Centrale ad Est, ma sempre con uno sguardo all’Europa verso occidente.

E’ proprio questa “multidimensionalità” a costituire la novità della politica regionale turca, a dire il vero in atto già dalla fine degli equilibri bipolari negli anni ’90, ma con ancora più decisione oggi, grazie alla congiuntura venutasi a creare di un governo turco finalmente stabile e duraturo come non era accaduto da decenni e, d’altro canto, con ai propri confini diverse realtà che diventavano man mano più instabili e potenzialmente esplosive, al punto tale da necessitare proprio di un elemento stabilizzatore come la Turchia. In tale contesto si inserisce, per esempio, il panorama mediorientale, così frastagliato dalle lotte intestine di tipo etnico, religioso, economico e politico come in Libano, oppure come nel caso della eterna lotta tra israeliani e palestinesi, o ancora come nel caso della competizione per l’egemonia regionale tra gli arabi (con Egitto ed Arabia Saudita in testa) e gli sciiti dell’Iran, con mezzo piede in Iraq e l’altro sulle sponde del Mediterraneo orientale (grazie alla presenza di Hamas, Hezbollah, la Siria…). In questa cornice rientra anche la polveriera caucasica e, come dicevamo, non sarà certo l’accordo di Zurigo a mettere tutto a posto, ma sicuramente è una chiarissima dichiarazione di intenti.

Le questioni sul tavolo sono parecchie ed alcune di fondamentale importanza per lo Stato turco, andando a toccare elementi e valori ritenuti “sacri” come quello del nazionalismo e dell’appartenenza all’etnia turca (ciò che Mustafa Kemal, il fondatore della Repubblica, avrebbe definito “turchità”). Gli armeni ancora oggi cercano un riconoscimento da parte turca dei massacri compiuti all’indomani della Prima Guerra Mondiale, allorchè le truppe di ciò che rimaneva dell’ex Impero Ottomano uccisero centinaia di migliaia (per gli armeni quasi due milioni) di armeni, compiendo quello che a Yerevan è definito il genocidio degli armeni e che, nella memoria di quel popolo, equivale alla Shoah per gli ebrei. Dal loro canto i turchi negano un qualsiasi piano premeditato per l’eliminazione dei cittadini di nazionalità armena, ma negli ultimi anni il dibattito in Turchia stessa si è fatto più “libero” e vi sono voci che cominciano a parlare di un’eventuale rivisitazione delle versioni turche di quei fatti, per arrivare ad accertare quale sia stata davvero la realtà storica. Oltre a questo cruciale scontro in atto da decenni tra i due popoli, vi sono poi contrasti ed attriti di carattere più geopolitico e che riguardano gli equilibri di potenza nella regione ed il sistema di alleanze che si è venuto a creare. L’Armenia, fin dai tempi della Guerra Fredda, si trovava contrapposta alla Turchia ed era una sorta di spina nel fianco sovietica per i Turchi, fedeli alleati del blocco occidentale e della NATO. Alla fine della Guerra Fredda, con il crearsi delle nuove entità statali ad Est della Turchia, Ankara ha sempre avuto nell’Azerbaijan un alleato fedele, per motivi strategici, economici, politici ed energetici. Baku, inoltre, ha combattuto una guerra con l’Armenia per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, in parte occupata dalla truppe armene. Ciò ha fatto sì che la Turchia si schierasse con gli Azeri, trovando nuovamente un nemico comune nell’Armenia. Fino ad oggi, Yerevan rappresenta (o rappresentava?) forse l’unico vero nemico della Turchia ai propri confini, ora che Ankara ha risolto anche i contenziosi con l’Iran e la Siria.

L’inimicizia (per usare un eufemismo) che caratterizzava i rapporti tra Turchia ed Armenia è sempre stato il maggiore ostacolo per la risoluzione delle controversie caucasiche e la creazione di organismi e concertazioni, all’interno delle quali Ankara avrebbe potuto e può tuttora svolgere un ruolo importantissimo da mediatore, considerati i suoi ottimi rapporti attuali con tutti gli altri attori coinvolti, dalla Russia all’Azerbaijan, alla Georgia. L’accordo bilaterale di Zurigo, dunque, apre la via a nuovi scenari di cooperazione regionale, ponendo le basi per un allargamento del clima collaborativo a tutta la regione. Se è vero, infatti, che l’Azerbaijan non vede di buon occhio tale riavvicinamento, temendo per i propri interessi nell’area, è altrettanto vero che Erdogan e Davutoglu sono stati chiari nel ribadire che un accordo di normalizzazione completa tra Armenia a Turchia dovrà passare per la risoluzione della questione del Nagorno-Karabakh e un accordo tra Azerbaijan ed Armenia. Come dire: Ankara fa da garante per l’Azerbaijan da un lato e l’Armenia dall’altro, affinchè tutti e due gli attori traggano dei benefici dalla loro cooperazione e da quella tra Ankara e Yerevan, in una triangolazione che la Turchia spera di portare a termine con successo. Sicuramente siamo solo all’inizio, e certamente gli ostacoli sono ancora tantissimi (non è chiaro se e in che termini i Turchi potranno mai riconoscere la responsabilità del cosiddetto genocidio armeno; se gli armeni vorranno disimpegnarsi dal Nagorno-Karabakh; se agli azeri convenga andare in tale direzione; se la Russia, attore terzo, accetti senza battere ciglio una simile prospettiva…), ma vi è un fattore ulteriore che spinge Ankara verso un impegno sempre maggiore in tal senso: quel fattore si trova a Bruxelles.

La Turchia non ha affatto accantonato le aspirazioni di ingresso nell’Unione Europea e, proprio con tale fine, continua ad agire in modo del tutto proattivo e propositivo nei vari teatri regionali in cui può essere coinvolta. Se per Davutoglu ed Erdogan l’impegno diretto in Medio Oriente, nel Caucaso, in Asia Centrale, nei Balcani, nel conflitto afghano-pakistano e nelle negoziazioni tra USA e Iran, rappresentano delle tattiche comportamentali utili a raggiungere lo scopo finale della grande strategia, non è da dimenticare che tale strategia mira ad entrare in Europa. Lo stesso Davutoglu, per rispondere alle critiche di chi vedeva nella sua nomina (proprio lui, così convinto sostenitore dell’attivismo turco non solo in Europa, ma anche ad Est ed a Sud) un allontanamento di Ankara da Bruxelles, ha ribadito una volta per tutte che la priorità in politica estera per il governo dell’AKP resta quella di ottenere l’adesione all’UE. E’ bene tenere in considerazione tali dichiarazioni, ogni qualvolta la Turchia dimostra di essere attiva nei teatri regionali con cui confina: Ankara vuole dimostrare di essere diventato un attore di peso per gli equilibri di potenza regionali e intende proporsi come candidato sempre più credibile ed affidabile per gli europei. Questa è la politica della Turchia in questo momento e Bruxelles non dovrebbe essere distratta abbastanza da non capire che Ankara sta tentando di costruire quel ponte che in molti, dalla parte occidentale, intendono invece abbattere, non cogliendone appieno le prospettive e gli scenari che, pur tra mille difficoltà, potrebbero dischiudersi all’orizzonte.

Clicca qui per leggere l’analisi su Limes online

 

October 13, 2009

Policy Brief - Iran: gli sviluppi del programma nucleare

Filed under: Iran, Mappe

E’ online il Policy Brief n. 17 di Equilibri.net, riguardo gli sviluppi del nucleare iraniano e le possibili opzioni operative della politica estera italiana, nella cornice dei negoziai internazionali tra l’Occidente, l’ONU e l’Iran. Queste le principali indicazioni operative:

L’Iran necessita dell’energia nucleare non solo per motivi di prestigio, ma anche per l’effettiva insufficienza del proprio sistema energetico ed estrattivo. L’Italia ha le conoscenze tecniche per poter istituire una task force che valuti le iniziative di rinnovo e sviluppo dell’industria iraniana degli idrocarburi (petrolio, gas e chimica di base). Il finanziamento e il progetto di tali opere costituirebbero un valore aggiunto che sarebbe possibile offrire a Teheran in cambio di concessioni sul programma nucleare.

Esponendosi in prima persona, l’Italia dovrebbe aprire un canale diretto con Berlino per convincere la Germania a collaborare per uno sforzo diplomatico europeo unico. Questo permetterebbe all’Italia di essere capofila delle nazioni investitrici in Iran e costituire dunque un nuovo polo negoziale fornendo alla comunità internazionale un nuovo angolo di pressione verso Teheran. In questo è necessario rafforzare l’intesa anche con Francia e Gran Bretagna, già schierate. 

La Turchia già opera come garante dei negoziati tra nazioni mediorientali (come Israele e Siria) e ha dato prova di affidabilità per entrambe le parti. Potrebbe svolgere tale ruolo anche nella questione iraniana, tuttavia è presumibile necessiti di un invito in tal senso da parte dell’UE prima di impegnarsi direttamente. L’Italia potrebbe sfruttare i propri canali diplomatici con Ankara per favorire tale inserimento.

Clicca qui per scaricare il Policy Brief completo in versione pdf

 

 

Get free blog up and running in minutes with Blogsome
Theme designed by Jay of onefinejay.com